Nuovi mercati delle armi. La pace armataTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Nuovi mercati delle armi. La pace armata

Nuovi mercati delle armi. La pace armata

Il mercato mondiale delle armi non conosce crisi,  ogni anno aumenta  il fatturato delle aziende produttrici e alimenta continuamente le guerre nel continente africano che non riesce a trovare la strada della pace.

Nel luglio 1987 dal presidente del Burkina Faso: Thomas Sankara (venne assassinato tre mesi dopo) pronuncio all’OUA (Organizzazione dell’Unione Africana)  un discorso che è entrato di diritto nella storia come uno dei più incisivi manifesti a favore del disarmo del continente, che gli valse la morte tre mesi dopo attraverso una congiura della Francia e del suo ex braccio destro Composè: “Io sono un militare e porto un’arma, ma vorrei che ci disarmassimo. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Facciamo in mondo che a partire da Addis Abeba decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra i paesi deboli e poveri.”

Sono passati quasi trent’anni dal quel discorso ma il continente continua a no trovare la strada della pace e della stabilità. Gli studiosi occidentali credevano che con la caduta del muro di Berlino sarebbe nata una nuova idilliaca éra priva di conflitti ma hanno dovuto assistere ad una proliferazione e ha un aumento esponenziale dell’attività bellica in tutto il mondo. Attualmente a livello globale sono in corso più di 31 conflitti che rendono il mondo meno pacifico di 30 anni fa  secondo una stima del Peace Report.

armi africa 2

I trasferimenti di armi nel continente non sono ben documentati Erroneamente si pensa che il mercato si muova tra nord-sud, cioè tra USA, Europa verso l’Africa ma con la globalizzazione anche l’industria militare è stata inglobata in questo meccanismo. Il declino economico politico dell’Occidente e il sorgere dei nuovi blocchi economici come il BRICS hanno mantenuto dell’Africa come un continente dove i vari blocchi si contendono il mercato delle risorse naturali e quello delle armi. Uno studio della Stockholm International Peace Research Institute (Sipri: l’Istituto internazionale per la ricerca sulla pace di Stoccolma) ha riscontrato che la corsa agli armamenti nel mondo ha incrementato il volume del mercato nel periodo che va dal 2010 al 2014, crescendo del 16% rispetto al precedente periodo 2005­-2009. Il continente africano ha aumentato i propri flussi d’importazione del 45% attraverso i cinque più importanti paesi esportatori (su sessanta nazioni prese in considerazione): Usa, Russia, Cina, Germania e Francia. L’Italia ha superato l’Ucraina piazzandosi all’ottava posizione

Sono pochi I paesi africani che hanno la capacità di produrre armi e munizioni. I principali sono: il Sudafrica che con il suo apparato bellico che si è sviluppato soprattutto durante il periodo dell’apartheid (circa 700 aziende che operano nel settore militare e che impiegano 22.500) è in cima alla lista dei paesi africani ed è al diciassettesimo posto al mondo come esportatore di armi. Gli altri paesi africani con una discreta industria bellica sono: Nigeria, Kenia, Uganda, Tanzania e Zimbabwe. Esistono diverse piccole fabbriche di munizioni in Burkina Faso, Camerun, Guinea e RD Congo. Alcuni Stati come il Ghana hanno una piccola produzione artigianale quasi irrilevante in confronto al mercato attuale. Si sa poco sulla destinazione finale della produzione perché molti Stati non hanno mai dato relazione dei loro trasferimenti e della loro produzione al Registro delle Nazioni Unitie e diversi paesi hanno creato un meccanismo sotto banco dove comprano le armi e poi le rivendono a un terzo paese sotto. L’esempio più ecclatante è la guerra nel Darfur che da anni è sotto embargo delle Nazioni Unite ma il Ciad e la Cina hanno rifornito le due fazioni illegalmentetto e ora diverse unità cinesi combattono e addestrano l’esercito regolare. Un rapporto del Conflict Armament Research group ha individuato un canale di distribuzione tra il Darfur dopo il conflitto, verso il Centrafrica dove è in atto una  guerra dal 2013 esi  parla di flussi di armi cinesi che sbarcano nel Sudan e passano attraverso il Ciad.

Questo meccanismo è stato messo in atto prima dai paesi occidentali durante la guerra fredda ed è simile a quello delle matrioske: aprendone una si apre un mondo. Capita spesso che i trafficanti sono le stesse forze di sicurezza, militari o ex-militari, mercenari e avventurieri, che trasportano armi come dalla Libia al Mali, dalla Costa d’Avorio alla Liberia. Soltanto nell’Africa occidentale

Sono state individuate trentotto direttrici del mercato clandestino e il traffico dell’area sahariana è dominato dai gruppi nomadi come i Tuareg che dopo la caduta del governo libico, fornito dalla Francia durante l’ultimo conflitto, hanno contrabbandatoquesti armamenti e foimentato nuove guerre come per esempio in Mali, contribuendo al conflitto del 2012 e all’aggravamento delle tensioni già da tempo in atto in questo paese. Si pensa che una parte dell’arsenale sia stato contrabbandato dal Ciad per armare le milizie Seleka per destabilizzare i paesi limitrofi. Altri movimenti come LRA ( Lord’s Resistance Army) in Uganda vengono armati da Kenia e Sudan per destabilizzare il Congo. La guerra fredda è finita da oltre vent’anni, ma le tecniche adottate all’epoca sono ancora in voga nel paese e il Trattato internazionale sul Commercio di Armi (ATT) non è sufficiente a fermare questo mercato che si stima sia sui diciotto miliardi di dollari all’anno.

