O l’Unione Europea o la vita. La crisi dell’UE e l’ “esperienza” grecaTribuno del Popolo
giovedì , 30 marzo 2017
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O l’Unione Europea o la vita. La crisi dell’UE e l’ “esperienza” greca

Nelle elezioni del 25 gennaio 2015 il popolo greco, massacrato dall’impoverimento, ferito nei suoi diritti sociali, lavorativi e di sovranità, si è espresso inequivocabilmente per il rifiuto dell’austerità e della subalternità all’UE e ai diktat della troika. Il messaggio ai destinatari interni ed esterni è chiaro. Basta, è arrivato il momento di cambiare.

Fonte: Marx21

Le elezioni greche sono state un’espressione importante di una rivolta generalizzata che da molto tempo si manifestava con poderose lotte sociali. Non ci sono dubbi rispetto a cosa muova quel popolo: la volontà di cambiamento e di porre fine al ciclo di violento sfruttamento e impoverimento a cui è stato soggetto.

Questo fatto, in una UE corrosa dalla crisi economica e sociale, da crescenti attentati alla democrazia politica, alla sovranità e alla dignità dei popoli, è di grande importanza e mostra gli aspetti politici della crisi del capitalismo, e esige da un partito come il nostro una attenta osservazione, partendo sempre dal principio basilare che la realtà di ogni paese ha le sue proprie particolarità e che spetta al popolo greco decidere del proprio futuro.


LA VECCHIA LOTTA DI CLASSE

Mancano, al momento della stesura di questo articolo, pochi giorni alla riunione dell’Eurogruppo, che teoricamente dovrebbe chiudere l’accordo tra la Grecia e le “istituzioni” (BCE, UE FMI). Il risultato di questo processo è incerto. Tuttavia, più importante di prevederne l’esito è necessario analizzarne la natura,  detta “negoziale”.

Da un lato un paese indebitato e accerchiato economicamente e finanziariamente, appeso ad un cappio finanziario. Dall’altro la sovrastruttura del capitalismo europeo, munita di sofisticati strumenti di condizionamento e ricatto, che agisce in linea con gli interessi del grande capitale (nazionale e multinazionale) delle grandi potenze europea, in particolar modo della Germania.

Da un lato un governo che vuole dare risposte alle più urgenti necessità della “crisi umanitaria”, ma che lo vuole fare senza porre in causa l’UE e l’Euro. Dall’altro lato un direttorio di potenze e istituzioni che elargiscono  le regole decise da loro stessi e definite come autentici dogmi, e usando la dipendenza finanziaria per imporre la politica dell’ “io posso, io voglio, io comando” e condurre così il nuovo governo greco a disattendere il proprio programma elettorale.

Come è facile da constatare, questo processo non è realmente una contrattazione. Si tratta della arrogante imposizione di una delle parti, senza rispetto per la volontà sovrana di un popolo. Ma è anche importante sottolineare che non siamo di fronte ad lotta frontale tra due visioni antagoniste della politica e dell’economia del processo di integrazione capitalista europeo. Il governo di Syriza ha affermato che non pretende porre in causa i pilastri dell’UE e dell’UEM, e è possibile individuare nel suo programma una filosofia economica che si inserisce nel campo della socialdemocrazia e del keynesismo.

Ma se è vero che il governo greco è distante dall’avere la coerenza e la determinazione per affrontare questa situazione così complessa, e che il suo programma non assume vere rotture con la politica economica e nelle relazioni con l’UE, è anche vero che la radicalità della situazione e l’inequivocabile volontà popolare di cambiamento possono spingere il governo greco ad un confronto che questi non vuole e per il quale non è preparato politicamente ed ideologicamente. Sarebbe differente se avesse un carattere di classe chiaramente anti-imperialista e anti-monopolista che lo obbligasse a linee di rottura e di confronto diretto con gli interessi della grande borghesia nazionale.

