Ondata antieuropeista nell’est e nord Europa: un tentativo di analisi economica e politicaTribuno del Popolo
domenica , 20 agosto 2017
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Ondata antieuropeista nell’est e nord Europa: un tentativo di analisi economica e politica

Dopo la cacciata dell’Fmi dall’Ungheria da parte del neogoverno ultraconservatore, anche il governo di destra islandese ha fatto un passo indietro dall’Europa. A sei anni dall’inizio della crisi cresce giorno dopo giorno il numero degli scettici sull’utilità dell’UE, ma facciamo attenzione: i nazionalismi di ultradestra, come prima della seconda guerra mondiale, possono essere il preludio di qualcosa di più grande e temibile. Infatti dietro ricette economiche che foraggiano la crescita e la ricchezza nazionale si possono annidare presupposti morali decisamente meno nobili.

Fonte: Oltremedianews

Tredici anni dopo l’entrata in vigore della moneta unica sono in moltissimi ad interrogarsi sull’effettiva utilità e bontà dell’unione monetaria nel vecchio continente. Quello che infatti, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, è stato presentato come la chiave di volta di un nuovo modello europeo si sta rivelando un sistema poco stabile e poco gradito ai cittadini. Infatti i rigidissimi parametri di Maastricht [1], che fanno da discriminante per l’accesso all’euro, e molte altre norme comunitarie, più che porre definitivamente fine alle guerre fratricide in Europa e garantire transazioni commerciali internazionali in modo snello ed efficiente,  stanno mostrando nei fatti tutti i propri limiti esacerbando la tenuta sociale interna degli stati membri e i rapporti di forza tra i vari ministeri degli esteri. Parametri come il rapporto tra deficit e pil pari o inferiore al 3% o un rapporto debito pubblico/pil inferiore al 60%, che di fatto hanno posto fuori legge il welfare state più o meno keynesiano previgente in molti Stati, si sono mostrati decisamente più indigesti del previsto. Non c’è dunque da stupirsi che sempre più frequentemente ci si interroghi sull’effettiva necessità dell’Europa, almeno nella sua forma attuale, e che altrettanto di sovente la risposta a tale domanda sia negativa. Ovviamente per “necessità” prendiamo come metro di paragone i cittadini comuni, se invece volessimo riferirci alle lobbies finanziarie, alle multinazionali e agli enormi gruppi assicurativi o bancari la risposta sarebbe decisamente affermativa.

Tornando ai cittadini, che in ultima istanza sono, o meglio dovrebbero essere, l’unico terreno su cui costruire, non c’è quindi da stupirsi che il gruppo degli euroscettici vada rimpinguandosi di giorno in giorno. E questa ventata di antieuropeismo ha iniziato a manifestarsi in modo più netto proprio in questi giorni in Islanda [2] e soprattutto Ungheria.

Per l’isola nel mare del Nord il XXI secolo si è dimostrato decisamente ricco di colpi di scena. Dopo le liberalizzazioni e la deregolamentazione economica dei primi anni 2000, cosa che aveva mandato in visibilio i guru della finanza mondiale e le tre Parche del Rating, nel 2007 l’inaspettato fallimento di Lehman Brothers, che godeva dell’ambitissima “tripla A”, ha gettato l’Islanda in una nera spirale recessiva:  le tre maggiori banche nazionali, che maneggiavano un volume di affari circa 8 volte superiore al Pil nazionale, vennero nazionalizzate nel 2008 dal governo di centrosinistra (subentrato dopo lo scoppio della bolla finanziaria) che, grazie alla svalutazione della moneta nazionale, ad alcune politiche di rilancio della domanda interna e soprattutto ad uno stratosferico prestito dell’Fmi riuscirono a riequilibrare momentaneamente la situazione. Il 2010fu un altro anno particolarmente acceso: da un lato il governo di centrosinistra ha chiesto l’ingresso nell’Ue, dall’altro il Presidente della Repubblica Olafur Grimsson ha indetto un referendum popolare avente come oggetto la restituzione del credito elargito dal Fondo Monetario. Gli islandesi espressero la loro contrarietà a ripagare l’Fmi e confermarono la decisione in un referendum analogo riproposto nel 2011: la cosa interessante è che l’EFTA (Associazione europea di libero scambio), interrogata sulla legittimità della decisione da Gran Bretagna e Olanda che vedevano lesi i propri interessi dall’esito del referendum, si espresse in favore degli isolani. Dal 2010, inoltre, l’economia islandese è tornata a crescere con ritmo medio di circa il 4,5% annuo grazie alla rifioritura dell’export e all’autosufficienza energetica di cui gode l’isola.Un’economia rose e fiori? Non proprio. Una delle maggiori piaghe sociali in Islanda è rappresentata dalla sofferenza di coloro che prima del 2007 avevano deciso, per via dei convenienti tassi di interesse vigenti, di stipulare mutui in dollari o in euro e che oggi devono fronteggiare tassi improponibili. Cavalcando quest’onda di malcontento il partito di destra ha vinto le ultime elezioni e proprio pochi giorni fa ha deciso di bloccare il processo di ingresso nell’Euro. Non è difficile immaginare, alla luce degli stratosferici tassi d’interesse imposti a quelle persone, quale sia l’umore generale islandese sull’Eurozona. Ma se in questo caso la situazione è fumosa e l’euroscetticismo è anche frutto di una certa campagna elettorale il caso ungherese è decisamente più netto.

