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giovedì , 23 marzo 2017
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Otto mesi senza Vadim

La testimonianza di Fatima Papura, madre del giovane comunista vittima del rogo della Casa dei Sindacati di Odessa

Fonte:Marx21.it

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы

www.2may.org

Traduzione dal russo di Flavio Pettinari per Marx21.it

Il dolore di una madre che ha perso il proprio figlio non può essere descritto. Il dolore brucia tutto dentro. La vita perde di senso. Il tempo si ferma. A causa dell’odio umano, della disperazione, del radicalismo, 8 mesi fa Fatima Papura ha perso il bene più prezioso della sua vita – il suo unico figlio, il diciassettenne Vadim. Vadim è stato la più giovane vittima del 2 maggio alla Casa dei Sindacati, è caduto dalla finestra dell’edificio in fiamme. A terra, lo hanno finito i nazionalisti ucraini. La donna colpita da questa disgrazia ha accettato di raccontare al “Comitato 2 Maggio” la vita di Vadim e quel giorno terribile, quando questa vita è stata tragicamente interrotta.

Il venerdì nero, ovvero il giorno in cui tutto è finito

Era un normale venerdì, un giorno libero di maggio. Al mattino – niente di particolare. I genitori hanno iniziato le pulizie di primavera. Vadim, come al solito, li ha aiutati. Poi si è messo a leggere dei libri.

«Ha detto che forse sarebbe andato a dare una mano al Campo di Kulikovo – ricorda Fatima Papura – “forse, se mi chiamano”. Quando sono iniziati i fatti di via Grecheskaja lui era ancora a casa. Insieme guardavamo la diretta in televisione. Non potevo immaginare l’orrore che sarebbe accaduto. Quando ho visto che su via Grecheskaja iniziavano a sparare e a prendere le pietre dal selciato, ho capito subito che non si trattava di gente di Odessa. Nessun odessita si comporterebbe in modo così offensivo verso la sua città».

Il momento in cui Vadim è uscito di casa, Fatima Papura lo ricorda vagamente: ha raccolto in fretta le sue cose ed è uscito inosservato. A quanto pare lo hanno o chiamato, o gli hanno scritto sui social network. Il momento in cui è uscito lo ricorda bene la nonna. Quando gli ha chiesto dove andasse, Vadim a risposto: «Vado a difendervi». I genitori, poi, non lo hanno più visto vivo…

«Ci chiamò alle 6 dalla Casa dei Sindacati. Disse: “Mamma, sono al Campo di Kulikovo, nella Casa dei Sindacati. Per favore, non fare l’eroe, non venire qui” – racconta con amarezza Fatima – questa è stata l’ultima telefonata».

Vedendo cosa stava accadendo al Campo di Kulikovo e poi nella casa dei Sindacati, i genitori di Vadim hanno chiamato la Pubblica Sicurezza: «Guardate, la Casa dei Sindacati è in fiamme, c’è gente dentro!». In risposta, la voce metallica del centralino: “Sì, grazie”. Le chiamate alla polizia furono anch’esse del tutto inutili: semplicemente non rispondevano al telefono.

«Dopo di questo, io e mio marito abbiamo deciso di andare al Campo di Kulikovo. Siamo andati a salvare nostro figlio. Per molto tempo non potevamo partire: non c’erano né pulmini, autobus o taxi. Abbiamo aspettato con difficoltà l’arrivo del tram. Siamo arrivati là alle sette e mezza. I vigili del fuoco avevano già spento tutto.

Non dimenticherò mai l’orrore che abbiamo visto sul Campo di Kulikovo. La folla scatenata, delle vere bestie, o anche peggio… gli animali uccidono solo per fame.

Là c’erano delle giovani ragazze, anche se non posso chiamarle ragazze – ragazzine di sedici anni. Nella mia testa non riesco a comprendere il perché di quello che gridavano… La gente si nascondeva sul tetto, loro facevano luce con dei fari e incitavano: “Forza, buttati!”. Abbiamo visto un uomo bruciato rimasto bloccato sul davanzale della finestra. E loro lo schernivano puntando le luci contro di lui… Là c’erano dei veri fascisti. Perché sono andati là per uccidere i propri concittadini. Sono andati deliberatamente per uccidere. E quel ghigno feroce, quell’odio… Quegli occhi folli, la folle espressione delle loro facce…» racconta a stento Fatima Papura.