IL CIRCOLO VIZIOSO DELL’IMPOVERIMENTO, DELL’INDEBITAMENTO E DELLA DIPENDENZA

Le elezioni greche si sono realizzate in un contesto di profonda e prolungata crisi economica e sociale. Una crisi risultante dalle politiche del PASOK e di Nea Democrazia e dall’integrazione capitalista europea, e che è stata brutalmente approfondita dall’esplosione della crisi del sistema capitalista e dai “memorandum”.

In se anni la Grecia ha perso più di un quarto del suo PIL ed il suo debito pubblico è esploso dal 107% nel 2007 al 176% nel 2014, L’”aggiustamento” a cui è stata sottoposta la Grecia si è risolto in una autentica catastrofe sociale e nella distruzione della capacità produttiva – due fattori essenziali per il grande capitale che deve affrontare la caduta tendenziale del saggio di profitto, e la crisi di sovrapproduzione e sovra accumulazione capitalista.

È questo l’aggiustamento di cui tanto parlano l’UE ed i governi sottomessi ai suoi dettami. Un aggiustamento delle condizioni di vita dei lavoratori alle esigenze del capitale. Un aggiustamento che passa per il trasferimento della ricchezza dal lavoro e dai fondi pubblici alle casseforti del grande capitale, che passa per un drastico abbassamento dei costi unitari del lavoro (precisamente per la riduzione dei salari), che passa per un attacco sfrenato ai diritti sociali e del lavoro, per un aumento esponenziale dell’esercito di riserva dei disoccupati, per un gigantesco programma di privatizzazioni e per la drastica riduzione delle spese dello Stato per le sue funzioni sociali, distruggendo i servizi pubblici e ponendo in causa queste stesse funzioni sociali.

Si tratta di un processo che in Portogallo conosciamo bene, con il patto di aggressione delle Troike, e che in Grecia è stato molto più violento. La disoccupazione ha raggiunto massimi del 28% tra la popolazione attiva, secondo i dati ufficiali (e nei giovani lavoratori ha superato il 50%). Solo nell’amministrazione pubblica hanno perso lavoro il 30% dei lavoratori. Sono stati posti in causa i diritti minimi di sopravvivenza delle masse, come l’abitazione, l’accesso all’energia e all’elettricità, l’alimentazione, la salute e l’accesso ai medicinali. Secondo i dati di Eurostat il 37,5% della popolazione greca, circa 4 milioni di persone, vive in povertà, o sulla soglia della povertà, nel 2014, e secondo i dati forniti dal governo greco i lavoratori hanno perso circa il 50% del proprio potere d’acquisto durante il periodo di applicazione dei due “memorandum” a cui il popolo greco è stato sottoposto.

Ma la situazione è ancora più complessa. Frutto dei prestiti “contratti” dalla Grecia, l’80% del suo debito è nelle mani dei creditori internazionali – Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, BCE e FMI. Questo fa si che la Grecia sia completamente dipendente dall’UE e dalla BCE per quanto riguarda il funzionamento della sua economia e dello stato.

Parliamo di un paese spogliato della sua sovranità, con il suo sistema produttivo distrutto in larga scala, o consegnato al capitale straniero, la cui sopravvivenza al contagocce sta in mano di coloro che dentro e fuori dal paese lucrano con lo sfruttamento di quel popolo e con la subordinazione di quel paese. Le regole e i condizionamenti dell’Unione Economica e Monetaria chiudono il cerchio. In una situazione in cui è più che evidente la necessità di una politica monetaria propria, per rompere i blocchi del finanziamento, la Grecia si vede impedita la possibilità di ricorrere alla sua Banca Centrale per finanziare lo Stato, facendo si che questo si finanzi a breve periodo con banche private che a loro volta si finanziano dalla BCE con le sue regole discrezionali.

Cioè, tentando di semplificare ciò che è estremamente complesso: da un lato il grande capitale e l’UE hanno utilizzato le debolezze dell’economia greca e la sua presenza nell’UEM per, prima e durante la crisi, impoverire il popolo greco e indebitare il paese. Ora questo impoverimento ed indebitamento sono utilizzati per porre la Grecia in una situazione di completa dipendenza economica e politica. Così come in Portogallo i fili conduttori di questo processo sono stati i “memorandum” a cui la Grecia è stata soggetta, e i condizionamenti di UEM e UE. Il bilancio è chiaro e paradossale, una specie di schizofrenia: la Grecia ha dovuto indebitarsi fortemente per pagare la sua completa simbiosi con interessi estranei a quelli del suo popolo. Ha dovuto pagare per impoverirsi.

