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lunedì , 24 luglio 2017
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Non piangere più Argentina

Il titolo è quello della celebre canzone di T. Rice – L. Webber (in “Evita”) cantata dalla grandissima Milva (da tempo esiliata, sparita dalle tv italiane) che mira a infondere coraggio e speranza agli argentini e all’Argentina.

Ho scritto questa nota ieri sera, dopo avere ascoltato il discorso pronunciato all’Onu di Axel Kicillof, ministro dell’Economia argentina, a proposito delle ingiunzioni giudiziarie Usa relative al debito vantato dal fondo Buitre.

Il giovane responsabile del dicastero economico è venuto a New York per chiedere la solidarietà della comunità internazionale (che gliel’ha ampiamente manifestata)  al fine di scongiurare il ricatto della solita oligarchia finanziaria e per ottenere dalla “giustizia” Usa un congruo rinvio (rispetto alla scadenza capestro del prossimo 30 giugno). La richiesta è una moratoria non per evitare di  pagare il dovuto, ma per avere il tempo necessario per trattare una soluzione ragionevole e quindi saldare il debito al fondo speculatore che lo ha acquistato a prezzi vili e pretende una montagna di dollari.
Si deve sapere che se, nelle prossime ore, non verrà rimosso questo diktat, il popolo argentino (poiché di lui stiamo parlando) potrebbe essere di nuovo precipitato nel default (ossia nello sconquasso finanziario, nella disperazione) uguale o peggio di quello cui si giunse nel 2001-02.

Com’è noto, quel disastro fu provocato da una scellerata politica economica neo-liberista, basata sulla svendita del patrimonio pubblico, sulla corruzione e gli intrallazzi, iniziata dai dittatori fascisti (del “piano Condor”) e continuata dai governanti degli anni ’90,  con l’avallo della P2 e degli organismi finanziari internazionali (FMI, ecc)
Per un quarto di secolo, i generali e i politicanti succubi e complici delle oligarchie finanziarie hanno provocato: la tragedia dei “desaparecidos” ossia di 30mila giovani spariti nel nulla, seguita dal più grande disastro economico e sociale della storia argentina, un debito stratosferico, ecc.      Tutto ciò in piena sintonia con il FMI, la Banca mondiale, le banche private dell’Occidente. Una situazione davvero ingovernabile che è stata affrontata e, in gran parte, risolta dai governi della sinistra democratica e peronista, guidati dai  Kirchner, che hanno pagato l’enorme debito “ereditato” e salvato e rimesso in piedi l’Argentina e la sua economia.
Ora, a Washington, qualcuno la vuole strozzare, affondare. Perchè? Forse, perché i nuovi dirigenti argentini sono “pretendono”- come è giusto che sia-  di vivere, in autonomia, la loro sovranità e indipendenza nazionale?
Evidentemente, non hanno capito che tali elementari diritti degli uomini e delle nazioni risultano incompatibili con certe strategie politiche e finanziarie.

In ballo vi sono i risultati di un decennio di politica inclusiva contro la povertà,  i diritti legittimi e il progresso pacifico della popolazione argentina che, ricordo a chi facilmente dimentica o finge, per il 40% è di origine italiana. Un motivo in più  per dire che la “questione” ci interessa molto da vicino.
Il governo della presidenta Cristina ha chiesto soltanto una moratoria per trattare, a condizioni giuste, il pagamento del debito residuo. Si è in attesa della risposta delle autorità Usa che potrebbe anche essere negativa. Il governo e il Parlamento italiani, le forze politiche e sociali, la stampa e le Tv non hanno nulla da dire su tale, pericolosa situazione? Intendono appoggiare la ragionevole richiesta del governo argentino o preferiscono restarsene muti come hanno fatto fino a oggi?
Ovviamente, le domande valgono anche per la Chiesa cattolica, per lo stesso Francesco, il Papa argentino.

