Pace: una storia lunga e tormentata, tra idee e realtàTribuno del Popolo
giovedì , 25 maggio 2017
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Pace: una storia lunga e tormentata, tra idee e realtà

In un’intervista esclusiva per il nostro sito, Domenico Losurdo, Presidente dell’Associazione Politico-Culturale Marx XXI, presenta il suo nuovo libro, “Un mondo senza guerre”.

Iniziamo da un nesso immediato: il tema centrale del tuo nuovo libro (D. Losurdo, Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, Roma) non può che richiamare alla mente, a quel lettore che ha seguito un poco il tuo percorso intellettuale, un altro tema a cui hai dedicato attenzione nel corso dei tuoi studi: quello della non-violenza (cfr. La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari 2010). Esiste un filo conduttore tra questi argomenti e tra queste due ricerche?

Il libro sulla non-violenza giunge a un risultato assai sorprendente per il comune lettore. Al momento dello scoppio della prima guerra mondiale Gandhi si offriva quale «reclutatore capo» di truppe indiane per l’esercito britannico e lanciava un appello alla mobilitazione totale: l’India doveva essere pronta a «offrire nell’ora critica tutti i suoi figli validi in sacrificio all’Impero», a «offrire tutti i suoi figli idonei come sacrificio per l’Impero in questo suo momento critico»; «dobbiamo dare per la difesa dell’Impero ogni uomo di cui disponiamo». Lenin invece esprimeva tutto il suo orrore per la carneficina che infuriava, invitava a porvi fine e promuoveva la rivoluzione in nome anche della pace. Tale pace doveva includere i popoli coloniali, dalle grandi potenze imperialistiche razziati a guisa di schiavi e costretti a combattere e a morire a migliaia di chilometri dalla loro terra per una causa che certamente non era la loro. In questo senso il libro sulla non-violenza ha gettato le basi per l’odierno libro su pace e guerra.
Nel tuo libro presenti, in relazione al tema della pace, un quadro della storia più complesso e intrecciato di quello che, di consuetudine, tende ad offrire il manicheismo della logica binaria: il cammino dell’umanità più che da scontri tra ideali di pace e ideali di guerra, appare scandito, soprattutto dopo l’avvento dell’età moderna, da conflitti tra diversi ideali di pace. Potresti illustrarci concretamente questo tipo di dialettica?

Alcuni decenni prima della rivoluzione francese a parlare di «pace perpetua» era l’abate di Saint-Pierre, che però intendeva far valere tale ideale solo per le potenze civili e cristiane dell’Europa. Esse erano chiamate a rappacificarsi e ad allearsi in modo da fronteggiare meglio i «turchi», i «corsari d’Africa» e i «tartari»; combattendo contro i barbari, esse potevano persino trovare «le occasioni per coltivare il genio e i talenti militari». Facciamo un salto di quasi due secoli. Nel 1907 il Premio Nobel per la pace era assegnato a Ernesto Teodoro Moneta (l’unico italiano insignito di tale riconoscimento), che quattro anni dopo non aveva difficoltà a dare il suo appoggio alla guerra dell’Italia contro la Libia, trasfigurata, nonostante i consueti massacri coloniali, quale intervento civilizzatore e benefica operazione di polizia internazionale. Peraltro, nel rivendicare la sua coerenza di «pacifista», Moneta aveva il merito di esprimersi con chiarezza: ciò che veramente importava era la pace tra le «nazioni civili», che legittimamente scaricavano «le loro energie esuberanti nel continente africano», e ciò «nell’interesse stesso della pace europea» (e occidentale). Ecco la prima distinzione che s’impone: si tratta di vedere se l’ideale della pace perpetua sia declinato in modo universalistico. In caso contrario esso può divenire una micidiale ideologia della guerra: negli USA della seconda metà dell’Ottocento, i campioni del Manifest Destiny e dell’espansionismo coloniale nel Far West si sentivano legittimati a decimare o annientare i nativi, considerati razze inguaribilmente bellicose che ostacolavano l’avvento della pace perpetua. Non si tratta di un capitolo di storia remota e senza alcun rapporto con il presente: ancora ai giorni nostri le infami guerre coloniali o neocoloniali che in Medio Oriente hanno distrutto interi paesi, provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi sono state presentate come operazioni di «peace-keeping» ovvero di «polizia internazionale»! Ma per avere un’idea di cosa si tratta, vediamo in che modo un filosofo di fama internazionale (Todorov) ha descritto il regime change imposto in Libia nel 2011: «Oggi sappiamo che la guerra ha fatto almeno 30.000 morti, contro le 300 vittime della repressione iniziale» rimproverate al regime che i macellai della NATO erano decisi a rovesciare. Una brillante operazione di «mantenimento della pace»!