Anche l’Ungheria ha dovuto fronteggiare una virulenta crisi nel 2008 che ha portato il Paese sull’orlo dell’insolvenza e, come nel caso dell’Islanda, l’allora numero uno del Fondo Strauss-Khan annunciò lo stanziamento  di una cifra prossima ai25 miliardi di dollari a cui si aggiunsero i circa 8 miliardi provenienti dall’UE [3]. La cronaca dice che lo scorso 12 agosto il governo ultraconservatore di Orban ha saldato con qualche mese di anticipo il conto con il Fondo e, quasi contestualmente, il governo ha ufficialmente chiesto ai dirigenti dell’Fmi di lasciare l’Ungheria. Ovviamente sotto il manto oggettivo della cronaca si nascondono almeno due punti di vista: il primo è quello ufficiale di Orban e il secondo è quello dei suoi detrattori tra cui annoveriamo The Economist, La Repubblica, il Financial Times nonché la Commissione Europea e Obama. La cacciata dell’Fmi ha dell’incredibile soprattutto se consideriamo che era dai tempi della Germania nazista che un Paese occidentale non si sottraeva al controllo dei poteri mondialisti e neoliberisti, ma non si è trattato di un colpo di mano improvviso bensì di un preciso progetto politico ed economico. Già nel 2011 Orban aveva promesso ai magiari che li avrebbe affrancati dalla dittatura finanziaria europea a cui li aveva venduti il precedente governo socialista e per farlo egli si è servito di alcuni strumenti di matrice keynesiana simili anche a quelle utilizzate nella Germania Nazista dal ’33 al ’38: sovranità monetariarilancio dell’occupazione e sollecitamento della domanda aggregata interna. Inoltre l’ultradestra di Orban pare che voglia proporre ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) una sorta di alleanza commerciale, sul calco di quella vigente tra i paesi nazisti, che faccia concorrenza allo strapotere americano. Dando un’occhiata ai dati sull’Ungheria, dopo l’applicazione della ricetta economica sopra riportata, osserviamo che: il tasso di disoccupazione si attesta attorno al 10,3%, un punto in meno della media europea, che il Pil ungherese è in crescita dello 0,5% annuo e che grazie ad un rapporto deficit/pil inferiore al 3% il Paese è uscito fuori dalle procedure di commissariamento. Inoltre grazie ad alcune politiche nazionaliste in campo agricolo, che prevedono la possibilità di coltivazione della terra solo agli ungheresi, anche il settore che a scuola viene chiamato “primario” ha subito un’impennata decisamente positiva. [4] [5]

Dunque Orban sarebbe un salvatore della patria che ha affrancato il suo popolo? Affatto. Se nei suoi piani tali misure servono a creare un’economia reale per gli ungheresi e non una nave da lasciare al saccheggio dei pirati plutocrati ed eurocrati non si può affatto ignorare, come sottolineato con vigore da La Repubblica, che il governo di Orban è quanto di più simile ci sia in Europa alla dittatura e che la qualità di diritti sociali e delle libertà sia risibile. Inoltre La Repubblica getta un’ombra anche sulla limpidezza della provenienza dei capitali con cui è stato risanato il debito. La questione potrebbe essere messa in questi termini: Orban sta applicando ricette economiche giuste per i motivi sbagliati. Cosa intendiamo per “giusto” e “sbagliato” sarà chiaro tra pochissimo e per farlo diamo uno sguardo alla Germania degli anni ’30, più volte evocata in questa analisi, con particolare attenzione alla figura di Hjalmar Schacht, ministro dell’Economia e Presidente della Banca Centrale del Reich nazista. Per i più curiosi ricordiamo anche che Schacht aveva origini ebraiche.