Agostino Spataro

Il ricatto della finanza internazionale contro l’Argentina

Recentemente una decisione della Corte suprema USA ha respinto il ricorso presentato dal governo argentino che chiedeva di non poter pagare oltre 1,3 miliardi di dollari ai fondi speculativi (hedge fund) che detengono bond del Paese sudamericano.
La presidentessa Cristina Kirchner ha affermato inizialmente in un discorso alla nazione, che l’Argentina non può permettersi di pagare tutti i debiti entro due settimane come richiesto dalla Corte Suprema, definendo queste pressioni come un’estorsione.
Ultimamente la stessa Kirchner ha fatto un piccolo passo indietro, aprendo alla negoziazione con i fondi speculativi, pretendendo però condizioni eque.
La presidentessa ha anche messo in guardia dagli ” avvoltoi ” della finanza, “coloro i quali volteggiano” sull’ Argentina non solo sul fronte finanziario, “ma anche sulle nostre risorse naturali”, in particolare sulle ingenti riserve degli idrocarburi.
Difatti l’alta finanza internazionale ora è nuovamente intenzionata a mettere le mani sull’Argentina per imporre i propri diktat.
Come scritto da Andrìa Pili in un articolo su You-ng.it, gli hedge-funds ” intendono ottenere l’intero valore dei titoli di Stato argentini che acquistarono durante gli anni’90 (valore complessivo pari a 1.3 miliardi di dollari) prima che il Paese andasse in default, nel 2002, e quindi varasse un programma di ristrutturazione del debito”.
Sempre nello stesso articolo, si ricorda che l’oneroso debito argentino nacque negli anni novanta sotto l’amministrazione Menem, che attuò una politica fortemente neoliberista in linea con i dettami del Fondo Monetario Internazionale e della stessa finanza internazionale.
Infatti, la politica di Menem portò a una lunga serie di privatizzazioni a buon mercato del 90% del settore pubblico, e a durissimi costi sociali con il licenziamento di 700000 lavoratori.
In seguito, nel 1994 il governo di Menem firmò a New York il Fiscal Agreement Agency con il Bankers Trust locale, ovvero l’atto che stabiliva l’emissione di bond argentini regolati secondo la legge degli Stati Uniti.
La situazione si fece ancora più disastrosa con il successore di Menem,Fernando De la Rua, che tagliò ulteriormente la spesa sociale e provocò i tumulti popolari con la decisione di limitare i prelievi bancari.
Arrivati alla soglia del nuovo millennio, l’Argentina si trovava con più della metà ( il 54 percento) della popolazione in povertà e totalmente alla mercè della finanza internazionale e delle sue misure draconiane.
Ma con l’inizio dell’era Kirchner le cose cambiarono completamente.
Nestor Kirchner, proveniente dalle fila dalla corrente di sinistra del movimento peronista, promosse una radicale politica sociale che ridusse la povertà dal 54 al 20% e la disoccupazione dal 24 al 7%, e avviò il processo di rinegoziazione del debito.
Sua moglie Cristiana migliorò la situazione, avviando inoltre una politica fortemente basata sull’ampliamento di diritti sociali e civili.

Ora, la finanza internazionale esige che l’Argentina paghi per le politiche scellerate fatte da un suo stesso ” burattino”, e ciò richiederebbe una nuova era di lacrime e sangue per il popolo argentino, e un ritorno ai tempi bui che sembravano passati.
Difatti, come ricorda ancora Pili, “appare chiaro come una sentenza legittima sul piano formale sia decisamente ingiusta sul piano sociale ed umano”, visto che il popolo argentino è “chiamato oggi ad essere di nuovo una vittima delle politiche neoliberali, varate da governi e uomini già condannati dalla storia e puniti dal popolo nelle urne elettorali; mentre il governo di Cristina Kirchner è chiamato a pagare le conseguenze di un atto scellerato da esso non voluto” .
Insomma, una situazione veramente complicata e scomoda per l’Argentina e il suo popolo.

Pubblicato anche su http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/06/il-ricatto-della-finanza-internazionale.html

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