LE ELEZIONI, IL NUOVO GOVERNO E LE PRESSIONI DELL’UE

È in questo contesto che si sono tenute le elezioni del 25 gennaio. I partiti che in alternanza o in maniera congiunta sono stati i responsabili per l’applicazione dei “memorandum” e che si sono presentati alle elezioni con programmi di continuità (PASOK e Nea Democrazia) sono stati severamente sconfitti, avendo ottenuto, assieme, non oltre il 32% de consensi, mentre nel 2007 ottennero l’80%. Un autentico ribaltamento del quadro politico greco, inscindibile dai grandi processi di lotta di massa che a partire dal 2008 si sono sviluppati in Grecia, processi in cui le forze sindacali e di classe ed il Partito Comunista Greco hanno avuto un ruolo centrale e determinante.

Syriza è il partito più votato, con il 36,3%, a cui mancano appena due deputati per la maggioranza assoluta, e dando vita ad una alleanza con il partito di destra “Greci Indipendenti”.

Il risultato delle elezioni greche ha fatto suonare tutti i campanelli di allarme di Bruxelles, Berlino e di altre capitali. Le televisioni hanno ripetuto fino all’esaurimento che i greci avevano consegnato il governo ad un “partito di sinistra radicale”, molti affermarono che i greci hanno assunto una decisione irresponsabile. Nel succedersi delle inaccettabili pressioni che hanno tentato di condizionare il popolo greco, Angela Merkel non ha aspettato nemmeno 24 ore per dare il segnale di inizio all’escalation di ricatti e minacce. Il giorno 26 gennaio il suo portavoce affermava di “attendere che il nuovo governo greco adempiesse ai suoi impegni con i creditori internazionali”, e per togliere ogni dubbio: “questo implica che la Grecia compia gli impegni assunti anteriormente”. Posizioni che Passos Coelho ha accompagnato con insultanti e irresponsabili dichiarazioni, affermando di voler continuare in Portogallo la stessa politica distruttrice.

A partire da quel momento, e fino ad oggi, la strategia dell’UE è stata chiara e costante. Se fino a Gennaio 2015 la Grecia è stata una esperienza per dimostrare fino a che punto si è disposti a tirare la corda sociale, per rendersi conto fino a che punto un popolo può sopportare il drastico abbassamento delle sue condizioni di vita – una specie di lezione sui limiti dell’”aggiustamento” – dopo il gennaio del 2015 l’”esperienza” assume contorni politici e ideologici e mira a mandare un messaggio a tutti coloro che vogliono mettere in causa l’Europa e tutti i pilastri dell’UE, il messaggio per cui esiste una sola politica, e che nemmeno la volontà di un popolo la può mutare.

IL PERCHE’ DELLE PRESSIONI

Ma perché questo nervosismo dell’UE?, Perché tante pressioni? Il Governo greco pone in causa il processo di integrazione capitalista europeo? Ha l’ambizione di creare una rottura con l’UE e l’UEM? A nostro parere la risposta è no.

Analizzando il programma di Salonicco si capisce subito che la filosofia del Governo greco è quella di dare risposta ai problemi sociali per via di una politica con un forte carattere assistenzialista e di emergenza e con misure di recupero dei diritti e delle condizioni di vita – tra le altre: cambiamenti nella politica fiscale, aumento del salario minimo, recupero del diritto di contrattazione collettiva.

L’asse economico del programma era costruito, nella sua versione iniziale, su due pilastri fondamentali: il primo è rappresentato dallo stimolo al consumo e alla domanda, comunque senza procedere a mutamenti di sostanza sulla questione centrale dell’offerta e del ruolo dello Stato nello sviluppo delle forze produttive; il secondo è l’abbandono del “memorandum” e la rinegoziazione del debito in modo da trovare spazi per il rifinanziamento delle politiche sociali e di recupero dei diritti, politiche che a loro volta vanno a stimolare la domanda, creando cosi un circolo virtuoso in opposizione al circolo vizioso di indebitamento e impoverimento.