Schacht soleva ripetere qualcosa come “le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe”. In estrema sintesi, secondo quanto riporta l’economista Stefano Sylos Labini [6], egli ideò un meccanismo simile al baratto per commutare l’acquisto di materie prime dall’estero in commissioni per l’industria tedesca: le materie prime importate erano pagate con prodotti finiti dell’industria germanica, così da evitare la fuoriuscita dal Paese di capitale liquido. Inoltre la combinazione della sovranità monetaria e delle politiche di autarchia permise alla Germania di non avere vincoli di spesa e allo stesso tempo di non doversi indebitare con l’estero, oltretutto le ricadute sull’economia interna rivenienti dalla svalutazione del marco rispetto al dollaro furono praticamente nulle. La creazione del MEFO (sistema con cui la Banca Centrale forniva agli industriali i capitali di cui avevano bisogno tramite la concessione di cambiali garantite dallo Stato) e la fiducia nazionale [7] fecero il resto: nel gennaio del 1933 i disoccupati erano 6 milioni, nel 1938 erano appena 400 mila. Ultima postilla per i più curiosi: Schacht fu processato a Norimberga e ritenuto non colpevole.

Dunque il regime nazista è stata una sintesi politica auspicabile e benevola? La risposta scontata, vigorosa e inamovibile è un secco no! Il nazismo è stato e rimane uno dei peggiori atti criminali di cui si è macchiato l’uomo e alla luce di questa considerazione possiamo tornare ai giorni nostri. Non confondiamo i successi economici dell’Islanda, ma soprattutto dell’Ungheria, con la bontà generale del sistema. Il Nazismo creò posti di lavoro sui cadaveri dei campi di concentramento, non credo occorra aggiungere altro. Per questo occorre guardare con rinnovata e attenta serietà alla svolta a destra di Islanda e Ungheria (attenzione anche alla Norvegia dove il partito populista di Breivik, il boia nazista di Utoya che due anni fa uccise 77 civili è entrato in Parlamento e ad Alba Dorata in Grecia): che l’Europa sia un sistema torbido e perfettibile è certamente vero, ma i nazionalismi rampanti non sono una risposta plausibile. Né oggi né ieri, quando il nazismo nacque sull’ondata di malcontento verso l’Europa.

A riprova di quanto affermato, concludiamo la rassegna odierna con le parole di Simone Esposito, vicepresidente dell’associazione EPIC (Economia Per i Cittadini) che si occupa della promozione della Modern Money Theory (sovranità monetaria e piena occupazione) in Italia: “La Politica Economica è uno strumento e in quanto tale mi sento di poter affermare che fu efficace anche quella utilizzata del partito Nazionalsocialista tedesco dal 1933 al 1938, o quella utilizzata dal regime fascista in Italia, o ancora quella del governo Bush negli Stati Uniti che sì ha tenuto alta domanda aggregata e occupazione… ma grazie a politiche di guerra! Noi prendiamo le distanze in maniera siderale sia dal nazionalsocialismo che dalle politiche guerrafondaie USA. Bisogna perciò sottolineare che uno strumento, anche se funzionale, va usato, e come lo si usa è una questione politica, non economica. Una forbice buona è una forbice che taglia bene, se la si usa per fare modellini per bambini o per uccidere persone è un’altra questione, noi ci occupiamo dell’affilatura della forbice, spetta, invece, alla politica vera e propria decidere quali obbiettivi perseguire attraverso questo strumento.

                                                                                                                                                           Fabrizio Leone

“[…] perché non essendo dalla natura conceduto alle mondane cose il fermarsi, come le arrivano alla loro ultima perfezione, non avendo più da salire, conviene che scendino; e similmente, scese che le sono e per li disordini ad ultima bassezza pervenute, di necessità non potendo piú scendere conviene che salghino; e cosí sempre da il bene si scende al male, e da il male si sale al bene”. 

N. Machiavelli, “Istorie fiorentine”, V, cap.I.

 

 

Note

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27introduzione_dell%27euro

[2] http://www.rivistaeuropae.eu/politica/elezioni-in-islanda-no-allue-e-ritorno-al-passato/

[3]http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/10/Fmi-Ue-Ungheria-aiuti.shtml?uuid=6df6aad4-a592-11dd-bd0e-74972eef3b4a&DocRulesView=Libero

[4] http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/848325/L-Ungheria-esce-dalla-recessione-e.html

[5] http://informare.over-blog.it/article-l-ungheria-caccia-il-fmi-ed-emette-moneta-sovrana-e-senza-debito-119905651.html

[6] http://www.appelloalpopolo.it/?p=4483

[7] per “fiducia nazionale” si intende la fiducia che gli industriali nutrivano per il sistema MEFO, che divenne un vero e proprio alter ego del denaro evitando così che tali cambiali venissero mai incassate in contanti. Il rischio corso da Schacht consisteva nel fatto che se i MEFO fossero stati riscossi in contanti tutti insieme, la conseguenza sarebbe stata un’esagerata immissione di contante liquido con la certezza di dover affrontare un’enorme ondata di inflazione.

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