Quello che stava accadendo sembrava un incubo. Ma i genitori di Vadim avevano un solo scopo – trovare e salvare il proprio figlio. Fatima Papura provò ad entrare nella Casa dei Sindacati, ma i nazionalisti glielo hanno impedito.

La speranza s’è accesa per un attimo quando dall’edificio bruciato la polizia ha iniziato a tirare fuori chi era rimasto dentro. Per tre ore i genitori hanno cercato tra gli arrestati il proprio figlio, ma inutilmente. Vadim non c’era.

«Avevamo una gran sete e siamo andato alla stazione a comprare dell’acqua. Quando tornavamo, abbiamo visto che dalla parte destra della Casa dei Sindacati giacevano a terra dei corpi. Attorno un cordone di polizia. Ci siamo avvicinati. Mio marito mi ha chiesto se avessi visto Vadim. Ho risposto di no, ma poi… abbiamo visto su uno dei corpi i pantaloncini della tuta di nostro figlio, e abbiamo capito tutto… ».

La nostra conversazione si interrompe. Capire quanto possa essere difficile per questa donna ripercorrere di nuovo e ancora gli eventi di quel giorno terribile è impossibile.

Anche a me, giornalista, che ho ascoltato decine di storie simili, il cuore batteva di dolore e venivano le lacrime agli occhi.

«Stanno affossando le indagini»

L’identificazione, i funerali… tutto questo è passato davanti all’infelice donna come nella nebbia. Ora per lei la cosa assolutamente più importante è che gli assassini del figlio vengano trovati e puniti secondo la legge. Ma è difficile credere nel buon esito delle indagini.

«Nessuno dice niente. Io non voglio andare dagli investigatori, a chiedere, a pregarli… Nessuno sta conducendo realmente le indagini. C’è moltissimo materiale video dove si vedono i volti, si vedono quelli che uccidono. C’è un video molto chiaro dell’uomo che ha strangolato la donna nell’ufficio, sono noti i suoi dati personali, l’indirizzo. Ma è in libertà. Stanno affossando le indagini».

Fatima Papura racconta che durante gli interrogatori, il giudice istruttore le ha fatto una sola domanda: «Che ci vi faceva Suo figlio al Campo di Kulikovo?» «E qualsiasi cosa stesse facendo, chi aveva il diritto di ucciderlo? Chi ha dato a chi l’ordine di fare quello che è stato fatto al Campo di Kulikovo?», chiede indignata la donna.

«Dal giudice istruttore sono stata 2 o 3 volte. Poi ho smesso di andarci perché quelle visite erano non molto piacevoli. Mio padre ci è andato, per cercare di sapere qualcosa. Ma nessuno non dice e non fa niente.

Tutti capiscono perfettamente perché l’indagine non va avanti. Perché i manifestanti del Campo di Kulikovo sono accusati di separatismo, terrorismo, di essersi da soli dati alle fiamme. Ma queste sono sciocchezze. Non c’era alcun separatista. Non si trattava della divisione dell’Ucraina. I manifestanti erano là contro il fascismo. Contro tutto ciò che sta accadendo adesso nello stato. Nel paese il fascismo avanza, a viso aperto e impunito. Trovo spaventoso che là c’erano molti giovani, che possono continuare a camminare per le strade sentendosi impuniti. Uccideranno ancora altre persone. Non avranno alcun limite: bambino, donna, o vecchio che sia. Le autorità non puniscono o reprimono i loro crimini. E, purtroppo, più passa il tempo e meno possibilità abbiamo che possa prima o poi prevalere la giustizia», conclude Fatima Papura.

Un ragazzo ordinario e straordinario

Anche se Fatima Papura nella nostra intervista ripete spesso che figlio era un “ragazzo normale”, ci si rende conto che invece era diverso dai suoi coetanei. Diligente, responsabile, buono, onesto, gentile, coraggioso: non a tutti i diciassettenni sono date queste qualità.

