Oggetto: G8 tra capitalismo internazionale e internazionalismo proletarioTribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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Oggetto: G8 tra capitalismo internazionale e internazionalismo proletario

Stamattina, dopo il più intenso weekend di lotte e repressione in Turchia è arrivato un messaggio dal Chiapas. Un messaggio che è un appello alla lotta nei territori di appartenenza contro un nemico comune.

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Dal subcomandante Marcos in solidarietà al Movimento in Turchia: A tutti i cittadini del mondofratelli, sorelle, donne, uomini, persone senza fissa dimora, persone povere, Ci hanno chiesto quanti sono gli zapatisti, e abbiamo sempre detto loro che sono centinaia di migliaia di persone là fuori che lottano per i loro diritti e le libertà. Ora, oggi, sentiamo che sulle terre anatoliche, la terra dei turchi, curdi, circassi, armeni, Laz, e molti di più di quanto io possa contare, ci sono migliaia di persone in maschera che vogliono vivere con onore per salvare la libertà. Come i fratelli curdi, compagni che hanno combattuto una lotta onorevole. Sapevamo che non eravamo isolati, eravamo milioni di noi là fuori e oggi non siamo soli da quando abbiamo iniziato a combattere. Oggi ci stiamo moltiplicando. Sentiamo che la gente in Turchia urla “Ya Basta!” e sono in rivolta per difendere la loro dignità contro l’oppressiva sentenza del governo turco. La Grande Istanbul, capitale di grandi maestri nel corso della storia, è oggi la capitale della rivolta, ed è diventata la voce degli oppressi. Vediamo per le strade della grande Istanbul una città di donne, bambini, uomini, omosessuali, curdi, armeni, cristiani e musulmani. Quelli che sono stati umiliati, oppressi, ignorati per decenni dal loro governo ora dicono “siamo qui.” Siamo entusiasti!

Non abbiamo mai voluto un nuovo governo, un nuovo governo o un nuovo primo ministro. Abbiamo solo chiesto rispetto. Volevamo che il governo rispettasse le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia. Per questo in Turchia resistono da giorni: ora partendo da quello in carica, e a seguire tutti i governi che saranno al potere, noi vogliamo che tu rispetti le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia! E se non lo fai, noi, che siamo i proprietari dei diritti e delle libertà, staremo contro di te, ci batteremo per le strade fino a quando non impari a rispettarci. Non vogliamo troppo, vogliamo solo che siano rispettati i nostri diritti. Perché sappiamo come vogliamo vivere, sappiamo bene come vogliamo governare e essere governati. Noi vogliamo governare noi stessi e decidere di noi stessi. noi da qui accogliamo i cittadini turchi che si battono per una vita onorevole, e vogliamo dire che il fuoco della rivolta si è riscaldato in Chiapas. Solidarietà a quelli che hanno salvato la storia del passato e del futuro e che sono indotti a salvarla dal presente”

Il messaggio arriva in una data non casuale. Il 17 giugno, infatti, rappresenta la data di apertura del 39° G8 che ha sede nel lussuoso hotel di Lough Erne in Gran Bretagna. Queste residenze, appositamente situate nelle periferie delle città per allontanare i meeting dai luoghi di polarizzazione delle proteste (soprattutto dopo i fatti di Genova del 2001), rappresentano plasticamente il solco che progressivamente si è marcato tra governanti e governati a livello mondiale. Un solco da Ancien Regime che ha poco da spartire con la stessa concezione borghese della democrazia. Una linea separatoria tra popolo e governanti che è partita coi primi meeting del G7 a metà degli anni ’70, in cui i principali rappresentanti del capitalismo internazionale si ritrovavano per decidere le future linee di spartizione economiche e geopolitiche del pianeta senza alcun istituto di rappresentanza popolare come mediatore. Non a caso l’Unione Sovietica non partecipò mai a questi summit.