Questioni come la nazionalizzazione del settore bancario e di altri settori strategici sono rimaste fuori dal programma di Syriza e dal programma del Governo, così come i cambiamenti relativi all’integrazione della Grecia nell’UE. È su questi punti che è visibile la natura social-democratica dell’orientamento maggioritario di Syriza, che difende il “quantitative easing” della BCE con l’acquisto diretto dei titoli di debito degli Stati, una riforma del Patto di Stabilità e Crescita il cui punto forte sarebbe la cancellazione delle restrizioni dall’investimento pubblico, o ancora un “New Deal” europeo di investimenti pubblici finanziati dalla Banca Europea per gli Investimenti.

Si tratta di misure che potrebbero alleviare la Grecia ma che, se non accompagnate da altre che mirano all’inversione dell’attuale processo di integrazione capitalista europeo, si inquadrano dentro un’opzione che molti definiscono come “europeismo di sinistra” e che al fondo alimenta l’illusione che sia possibile riformare l’UE da dentro, senza porre in causa la sua natura di classe ed i suoi pilastri.

LIMITI E MARGINI DELLA MANOVRA

Il Governo greco ha accettato un terreno di negoziazione e di battaglia politica i cui margini sono molto stretti. Se si era pensato ala possibilità di allargarli, la realtà sta mostrando che questa possibilità era ed è praticamente nulla. Iniziando il suo mandato con misure simboliche di affermazione della sovranità e della lotta antifascista e con promesse relative alla ristrutturazione del debito (con la riduzione della metà del debito), interruzione dei processi di privatizzazione, rifiuto della logica dei “memorandum” e aumento immediato del salario minimo, il 20 di febbraio il Governo greco è passato, con la prima riunione dell’Eurogruppo, ad una posizione di accettazione di un “programma ponte” che coinvolge gli stessi settori (FMI, BCE, UE) la cui natura ed obiettivi sono in tutto simili a quelli del “memorandum”. Per quanto riguarda la rinegoziazione del debito, questa è stata sostituita da un compromesso che indica che “la Grecia deve mantenere gli impegni con tutti i suoi creditori”, il blocco delle privatizzazioni è stato sostituito dall’accordo per il rispetto di tutti i contratti già firmati (precisamente quelli relativi al Porto del Pireo e dell’agenzia dell’elettricità) e per portare a termine le privatizzazioni già avviate. Il primo punto del Programma di Salonicco – la lotta alla crisi umanitaria – è stato mitigato o procrastinato in alcuni dei suoi aspetti più emblematici, come l’aumento del salario minimo.

È certo che il Governo greco sta tentando di sfruttare gli esigui spazi che ha per implementare alcune misure di urgenza. Tuttavia le “istituzioni” si rivelano irriducibili e usano tutto il loro potere di fuoco per impedire l’applicazione di tutte le misure che ostacolano l’aumento dello sfruttamento e per “asfissiare finanziariamente” il Governo greco, cercando di trasformare la Grecia in un esempio per tutti coloro che “osano” porre in causa lo status quo dell’imperialismo europeo.

IL CAPPIO DEL FINANZIAMENTO E “IL FINE DELLA LINEA”

È cosi che si arriva alla situazione attuale. Tutta l’artiglieria pesante del grande capitale e dell’UE viene usata per piegare totalmente il Governo greco e portarlo a rinunciare, una ad una, a tutte le sue promesse elettorali.

In primo luogo le “istituzioni” (BCE, UE) hanno tagliato a partire dal passato agosto qualunque finanziamento alla Grecia. Prima con l’argomento di una chiarificazione politica e di una decisione relativa al prolungamento del “memorandum”, successivamente con il ricatto di un necessario accordo politico per liberare l’ultima tranche  del così detto “prestito”.