Molto spesso Hegel, in quanto teorico del conflitto, viene accusato di promuovere una giustificazione della guerra. Nel tuo libro poni invece il suo pensiero come un contributo filosofico alla realizzazione della pace, ben maggiore di quello di Fichte e persino di quello dello stesso Kant (che, possiamo dire, costituisce una sorta di precursore del diritto internazionale). Se solitamente il passaggio Kant-Fichte-Hegel, viene presentato come un allontanamento dall’idea di pace, nel tuo libro questo passaggio coincide con uno sviluppo di questo concetto. Puoi chiarire questo punto?

Al di là di Hegel, occorre non perdere di vista le altre figure centrali della filosofia classica tedesca. Sull’onda della lotta da lui promossa contro l’occupazione semicoloniale da Napoleone imposta alla Germania e all’Europa, Fichte sviluppa una teoria della rivoluzione nazionale che è al tempo stesso rivoluzione sociale. Attraverso la mediazione di Lenin, grande ammiratore della sollevazione antinapoleonica, tale teoria svolge un ruolo centrale nelle rivoluzioni anticoloniali del Novecento. Se si volesse attualizzare la lezione dell’ultimo Fichte, occorrerebbe promuovere un movimento di protesta e di ripulsa contro le basi militari che gli USA e la NATO hanno installato in Europa che minacciano di coinvolgere rovinosamente l’Europa in una guerra decisa sovranamente da Washington. È lo stesso Brzezinski, già membro dell’amministrazione Carter e tuttora influente stratega statunitense a parlare dei presunti alleati degli USA come di «vassalli». Questi – possiamo aggiungere – sono costretti a erogare risorse finanziarie e carne da cannone per le guerre dell’Impero americano, così com’erano costretti a fare gli Stati tedeschi per le guerre dell’Impero napoleonico.

Per quanto riguarda Kant, la «pace perpetua» da lui invocata non solo ha una dimensione universalistica ma comporta la condanna della schiavitù nera, abolita dalle correnti più radicali della rivoluzione francese ma fiorente nel liberale Impero britannico (e nella stessa repubblica nordamericana nata da una costola di tale Impero). Vale la pena di aggiungere che la «pace perpetua» auspicata da Kant presuppone un rapporto di eguaglianza tra i diversi Stati e non ha nulla che fare con il dominio planetario imposto da uno Stato o da un gruppo di Stati, non ha nulla a che fare con la «monarchia universale», agli occhi del filosofo tedesco sinonimo di «dispotismo senz’anima». William Pitt, primo ministro della Gran Bretagna liberale che, in nome della libertà, pretende di rovesciare il governo rivoluzionario francese è bollato da Kant quale «nemico del genere umano». Siamo in presenza di una sorta di denuncia ante litteram della politica di regime change, ai giorni nostri messa in atto da Washington (spesso con la complicità subalterna di Bruxelles). È vero, Kant è stato più volte invocato dall’Occidente nel corso delle sue «operazioni di polizia internazionale»; ma agli apologeti della «monarchia universale» e del regime change noi possiamo ben rispondere: «giù le mani da Kant!». A coloro che, in nome di presunti valori universali, pretendono di dettar legge nel mondo intero, il grande filosofo della pace ha obiettato in anticipo: «la natura sapientemente separa i popoli»; a ciò provvede la «diversità delle lingue e delle religioni»; il tentativo di unificare il mondo sotto il segno del dispotismo internazionale si scontra pertanto con la resistenza dei popoli e finisce col produrre un’«anarchia» sanguinosa.

