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martedì , 28 marzo 2017
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Occupare, Resistere, Produrre, Statalizzare

“La Zanon non è più un’esperienza isolata o un’idea folle: è un’esperienza concreta, frutto del lavoro di un gruppo di operai. Molti parlano della Zanon come di un laboratorio in cui vengono messi alla prova i sogni dei lavoratori. Sono passati cinque anni, e la Zanon non è più un laboratorio: siamo la dimostrazione pratica che esistono alternative economiche al modello propugnato dal capitalismo”

crisi-economica

Così parlava Alejandro Quiroga nel 2006, a cinque anni dalla crisi finanziaria che nel 2001 portò l’Argentina in mano al tracollo, spolpata dai medesimi attori internazionali che oggi hanno nel mirino l’Europa meridionale. Il modello dell’autogestione operaia esercitata tramite cooperative, dalle Ceramiche Zanon (oggi ridenominata Fasinpat, “Fabbrica senza padroni”) si è esteso nel Sud America, tant’è che solo l’anno seguente (2007) ben 10.000 operai lavoravano in imprese autogestite, ad oggi le imprese autogestite spaziano su tutto il continente sudamericano: Brasile e Venezuela in testa. Di fronte alla speculazione finanziaria e alla delocalizzazione compiuta per abbattere i costi della manodopera e aumentare il profitto dei padroni la risposta è stata molto semplice: cacciare il padrone per continuare a produrre, a lavorare e a vivere senza dover inseguire il mercato globale nei suoi gorghi autodistruttivi.
Il primo passo è stato quello della formazione di cooperative per appropriarsi giuridicamente delle imprese, successivamente ci si è orientati verso l’occupazione al fine di costringere lo Stato ad acquisire l’impresa e avviare un ciclo di produzione pianificata.
Il “rilancio economico”, millantato spudoratamente dai santoni della nostra economia, è stato costruito dagli operai che hanno dimostrato per l’ennesima volta l’inutilità della figura del padrone, ormai ridotta a mero speculatore che agisce in borsa con l’intento di raddoppiare i tassi di crescita chiudendo imprese e truccando i bilanci senza nessuna cura per quelli che spendono la vita a creare quel valore che lui sperpera. Tutte imprese che, come qui da noi, spesso erano in attivo, producevano merce di ottima qualità e quindi non avevano ragione di chiudere. L’unica ragione della chiusura resta la volontà di aumentare lo sfruttamento e ridurre i costi della manodopera per aumentare il profitto. Il “nostro” Marchionne col suo modello Serbia: 12 ore lavorative giornaliere a 200 euro di stipendio mensili dovrebbe insegnarci bene qual è l’intento egoistico di fondo su cui basare il più bieco sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Non fatevi ingannare: la libertà non c’entra nulla con tutto questo. Il controllo operaio resta l’unica forma sulla quale ricostruire una libertà totalmente implosa sotto i colpi di un sistema che non riesce più a garantire dalla fame e dalla disoccupazione di massa e pretende di essere l’unico depositario del valore di questa parola. La fabbrica rappresenta l’ultima ruota del carro del sistema speculativo globale che viaggia su canali finanziari e gli stessi piccoli proprietari ne patiscono le conseguenze. Gli operai e i cittadini semplicemente crepano, dentro e fuori dai cancelli di fabbrica, per lavoro o per fame o per inquinamento. I pesci piccoli, invece, crepano sotto il peso mastodontico di uno Stato burocratizzato che rappresenta solo gli interessi dei grandi gruppi azionari.
I sindacati in tutto questo? Come possiamo facilmente notare anche in Italia, si sono limitati a gestire i processi di delocalizzazione e non hanno fatto altro che intavolare trattative sul quanto chiudere e, quando hanno discusso nel merito della chiusura sono semplicemente stati cacciati dalla fabbrica, a riprova che questo sistema non può vantarsi della parola “libertà”.

