Obama e il lato "oscuro" dell'eccezionalismo americanoTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Obama e il lato “oscuro” dell’eccezionalismo americano

Obama e il lato “oscuro” dell’eccezionalismo americano

“Il pericolo per il mondo non è rappresentato da un’America che è troppo ansiosa di immergersi negli affari interni di altri Paesi, o di affrontare ogni problema nella regione (Medio Oriente) come fosse un proprio problema. Il pericolo per il mondo è che gli Stati Uniti, dopo un decennio di guerra, giustamente preoccupati per i problemi interni, consapevoli dell’ostilità che il nostro impegno nella regione ha generato in tutto il mondo musulmano, possano disimpegnarsi creando un vuoto di leadership che nessun altra nazione è pronta a riempire. Credo che tale disimpegno sarebbe un errore. Credo che l’America debba rimanere impegnata per la propria sicurezza, ma credo anche che il mondo è migliore proprio per questo. Alcuni possono essere in disaccordo. Ma io credo che l’America è eccezionale. In parte perché abbiamo dimostrato, attraverso sacrifici di sangue e economici, di perseguire non solo il nostro interesse nazionale, ma l’interesse di tutti”.

Fonte: Marx21.it

Nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 24 settembre scorso, il presidente statunitense Obama ha rilanciato il temi dell’ “eccezionalismo americano” e della indispensabilità dell’impegno a stelle e strisce per il bene del mondo intero. Quella che Washington porta avanti è una missione salvifica che potremmo definire “erga omnes” che si esaurirà solo con la definita uscita del Male dalla storia; un “destino manifesto” pesa, insomma, sulle forti spalle dell’unica superpotenza rappresentante del “Bene” (quest’ultimo, come ribadito nel discorso, si identifica con libero mercato capitalista e istituzioni statunitensi).

Certo, rispetto ad alcuni suoi predecessori, Obama si è espresso con maggiore moderazione, rendendosi conto che buona parte del Mondo da salvare non sembra più riconoscere la bontà di quello che, prendendo a prestito la definizione di Kipling, potremmo definire il “fardello dell’uomo a stelle e strisce”. Lo stop all’attacco alla Siria ha probabilmente fatto comprendere che la luce che si irradia dal Potomac ha perso vigore. E pure un poco della sua credibilità se si pensa che ad essere illuminati sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che con la democrazia e i diritti civili poco hanno a che fare.

Ma passiamo oltre i rapporti internazionali, per concentrarci sulle ricadute – a mio avviso più interessanti e problematiche – storico-politiche di questa assunzione di responsabilità di Obama. Il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti – la sua elezione ha segnato un indubbio passo in avanti della democrazia d’oltreoceano – rilancia “urbi et orbi” tematiche, anche apertamente razziste, che hanno accompagnato le pagine più oscure della storia statunitense e giustificato forti “clausole di esclusione”, all’interno come all’esterno, delle quali è stata vittima anche la comunità nera.

Sono i primi anni dell’Ottocento quando il presidente Jefferson ripete più volte che gli Stati Uniti sono “veramente una nazione eletta e il popolo specificatamente eletto dalla provvidenza a realizzare una missione storica“. L’allargamento dell’influenza americana è letto come un passo avanti nell’emancipazione dell’intero genere umano e chi si oppone alla marcia “dell’impero della libertà” assume i connotati mostruosi del nemico per antonomasia, nei confronti del quale non andava esercitata alcuna tolleranza. Gli indiani sono gli adoratori del Male, sodomiti e violenti, oppure famelici cani.

L’espressione “Destino manifesto” – strettamente legata al tema dell’”eccezionalismo” – compare nel 1845 per opera del giornalista e avvocato John O’Sullivan per giustificare l’annessione del Texas (e l’aggressione al Messico) come continuazione della rivoluzione americana con i suoi ideali di libertà. Quest’ultimi non impediscono al nuovo Stato dell’Unione di introdurre la schiavitù. Sempre per giustificare la conquista del Texas, H.W. Bellows pubblica “Il destino della nazione” nel quale si precisa come “il Messico debba diventare preda politica non della forza, ma della superiorità di una popolazione, che impercettibilmente si riversa nei suoi territori, mutandone i costumi, coprendolo di attenzioni, superandolo nei commerci, sterminandone il suo sangue più debole, lo consideriamo tanto certo quanto l’estinzione finale delle razze indiane, rispetto alla quali la massa della popolazione messicana sembra essere assai poco superiore” (Stephanson Anders, 2004).

E che la marcia della libertà verso l’Ovest riguardasse solo la razza anglo-sassone dei conquistatori lo aveva già dimostrato pochi anni prima la decisione del 1831 della Corte Suprema: gli indiani Cherokee venivano definiti come “nazione interna, subordinata” bisognosa di tutela. Insomma, fin dal suo sorgere il tema dell’eccezionalismo mostra precise clausole di esclusione, per ricevere poi un rinnovato slancio alla fine della guerra civile fino ad accompagnare l’ingresso degli Usa nell’agone internazionale nel ruolo di potenza mondiale in fieri. La razza anglosassone – sottolinea Josiah Strong nel 1885 – è la “grande razza missionaria” che gode di “un rapporto specialissimo con il futuro del mondo, ed è destinata da Dio ad essere, in un senso specialissimo, la custode dei suoi fratelli“. Nella lotta finale tra le razze che si va consumando, è quella anglo-sassone ad essere destinata alla vittoria perché dotata di “incomparabile energia” e “portavoce della più ampia libertà“, tanto da poter “imporre le sue istituzioni all’umanità“. (Bairati Piero, 1975).

