Oltremedia consiglia: Dark StarTribuno del Popolo
venerdì , 20 gennaio 2017
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Oltremedia consiglia: Dark Star

Oltremedia consiglia: Dark Star

John Carpenter regista di film come 1997: Fuga da New York, Halloween e La cosa, esordisce nell’1974 con uno dei film di fantascienza più originali e geniali mai visti. Se il vostro più nascosto desiderio è vedere un astronauta e una bomba parlare di filosofia, Dark Star è il film per voi.

Fonte: Oltremedianews

Quando nel 1974 John Carpenter, all’epoca giovane esordiente dietro la macchina da presa, decise di fare un film di fantascienza,  la presenza di una pellicola come 2001: Odissea nello Spazio, che aveva portato su un altro piano la fantascienza moderna, pesava come un macigno a chiunque volesse girare una space opera, mettendo i registi ad affrontate l’annoso problema di fare una copia del film di Kubrick. Proprio in questa ottica, il giovane Carpenter scrive e dirige Dark Starspace opera sui generis, intrisa di citazioni ed omaggi al cinema di Kubrick e a tutto il genere fantascientifico.

La trama del film è quasi inesistente. Quattro astronauti vagano da più di vent’anni alla ricerca di pianeti e stelle instabili con l’obbiettivo di distruggerle, il piccolo equipaggio ha adottato un alieno a forma di palla, che creerà diversi problemi, e alla fine si troveranno in una terribile situazione da dover affrontare, una delle loro bombe, infatti, non si sgancia ed ostinatamente si tiene pronta ad esplodere spazzando via di fatto tutta la Dark Star e il suo equipaggio, l’unico modo che avranno i quattro astronauti per salvarsi sarà parlare alla bomba, usando la filosofia.

Dark Star è un piccolo film indipendente che, quanto a mezzi ed effetti speciali, non può competere con produzioni più grandi. Lo stile della scenografia è molto simile a quello di 2001: Odissea nello Spazio, contrapponendo però spazi angusti a quelli ampi del film di Kubrick; la fotografia del film verte su colori accesi, il viola e il verde soprattutto, come riflesso degli schemi e dei pulsanti dell’astronave tanto che i volti dei protagonisti inondati da questa luce ce li rende estranei ed alieni. Così come sono lontani i loro dialoghi, essi infatti parlano ogni cosa, ma raramente di quello che li circonda o del loro lavoro, come se non avesse importanza, l’unico a essere interessato all’universo è Talby, astronauta misantropo e solitario, che finirà la sua vita diventando parte di un gruppo di asteroidi. Carpenter inoltre, mette in campo una presenza extraterrestre, l’alieno-palla sopracitato. Questo, dopo essere stato erroneamente liberato, verrà affrontato dal sergente Pinback che, armato di una scopa, darà la caccia all’assurdo personaggio extra terrestre, dando vita ad una scena che ricorda per certi versi quella che intraprenderà Dallas cinque anni dopo in Alien di <strong “mso-bidi-font-weight:=”" normal”=”">Ridley Scott. Una probabile autocitazione visto che Dan O’Bannon è sceneggiatore di entrambi i film.

Approfondendo il discorso di Kubrick sulla fantascienza, Carpenter dirige un film pieno di contenuti filosofici mettendo in campo probabilmente uno dei più grossi punti deboli della fantascienza. Tutti gli astronauti della Dark Star sono volontari, tutti loro sembrano avere dei problemi mentali, Carpenter praticamente ci dice che solo un pazzo potrebbe decidere di viaggiare per decenni nello spazio con delle armi atomiche, e, così come faceva Kubrick nel Dottor Stanamore, ci mostra una profonda critica al sistema della guerra fredda, e a quello dell’utilizzo ingiustificato dell’atomica. La Dark Stardistrugge stelle e pianeti, ma lo fa senza motivo, con l’esile giustificazione dell’instabilità di questi corpi celesti, l’uomo che controlla la natura si è evoluto e vuole controllare anche lo spazio.
Sono molti, quindi, i temi messi in campo dal regista, nessuno trova ampio spazio o è predominate sugli altri, John Carpenter rende omaggio alla fantascienza, ma se ne prende anche gioco, i suoi protagonisti sono solo uomini.

Ultima nota la colonna sonora: composta dallo stesso Carpenter, alterna pezzi composti al sintetizzatore, a musica classica. Geniale l’utilizzo l’aria di Figaro dal Barbiere di Siviglia in uno dei momenti più drammatici del film. Ma il tema sonoro che più si ripete nel lungometraggio è una canzone country che parla dell’universo che stride con l’ambiente spaziale del film è strappa un sorriso ogni volta che la si ascolta, anche nel tragico finale.

Marco Marras

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