Il sorgere del movimento No-Global alla fine degli anni ’90, creò una coscienza critica che portò alle impetuose manifestazioni sotto le sedi di questi incontri. La più importante di queste fu proprio quella di Genova, dove la repressione del movimento si contraddistinse per la riconosciuta sospensione dello “stato di diritto” (Amnesty International); una sospensione tuttora presente nei luoghi più caldi della protesta. Infatti, se pensiamo alle recenti sollevazioni turche, vediamo come durante le contestazioni al vero centro politico del potere la repressione si configuri come cieca e senza regole democratiche (arresti di massa: avvocati, dottori, giornalisti e fotoreporter), con livelli di barbarie inauditi che vanno dall’utilizzo di armi chimiche (le uniche finora provate) sulla popolazione civile ad arresti pretestuosi, a torture e violenze sessuali sistematiche, fino a veri e propri omicidi.

La vera novità della protesta questa volta è rappresentata proprio dalle masse di popolazione che a livello globale hanno deciso di far sentire la propria voce, fuori dalle stanche cadenze cerimoniali dei centri decisionali. Infatti, da un paio d’anni le manifestazioni degli Indignados si sono internazionalizzate costituendo il vero spettro del potere. Ingenti quantitativamente e al di fuori del bipolarismo politico, rivendicative di democrazia diretta e di una nuova economia con al centro il benessere invece del profitto, queste manifestazioni di massa hanno costituito il vero spettro del potere. Partite dalle preparatorie sollevazioni nordafricane, una volta sbarcate in Spagna hanno assunto un vero carattere organizzativo globale, arrivando ad identificare il cuore del problema democratico nelle istituzioni del capitalismo internazionale in grado di scavalcare i parlamenti e nei centri della finanza speculativa. E’ proprio così che giunsero all’occupazione del principale di questi centri, ossia Wall-Street. Diventando Occupy hanno iniziato a rivendicare un proprio spazio alternativo alle barbarie e ad auto-organizzarlo come tentativo per mantenere in vita tutto quello che il capitalismo ci strappa sempre più ferocemente: lavoro, salute, ma anche cultura, informazione e musica. Aspetto fondamentale e spesso trascurato da chi analizza i movimenti alternativi è il parallelo tentativo economico che prende le mosse dall’occupazione dei centri produttivi dell’economia paralizzata dalla finanza speculativa. La conversione dei centri produttivi in centri di riutilizzo (Ri-Maflow; http://rimaflow.it/ ), dimostra come gli operai stessi siano più attenti alla dimensione ecologica di chi li rappresenta, ma il tutto – anche se ancora in fase embrionale – non sembra limitarsi al mero riutilizzo (Vio-Me; http://www.viome.org/ ). La stessa identificazione del problema nel “mercato” pare un avanzamento nella coscienza critica degli operai che hanno capito come il nucleo centrale del problema economico derivi proprio da una crisi di sovrapproduzione dettata da una ricerca cieca del profitto. Il tentativo ambizioso di creare un mercato incentrato non più sulla speculazione, ma sui bisogni è un cambio di prospettiva importante che i nostri amministratori dell’ordinario non possono concepire.

Infatti, proprio i nostri amministratori dell’ordinario sono attualmente riuniti nel resort britannico per discutere di come incrementare la produzione speculando sulla pelle dei lavoratori, di come distruggere risorse in eccesso tramite l’ennesima guerra e di quale strategia utilizzare per uscire dalla crisi facendo pagare sempre gli ultimi. Gli ultimi, invece, hanno iniziato ad indignarsi e ad agitarsi, ma l’appello gramsciano fondamentale che non hanno intenzione di disattendere resta quello all’azione e all’organizzazione, per poter creare un altro mondo. In questo senso l’appello lanciato proprio da Marcos, per il rilancio dell’internazionalismo degli oppressi è stato raccolto dai movimenti dell’occidente capitalistico che stanno lottando quotidianamente da ormai due anni contro la tirannia dei mercati.

Alex Marsaglia

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