Ma che succede a chi, pur vivendo negli Stati Uniti, non appartiene alla razza dominatrice? Gli indiani sono ormai indicati come una razza di sottouomini destinata alla scomparsa o al totale sterminio, come si augura L. Franz Baum – già, proprio l’autore del “Mago di Oz” -: “la nobiltà dei pellerossa si è estinta, e quei pochi che sono rimasti non sono altro che cagnacci che guaiscono e leccano le mani che li percuotono. I bianchi, per la legge della conquista, per la giustizia della civiltà, sono padroni del continente americano e la sicurezza degli insediamenti di frontiera potrà essere assicurata solo con il totale annientamento dei pochi rimasti. Perché opporsi allo sterminio?” (Stannard D.E., 2001). Da lì a poco sarebbe arrivata la strage di Wounded Knee nel South Dakota.

I neri, a loro volta, se non subiscono uno sterminio pianificato, sono vittime, a pochi anni dall’abolizione della schiavitù, di un vigoroso processo di de-emancipazione. Sul finire dell’Ottocento in diversi Stati del Sud l’adozione di rigide procedure per l’esercizio del diritto di voto (tra queste una imposta e un esame di cultura generale) ne negano de facto l’esercizio alla popolazione nera, mentre si diffondono a macchia d’olio (Florida, Texas, Mississipi, Alabama, Arkansas, Georgia, Louisiana..) le leggi sulla segregazione. Il mito della “supremazia bianca” alimenta le prime sanguinarie spedizioni contro le comunità nera e l’odiosa pratica dei pubblici linciaggi. Conclude lo storico Maldwyn A. Jones: “privati del diritto di voto, senza tutela legale, rigidamente segregati, costantemente sotto la minaccia della violenza individuale o collettiva dei bianchi, considerati come bestie secondo un’opinione diffusasi in tutto il Sud con la discriminazione razziale, i negri furono dunque una minoranza pesantemente oppressa” (Maldwyn A. Jones, 1984).

Agli esclusi interni (neri e indiani), si aggiungono all’inizio del Novecento anche le popolazioni delle colonie. Libertà e democrazia viaggiano ancora su binari razziali ben definiti. La conquista delle Filippine è celebrata dal deputato Charles F. Cochran come una ulteriore “avanzata della libertà e della civiltà” e un nuovo passo “nella conquista del mondo da parte delle razze ariane” (Stephenson A, 2004). La conquista delle Filippine, all’indomani della vittoria sulla Spagna, è narrata come parte di missione divina alla quale l’America sembra quasi chiamata controvoglia. Per i filippini – che avevano condotto una sanguinosa lotta di liberazione nazionale – si appresta un futuro di libertà sotto tutela. Lo esprime chiaramente il presidente McKinley: “In verità, io non volevo le Filippine e, nel momento in cui sono venute a noi come un regalo degli dei, non sapevo cosa farne. [.] Io percorrevo tutte le sere su e giù i corridoi della Casa Bianca fino a mezzanotte, e non provo vergogna nel confidarvi, signori miei, che più di una notte mi sono inginocchiato e ho pregato Dio onnipotente di darmi luce e sostegno. È così che una notte mi è apparsa la soluzione; non so come, ma è arrivata. Non si poteva restituire le Filippine agli spagnoli: sarebbe stato vile e disonorevole. Non potevano consegnarle alla Francia o alla Germania che sono nostri concorrenti in Oriente: sarebbe stato commercialmente un errore e avremmo perso credito. Non potevamo abbandonarli alla loro sorte (sono incapaci di governarsi da soli): ci sarebbe stata rapidamente l’anarchia e la situazione sarebbe stata peggiore che sotto l’autorità spagnola. Non ci restava dunque altro che prenderle e educare i filippini, elevarli, civilizzarli e cristianizzarli. In breve, con l’aiuto di Dio, a fare del meglio per loro che sono nostri simili, per i quali Cristo è egualmente morto“.

Basta questo breve – e certo anche lacunoso – excursus storico per comprendere quali siano le radici di “mascherature ideologiche” della guerra come l’obamiano “dovere di proteggere” che ha esordito con l’aggressione alla Libia e che ricorda molto il dovere di “custodire i nostri fratelli” del razzista Strong. Libici e siriani ora, come un tempo i filippini, hanno bisogno del benigno e disinteressato intervento statunitense per abbandonare le barbarie del totalitarismo e accedere alle magnifiche sorti progressive della democrazia.

La riproposizione del tema dell’eccezionalismo americano – da sempre intriso di violenza e razzismo – da parte del primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, lascia l’amaro in bocca. L’ideologia del popolo dei signori – la razza anglo-sassone – è divenuto patrimonio ideologico anche del celebrato rappresentante di una comunità che è stata una delle sue vittime originarie.

Diego Angelo Bertozzi 

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