Questa situazione è ancora più drammatica se si considera che, nei mesi di maggio, giugno e luglio, lo Stato greco dovrà pagare i prestiti e compiere gli altri impegni decorrenti dal suo astronomico debito, e dai tassi ad esso associati. Simultaneamente il grande capitale nazionale ha già operato una molto significativa fuga di capitali, creando un problema di liquidità della banca greca. Solo nei primi due mesi dell’anno sono usciti dalle casseforti delle banche greche circa 20 miliardi di euro.

Questa crisi di liquidità è a sua volta una giustificazione per l’aumento delle pressioni, come dimostra la recente decisione della BCE sull’utilizzo della linea di emergenza di liquidità della Banca Centrale Greca (i cui limiti sono decisi dalla BCE e rivisti di 15 in 15 giorni), per l’acquisto di titoli del tesoro, invocando la fragilità della Banca e dell’economia.

Il Governo greco, impossibilitato a stampare moneta e senza il controllo sulla banca e sulla fuga di capitali, ricorre a grandi operazioni finanziarie interne per poter continuare a finanziare lo Stato. Ma l’aria rimasta già sta finendo, e questo influenza e sovradetermina la sua capacità di reazione e la pressione esterna, articolata con l’azione perniciosa e silenziosa del grande capitale greco, per mantenere lo status quo dei memorandum, dell’impoverimento e della dipendenza.

Una pressione che, dopo una brevissima pausa nei giorni seguenti agli accordi del 20 febbraio, è, nel momento di stesura di questo articolo, ai suoi massimi. Nonostante alcune misure che il Governo greco è riuscito ad implementare, quello che risulta da questi tre mesi è che la Grecia  è stata spremuta da una triplice tenaglia di ricatto politico, accerchiamento economico e strangolamento finanziario.

Si stanno avvicinando momenti decisivi. Da un lato il grande capitale e l’UE non possono permettere che la Grecia diventi un esempio di malleabilità, questo indebolirebbe il potere del direttorio di potenze e l’autoritarismo tedesco e contrarierebbe il senso del processo di integrazione capitalista. Ma, dall’altro lato, questo tirare la corda potrebbe portare a rotture che si scontrano non solo con la questione della stabilità dell’Euro e dell’UE, ma con altre questioni, come il ruolo dell’UE nel mondo, ed in particolare nel Mediterraneo orientale nei Balcani e nell’Europa dell’Est. È importante ricordare che la Grecia è membro della NATO, ed è situata in una zona di grande interesse strategico per l’imperialismo. Pertanto potenze come gli USA seguono da vicino gli avvenimenti e sarebbe ingenuo non pensare che stiano intervenendo per condizionare gli sviluppi.

Tutti coloro che intervengono in questo processo sanno bene cosa c’è in ballo. La questione greca ha acquisito importanza a livello internazionale, perché sintetizza tendenze e fenomeni che si manifestano profusamente nel contesto di rapido approfondimento della crisi strutturale del capitalismo e di complessa riorganizzazione di forze a livello internazionale. È cosi che possiamo leggere la decisione del Governo greco di giocare anche la carta delle relazioni internazionali, più precisamente con la visita in Russia ma anche negli USA. E va letto in questa chiave anche il tono minaccioso della commissione europea per cui “tutti i membri della famiglia europea non devono necessariamente viaggiare verso gli stessi posti, ma sono comunque tutti membri della stessa famiglia e hanno tutti la stessa visione del mondo”. Una affermazione che non ha bisogno di commenti e che la dice lunga sulla natura imperialista dell’UE.

INSEGNAMENTI PER LA NOSTRA LOTTA

L’osservazione di questi ultimi mesi ci conduce ad una importante considerazione: la crisi del capitalismo è talmente profonda, la fusione tra il capitale globale (nazionale e transnazionale) e le istituzioni europee è tale, i condizionamenti dell’Euro e dell’UE sono talmente asfissianti, che un programma minimo che non esce dai limiti e che non proclami l’obiettivo di recuperare strumenti di sovranità economica, monetaria e politica ha pochi, se non inesistenti, spazi per essere posto in pratica.