«Vadim aveva i suoi principi, la sua visione e i suoi scopi nella vita. Gli piaceva studiare all’università, era entrato a scienze politiche. Era un ragazzo versatile, giocava bene a scacchi e suonava benissimo il piano. E non, come molti, “sotto forzatura”. Lui stesso ha cercato e trovato il corso, l’insegnante, andava da solo e con soddisfazione alle lezioni», ricorda Fatima Papura. Vadim era appassionato di modellismo, aveva una collezione di modellini di aerei, amava i film sulla Grande Guerra Patriottica. E’ stato il primo a vedere “La Fortezza di Brest”. Un film duro. Io non sono riuscita a vederlo. Lui lo ha visto dall’inizio alla fine e alla fine si è commosso fino alle lacrime. Questo film racconta l’eroismo del popolo, dei soldati, degli ufficiali».

A 16 anni, Vadim Papura è entrato nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del Partito Comunista d’Ucraina, NdT). Di propria iniziativa ha contattato l’organizzazione del Komsomol ed è entrato a farne parte. Nel 2012 è stato anche a Kiev, al congresso.

«Prese questa decisione da solo – ci spiega la mamma di Vadim – e noi lo abbiamo sostenuto perché nei principi del Komsomol non c’è niente di sbagliato. Sono posizioni assolutamente giuste che creano la spina dorsale di una persona. Vadim aveva assorbito tutti i giusti principi e le giuste posizioni di questo movimento. Dopo tutto, cosa insegna il Komsomol? Ad essere onesti, generosi, a rivolgersi alle altre persone con gentilezza e comprensione, a realizzare i propri scopi. Ma la maggior parte dei giovani oggi non ha alcun limite o regola», considera Fatima Papura.

Anche i compagni di classe parlano di Vadim come di un ragazzo considerevole. Un caso emblematico, quando qualcuno dei compagni di classe ha detto delle parolacce in presenza di una ragazza e Vadim lo ha costretto a chiedere scusa.

«Vadim odiava le parolacce e le ingiurie, soprattutto con le ragazze – racconta Fatima Papura – quando andavamo insieme con i mezzi pubblici usciva per primo e dava la mano per aiutare a scendere. Abbiamo cercato di infondergli queste qualità, essere gentile, aiutare. Ad esempio, quando a scuola c’erano degli incontri fuori, le pulizie, non permetteva mai alle ragazze di portare i secchi pesanti, ci pensava lui».

Quanto bene avrebbe potuto fare Vadim nella sua vita. Ma ora non può più…

La vita senza il figlio

Nella casa di Fatima Papura, tutto ricorda Vadim. Ecco la sua fotografia dove con i suoi occhi buoni, puliti, guarda la sua mamma, solo in basso a destra il nastro nero, come una scia dell’incendio. Ecco la pila dei quaderni dell’università, in cui Vadim sembra che solo ieri annotava gli appunti delle lezioni. La scacchiera, ma ora il padre non ha nessuno con cui giocare.

«Dicono che adesso l’immagine di mio figlio è diventata per molti antifascisti il simbolo della lotta contro il fascismo. Se questo può aiutarli nella lotta, ne sarò soltanto felice perché adesso non sono in molti quelli che possono unire la gente per uno scopo nobile, anche se dopo la morte.

Mi manca molto – piange la donna – è davvero dura senza di lui. E’ scomparsa la persona per cui vivevamo. In lui vedevamo il senso della nostra esistenza, il complesso della nostra vita. Non augurerei a nessuno di vivere neanche una piccola parte della disgrazia e della disperazione che si sono sedimentate nel mio cuore dopo il 2 maggio».

Alle fine della nostra conversazione, Fatima ricorda un fatto accaduto alla vigilia della morte del figlio. Vadim stava presentando una tesina di scienze politiche. Al membro del Komsomol avevano dato un quattro (i voti in Ucraina vanno dall’1 al 5, il voto massimo, NdT) e hanno aggiunto un altro punto perché non ha reagito alle parole scritte su un foglio di carta, “comunista alla forca”, esposto da sue compagne di classe. Più tardi, ai funerali di Vadim, le ragazze si sono pentite della loro azione, piangevano. Ma era troppo tardi…

Ricordate queste parole, quando la prossima volta vorrete insultare chi la pensa diversamente da voi.

Comitato 2 Maggio

Fonte: sito del Comitato per la Liberazione di Odessa, Комитет освобождения Одессы

http://www.2may.org

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