È giusto peraltro sottolineare l’importanza tutta particolare di Hegel. Pochi hanno riflettuto sul fatto che il bilancio critico da lui tracciato dell’ideale della «pace perpetua» è una critica severa delle guerre condotte in nome di questo ideale! Per dirla con Engels, la pace perpetua promessa dalla rivoluzione francese si trasforma con Napoleone in una guerra ininterrotta di conquiste. È la medesima conclusione a cui giunge Hegel. Con la disfatta di Napoleone e l’avvento della Restaurazione la Santa Alleanza conduce le sue spedizioni punitive e le sue guerre agitando essa stessa la bandiera della «pace perpetua»; e anche in questo caso calzante e pungente è la critica di Hegel: voler assicurare la «pace perpetua» mediante l’esportazione con la forza delle armi di questo o quel regime politico significa rendere la guerra non solo perpetua ma anche totale.

Che rapporto sussiste tra l’ideale rivoluzionario e quello pacifista? Sono essi compatibili?

L’idea universalistica di pace perpetua è emersa ed è diventata un’aspirazione e un movimento di massa in occasione della rivoluzione francese e, con una forza tutta particolare, con lo scoppio della rivoluzione d’ottobre. Si tratta di due rivoluzioni che rispettivamente hanno finito col promuovere o hanno promosso in modo consapevole e organizzato la lotta contro il sistema coloniale (e il pregiudizio razziale a esso connesso). La rivoluzione del 1789 sfocia in Santo Domingo-Haiti nella grande sollevazione degli schiavi neri diretta da Toussaint-Louverture. Nel 1917, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Lenin fa appello agli «schiavi delle colonie» a spezzare le loro catene. L’universalismo mette radicalmente in discussione da un lato l’assoggettamento coloniale e la schiavitù o semi-schiavitù coloniale e dall’altro l’idea per cui le «razze superiori» sarebbero destinate a dominare quelle «inferiori» e i popoli di cultura superiore sarebbero chiamati a dettar legge a quelli di cultura inferiore. È in questo contesto politico-ideologico che l’idea universalistica di un mondo senza guerre può ispirare un movimento di massa. Peraltro, l’esperienza storica ha dimostrato quanto sia difficile realizzare nella pratica tale idea: si tratta di un processo di apprendimento che è ben lungi dalla sua conclusione.

Per tracciare un’altra comparatistica interna alle tue ricerche, come si concilia il concetto di “pace” con quello di “lotta di classe” (cfr. D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica Laterza, Roma-Bari 2013)?

Nelle colonie, dove un intero popolo è assoggettato, privato della sua terra, deportato e spesso decimato, la «questione sociale» si presenta come «questione nazionale» (ovvero la lotta di classe tende a configurarsi al tempo stesso come lotta nazionale). L’osservazione è di Marx, il quale per altro verso osserva: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude», come dimostra in particolare il ricorso contro i nativi a pratiche genocide. La lotta degli «schiavi delle colonie» è una grande lotta di classe e al tempo stesso una lotta per la pace (e contro le forme più brutali di guerra e di violenza).

Nelle le pagine del tuo libro sembra agire in profondità la lezione hegeliana, soprattutto attraverso i concetti di “particolare astratto” ed “universale astratto” che proprio in cagione della loro astrattezza, vale a dire del mancato riconoscimento dell’alterità, si rovesciano ciascuno nel proprio contrario. Emblemi della seconda di queste due categorie appaiono quelli che chiami “Impero britannico” ed “Impero americano”. Puoi darci alcune spiegazioni?

Oggi si discute molto di universalismo e di relativismo. Occorre però tener presente una terza posizione: l’«empirismo assoluto», che secondo Hegel ha luogo allorché si conferisce il crisma dell’universalità anche a un particolare assai controverso o del tutto inaccettabile. Oggi è facile imbattersi nell’espressione «interessi e valori americani» oppure «interessi e valori occidentali»; ed è altrettanto facile imbattersi nella tesi per cui valori occidentali e americani sarebbero al tempo stesso universali. In tal modo gli stessi interessi imperiali diventano espressione di indiscutibili valori universali. È un empirismo assoluto abbastanza esplicito. Allorché poi un paese determinato pretende di essere la «nazione eletta da Dio», l’empirismo assoluto si manifesta nella sua forma più crassa e volgare. Ed esso, per dirla con Hegel, è «uno stravolgimento e una truffa»; è un atteggiamento inaccettabile non solo sul piano logico e «scientifico» ma anche su quello «etico».