Perché? A causa della corsa in avanti dell’UE nel contesto di approfondimento della crisi del capitalismo. Una crisi che è ben lungi dall’essere risolta, che ha reso più fragile non solo l’economia capitalista, ma anche le strutture di potere del grande capitale. Nel continente europeo il grado di fusione del potere economico con il potere politico è cosi avanti, il predominio del capitale finanziario è così grande, che contrariamente ad altri momenti storici, non esiste spazio nell’attuale UE per una uscita keynesiana dalla crisi. La parola d’ordine è distruggere forza produttiva, aumentare lo sfruttamento, concentrare il più possibile il potere politico ed il capitale e limitare al massimo la sovranità e la democrazia.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma non è così. Questa strategia mostra la natura ed il potere del processo di integrazione capitalista europeo, ma è allo stesso tempo un segnale della sua crisi, debolezza e legittimità. La volontà del popolo greco è pericolosa per l’edificio di potere dell’UE, ed è per questo che la reazione passa se sono domati il popolo greco ed il suo Governo.

La realtà in Grecia, ma anche nel resto dell’Europa, è di una lotta di classe molto acuta. In questa lotta i fattori nazionali ed internazionali si relazionano dialetticamente. Chi pensa che lo sviluppo di una politica progressista e di conquiste anti-monopoliste sia concretizzabile dentro il quadro di integrazione capitalista europeo, o si sbaglia, oppure sta seminando illusioni e sta conducendo la lotta dei popoli verso un vicolo cieco.

Come da sempre affermiamo l’emancipazione di classe è associata all’emancipazione nazionale. È questa la comprovata esperienza del PCP. Recuperare strumenti di sovranità è fondamentale per ottenere conquiste nei campi della giustizia sociale, dello sviluppo e del progresso.

Non abbiamo nessuna intenzione di prevedere il risultato dello sviluppo del caso greco, né  vogliamo esprimere giudizi che spettano esclusivamente al popolo greco. È nostro dovere, questo si, osservare e trarre insegnamenti sul modo in cui la crisi del capitalismo si è espressa politicamente sia sul piano nazionale che su quello sovranazionale. E nel fare questa analisi vi è un dato che si manifesta con grande forza: l’importanza della forza emanata dall’unione di un popolo in lotta. È questo il fattore che in Grecia, come in Portogallo e in qualsiasi altro paese del mondo determina il corso degli eventi.

Uno dei fattori positivi del caso greco è che il popolo ha preso coscienza, tramite un lungo processo di lotta popolare e di massa, in cui i comunisti greci hanno avuto un ruolo determinante. Sarà tramite questa lotta che il popolo greco determinerà il suo destino e potrà trasformare le sue speranze depositate nel risultato delle ultime elezioni, in un avanzamento concreto e palpabile verso l’emancipazione.

In un momento in cui è sempre più palese la natura sfruttatrice ed oppressiva del processo di integrazione capitalista europeo, il nostro compito è quello di stare a lato dei popoli che si trovano nell’epicentro del terremoto che sta percorrendo l’Europa, ed esprimere la nostra solidarietà a tutti coloro che resistono e si mobilitano per fare fronte alla dittatura del grande capitale e ale istituzioni al suo servizio.

Nel nostro paese affrontiamo importanti sfide e battaglie molto difficili. L’evoluzione della situazione nel continente, e soprattutto il modo con cui l’UE si comporta in questo quadro, rafforza molto la nostra convinzione secondo cui la libertà da condizionamenti esterni allo sviluppo sovrano del Portogallo solo si può realizzare con un chiaro orientamento di rottura con il processo di integrazione capitalista europeo e contando con il solido appoggio dei lavoratori e del popolo portoghese.

Sarà da questi confronti, dalla nostra lotta e dalla lotta di altri popoli che nascerà un’altra Europa dei lavoratori e dei popoli. Un’Europa che come la realtà sta dimostrando, dovrà rompere con il processo di integrazione capitalista contrario agli interessi dei popoli ed ai suoi diritti, sociali del lavoro, democratici e di sovranità.

Ângelo Alves*
O Militante”, maggio-giugno 2015

Traduzione di Franco Tomassoni per Marx21.it

“O Militante” è la rivista teorica del Partito Comunista Portoghese

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