Oggi, in Italia l’ennesimo stabilimento è sotto pressione della minaccia padronale: la Bridgestone di Bari ha annunciato che chiuderà nel primo semestre dell’anno prossimo uno stabilimento attivo dal ’62 a causa di  “un’approfondita analisi dei cambiamenti del mercato continentale e globale dei pneumatici”.  Meno di un mese fa la stessa Bridgestone inaugurava un nuovo impianto in India e annunciava un accordo per aprirne un altro in Cina. In Europa resistono 7 impianti ma, entro il 2020, data della presunta “ripresa” del mercato dei pneumatici, è prevedibile che saranno delocalizzati. Il prode Vendola, non domo del fallimento sul caso Ilva, si dichiara pronto ad intavolare nuove trattative. Emiliano, consapevole della sterilità del sindacato, dà sfoggio al suo coraggio dicendo che: “se il sindacato dovesse decidere per forme di lotta più incisive, come l’occupazione dello stabilimento, la città ed il sindaco in persona saranno dalla parte degli operai e occuperanno la fabbrica”; poi, rientrato da un incontro col Ministro del welfare si mostrerà subito più rassicurato “soddisfatto della riunione, si sono resi conto, anche dal pallore dei nostri visi”. Grillismo all’ennesima potenza. La Cgil, addirittura, dichiara di aver appreso la notizia della chiusura dai giornali e di essere comunque intenzionata a proseguire la produzione. Insomma, al di là delle dichiarazioni “da copertina” di alcuni esponenti il conflitto sociale resta domato, complici le speranze messianiche di redenzione terrena che tanti, troppi operai hanno riposto in un comico che parla di green economy, di decrescita felice, di casta e via blaterando senza rispondere sui nodi produttivi della crisi. La tragedia sembra dunque essere l’assenza del tema di classe (sia dal lato populista che da quello riformista). In questo paese di disoccupati, pensionati e studenti, sembra che l’economia si regga in piedi da sola. La tragedia è che è stato svenduto un patrimonio industriale e verrà ancora svenduto, fino alla fine del patrimonio o dei diritti. L’alternativa delle trattative vendoliane ci porta dritti verso il “modello Serbia” sopracitato ed è comunque insostenibile in un lungo periodo dove la domanda non accenna ad aumentare. L’alternativa di Grillo semplicemente non è.

La vera speranza, acutamente messa in sordina dai media italiani, arriva dalla Francia. Gli operai dello stabilimento Goodyear di Amiens, attanagliati dalla medesima crisi della Bridgestone di Bari dovuta alle ripercussioni delle lungimiranti politiche aziendali del dott.Marchionne e dei guru del mercato automobilistico mondiale, hanno deciso sempre stamane di  prendere il controllo della fabbrica attraverso una cooperativa per continuare la produzione e non perdere il posto di lavoro. Certo l’appoggio di un sindacato come la Cgt che non si limita a seguire ciecamente i dettami riformisti di partito è stato indispensabile, ma sono stati gli operai stessi in assemblea a voler porre al centro la questione dell’occupazione e della continuazione della produzione. Gli operai hanno scelto di vivere. Nel frattempo le sigle sindacali padronali si lamentano e lo fanno passare come un inutile tentativo di ritardare la chiusura dello stabilimento. Si vede che i sindacati che rappresentano i padroni hanno fretta di lasciare la gente alla fame, ma se pensano che sia solo un tentativo per dilazionare nel tempo una tragedia si sbagliano: è qualcosa di più. Questo qualcosa di più che oggi si sta avviando in Francia è già stato avviato nei casi più disperati del Sud Europa: l’8 febbraio 2013, gli operai greci della fabbrica Vio.Me annunciano l’inizio dell’autogestione della produzione al grido di
“siamo convinti che per vivere, e vivere bene, abbiamo bisogno solo di noi stessi e di quello che sappiamo fare insieme! Non abbiamo bisogno dei padroni, dello stato, o del capitalismo per produrre! Sappiamo fare tutto senza di loro!”.
Questo qualcosa di più implica la riappropriazione della propria vita tramite la libertà del lavoro. Questo qualcosa di più è stato lanciato in Italia da Antonio Gramsci nelle officine torinesi. Durante l’inverno del ’19 e nonostante la resistenza accanita dei funzionari sindacali, della direzione del Partito socialista e dell’Avanti!, le officine FIAT continuarono a produrre senza padroni. Servirono i cannoni, che arrivarono, nonostante la solidarietà dei ferrovieri di Pisa, di Livorno e di Firenze che si rifiutarono di trasportare le truppe destinate a Torino; nonostante i sabotaggi dei lavoratori dei porti e dei marinari di Livorno e Genova; nonostante gli scioperi spontanei contro gli ordini dei sindacati. Serviva anche un movimento rivoluzionario più ampio, bloccato da una dirigenza riformista che esiste tuttora e che si limita a trattare la soppravvivenza dell’operaio disoccupato, una dirigenza che dice di rappresentare l’operaio ma si limita a trattare il pegno da pagare alla Goodyear di turno per continuare a coltivare l’adeguato margine di profitto e per lasciare che il supersfruttamento continui dall’altra parte del mondo. Le bocche da sfamare nel frattempo aumentano, dunque un monito a lor signori mi pare dovuto:

“Siamo coloro che impastano, eppure non abbiamo pane,

siamo coloro che scavano il carbone, eppure abbiamo freddo.

Siamo coloro che non hanno nulla, e stiamo venendo a prendere il mondo

Tassos Livaditis (poeta greco, 1922-1988)

sul tema c’è pure un documentario sulla venezuelana Freteco sul web, questo è il link: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Y7Is_t6AReU

Alex Marsaglia

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