Questo mercato, come ha insegnato la CIA durante la guerra fredda, si alimenta e alimenta anche il mercato del narcotraffico. Queste due tipologie di mercato da decenni vanno a braccetto e i ribelli spesso controllano vaste zone dove gli Stati non hanno giurisdizione, coltivando e smerciando droga da scambiare con le armi. I paesi fragili come la Guinea-Bissau o la Guinea-Conakry  oggi sono nel mirino dei cartelli latino-americani. Che utilizzano le infrastrutture nazionali per ricevere e controllare i loro grossi carichi.

L’Africa di oggi ha intrapreso la strada della droga e delle armi ma fiino al 1990, il continente sembrava essersi tenuto relativamente estraneo al commercio della droga. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro il crimine e la droga (ONUDC) ha stimato le cifre che un rilevante aumento costante dei traffici, soprattutto nell’Africa dell’Ovest, dove pur mantenendosi in dimensioni relativamente modeste ora il mercato rappresenta lo 0,3% del totale dei sequestri al livello mondiale. Ma i dati sono poco affidabili perché non possono tenere conto delle guerre in corso, della porosità dei confini tra stati e la corruzione e l’inadeguatezza delle forze di polizia locali. Per esempio molta dell’eroina prodotta in Afghanistan destinata al mercato europeo e americano, passa attraverso l’Africa, attraverso porti dove le Nazioni Unite non hanno controlli. I dati destano preoccupazione e fanno presumere che l’Africa sia diventato il crocevia di questo traffico nel mondo.

Da contorno a questi mercati c’è anche quello delle materie prime, soventemente perpetrato dalle multinazionali o da altri Stati  come nel caso della Liberia dove per anni la Francia ha fornito armamenti al NPFL (la facione di Charles Taylor) in cambio del legname Nel dicembre 1993, il settimanale austriaco Profil riportava come il francese Werner Mehler avesse rifornito Charles Taylor di abbondanti quantitativi di armi e munizioni provenienti dagli arsenali della Romania dopo la caduta del regime di Ceauşescu avvenuta nel 1989.

Nel 2002 fu stilato un accordo tra 37 paesi: Il Kimberley Process,  per cercare di fermare il mercato nero dei diamanti nei paesi insanguinati da un conflitto, dopo gli scandali emersi dopo la guerra civile in Liberia. Ma questo non è bastato. Nelle regioni orientali del Congo da anni ormai è in atto uno dei più sanguinosi conflitti del continente che ha portato alla morte di 5,4 milioni di persone. Questo conflitto è uno dei più brutti paradossi di questo secolo perché alcuni dei più eleganti simboli della modernità (smarphone, computer, televisioni ecc…) sono costruiti con materiali riforniti alle grandi aziende dai ribelli in cambio di armi. Diversi attivisti denunciano che  i produttori di elettronica nascondono la provenienza sui minerali delle zone di guerra dell’Africa e diverse associazioni come Raise Hope for Congo si battono per creare maggiore consapevolezza intorno ai prodotti elettronici.

Come sempre accade nei paesi poveri chi  paga il prezzo più alto di questi conflitti in termini di vite umane sono i civili e non i militari. Secondo le Nazioni Unite si è passati dal 20% delle vittime tra i civili nella Seconda Guerra Mondiale al 90% nei conflitti moderni. La fine della Guerra Fredda ha portato un radicale cambiamento non solo nello scenario politico dell’intero pianeta, ma anche nelle guerre e nel mercato delle armi. Secondo l’ex segretario delle Nazioni Unite il ghanese Kofi Annan, le vittime causate dalle armi leggere sono superiori al tributo di sangue versato dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Infatti le armi più utilizzate nei conflitti africani sono armi di piccolo calibro dette Salw e secondo uno studio stilato dall’Archivio Disarmo su 500 milioni circolanti nel mondo, ben 100 milioni vengono usate clandestinamente in tutto il continente africano.

Come ricordato all’inizio, in Africa i costi connessi ai conflitti armati ammontino a circa 18 miliardi di dollari all’anno e annullano gli effetti positivi degli aiuti allo sviluppo e provocano un continuo degrado della società.

Il presidente Obama inn questi giorni impegnato in una tournèe in Africa ha detto: «Il Kenya e l’Africa sono ad un bivio: stanno correndo, ma devono affrontare alcune sfide per cambiare il loro destino e svolgere un ruolo più importante sulla scena globale».

Come troppo spesso accade ai presidenti occidentali, si dimenticano che molti dei problemi del continente sono causati dalle ingerenze dei loro interessi e delle loro multinazionali ma l’idea di quei leader africani morti di vedere un’Africa disarmata è ancora vivo e molti attivisti  ogni giorno dedicano le loro forze in questi idee e diversi giornalisti ogni giorno a scapito della loro vita, denunciano le nefandezze di questa società.

Articolo e fotografie di Marco Napoli, reporter della eikonassociazione.com

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