Obama e la dittatura della "democrazia"Tribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Obama e la dittatura della “democrazia”

Barack Obama ha parlato di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite e ha detto in modo molto chiaro quale è il modo di pensare degli americani in politica estera. Il concetto stesso di “democrazia” sembra quasi aver subito una mutazione genetica che la rende qualcosa di molto diverso da quello che dovrebbe essere. 

Ritenere la “democrazia” come moralmente superiore è un vecchio vulnus dell’Occidente che risale probabilmente ai tempi della Guerra Fredda (e forse ancora prima ai tempi del colonialismo). Definire che cosa sia una democrazia è complesso e gli americani sono sinceramente convinti che il proprio modello sia quello migliore, quello che più dovrebbe rispecchiare l’idea di democrazia. Sulla base di questo assunto chiunque non interpreti la democrazia allo stesso modo della Casa Bianca diventa giocoforza un anti-democratico, un dittatore, un nemico del mondo. Come mirabilmente descritto dal giornale online Strategic Culture Foundation e dal sempre puntuale Antidiplomatico infatti, sembra quasi che gli Usa si sentano autorizzati a intervenire ovunque nel mondo ritengano che non sia rispettata la “democrazia”.

In sostanza quindi qualsiasi azione venga compiuta da una “democrazia” intesa in senso americano diventa logicamente accettabile anche per il resto del mondo. Eppure questa è una colossale distorsione del concetto stesso di democrazia dal momento che, almeno in teoria, una democrazia dovrebbe essere un modello di governo nel quale le politiche vengono elaborate da rappresentanti eletti dal popolo. Con la Guerra Fredda però la strumentalizzazione della parola “democrazia” per differenziare tale sistema dal comunismo sovietico ha portato a una mutazione genetica del concetto di democrazia stessa, ormai svuotato da ogni ancoraggio al funzionamento reale di un governo e divenuto un sostanziale modo per definire quei paesi che seguono le politiche neoliberiste americane e sono amici dell’America. Chi è alleato di Washington insomma, può fregiarsi della patente di “democratico”, e purtroppo ci troviamo a quotare ogni parola citata dall’Antidiplomatico su questo tema: “Un governo “democratico” è stato ridefinito semplicemente come uno che sostiene il Washington Consensus, la NATO e l’FMI. E’ un governo che sposta il fare politica dalle mani dei rappresentanti eletti a una banca centrale “indipendente”, le cui politiche sono dettate dall’oligarchia di Wall Street, della City di Londra e da Francoforte” .

Ecco quindi che quando Obama parla di paesi democratici che non subiscono violenze interne o colpi di Stato sta in realtà sostenendo che i paesi alleati degli Stati Uniti saranno posti sotto l’ “ombrello” di difesa degli Stati Uniti e dunque non verranno destabilizzati. Viceversa, ovunque un paese osi sottrarsi a tali interessi o fare di testa propria, ecco che la “democrazia” diventa un pretesto per intervenire e cambiare le cose in modo che vadano secondo i propri desideri. Del resto non fu forse Henry Kissinger, peraltro Nobel per la Pace, a dire che se un paese vota comunista questo non vuol dire che lo si debba accettare? In sostanza, se un Paese sovrano sceglie di non essere “democratico” secondo i crismi degli Usa, ecco che i paesi “democratici” hanno il diritto di sabotarlo. Non a caso il modello delle “rivoluzioni colorate” sembra essere esattamente questo: una sorta di Internazionale della democrazia made in Usa pronta a esportare il modello americano ovunque sia possibile e con qualsiasi mezzo (golpe, destabilizzazioni, pressioni, campagne stampa). Ma democrazia non dovrebbe anche essere rispetto della sovranità altrui? E se non lo è non diventa qualcosa d’altro?

@tribuno

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