Occorre tuttavia tener presente che nell’empirismo assoluto può finire col cadere anche un entusiasmo rivoluzionario poco meditato e piuttosto ingenuo, che esige l’esportazione della rivoluzione, ignorando le peculiarità, le sensibilità, gli interessi di ogni singola nazione. Secondo Hegel, invece, l’universale è autentico solo nella misura in cui sa abbracciare il particolare. Si tratta, agli occhi di Lenin, di una «formula eccellente»!

Evidentemente la ricostruzione storica e filosofica da te compiuta non ubbidisce a un interesse di semplice erudizione ma giunge a misurarsi con alcuni problemi centrali del nostro tempo. Nel volume viene mostrato come attualmente sia in corso una guerra psicologica condotta dagli Stati Uniti ai danni di Russia e Cina. Una guerra che, possiamo dire, ha già riversato in Occidente una ondata di russofobia e sinofobia suscettibile di assumere le conformazioni più svariate. A questa si aggiunge una guerra economica, anch’essa già in atto. Ma il più forte timore è che queste opere di destabilizzazione, già di per sé gravide di conseguenze drammatiche sulla vita collettiva, preparino sin da ora l’eventualità dell’annientamento sul piano militare. Puoi illustrarci i rischi reali riguardo a quest’ultimo aspetto?

Diamo la parola a un analista autorevole e non sospetto di simpatie comuniste. Sergio Romano ha richiamato più volte l’attenzione sul fatto che gli USA aspirano da un pezzo a garantire a se stessi «la possibilità di un primo colpo [nucleare] impunito». È questa aspirazione a spiegare la denuncia da parte del presidente Bush jr., il 13 giugno 2002, del trattato stipulato trent’anni prima. Era «l’accordo forse più importante della Guerra fredda», quello in base al quale USA e URSS si impegnavano a limitare fortemente la costruzione di basi antimissilistiche, rinunciando così al perseguimento dell’obiettivo dell’invulnerabilità nucleare e quindi del dominio planetario che tale invulnerabilità dovrebbe garantire. Il paese che pretende di essere la «nazione eletta da Dio», l’unica «nazione indispensabile» e circonfusa dall’aura dell’«eccezionalismo», vorrebbe assicurarsi un monopolio di fatto delle armi di distruzione di massa e dunque una sorta di potere di vita e di morte sul resto della popolazione mondiale. Tutto ciò non promette nulla di buono…

Su «La Lettura» del «Corriere della Sera» (03/07/2016), Antonio Carioti sembra implicitamente riabilitare una logica argomentativa cara ad Ernst Nolte, sia pure aggiornata ai giorni nostri: l’Occidente e gli Stati Uniti hanno commesso crimini atroci, ma si tratta di congiunture, effetti collaterali sopportabili pur di scongiurare quella che costituisce la più grande minaccia per la pace: il superamento del sistema capitalistico. Questo, qualora si verificasse, trasformerebbe invero il pianeta in un cumulo di “formicai” o di “cimiteri”. Sì che le guerre di Wilson o Bush jr sarebbero ben poca cosa in confronto alla spietatezza di Lenin o Mao, campioni, assieme al socialismo, non già dell’ideale di pace, ma dell’intolleranza e della violenza di classe. Che cosa risponderesti a queste accuse? Il sistema capitalistico resta pur sempre, come il Corriere vuole indurre a pensare, il più pacifista, il meno violento, dei sistemi realmente possibili?

Nel tracciare il bilancio degli ultimi due secoli di storia, l’ideologia dominante, assunta da Carioti come un dogma indiscutibile, fa astrazione dalle colonie. Se invece superiamo questa astrazione arbitraria e falsificante, ecco che il quadro cambia in modo radicale. A metà dell’Ottocento, a proposito dell’Irlanda, colonia della Gran Bretagna, Beaumont, il compagno di Tocqueville nel corso del viaggio in America, parla di «un’oppressione religiosa che supera ogni immaginazione»; le angherie, le umiliazioni, le sofferenze imposte dal «tiranno» inglese a questo «popolo schiavo» dimostrano che «nelle istituzioni umane è presente un grado d’egoismo e di follia, di cui è impossibile definire il confine». In quello stesso periodo di tempo, Herbert Spencer, filosofo liberale e neoliberista, descrive in che modo procede l’espansionismo coloniale (portato avanti in primo luogo da paesi di consolidata tradizione liberale): all’espropriazione degli sconfitti fa seguito il loro «sterminio»: a farne le spese non sono solo gli «indiani del nord-America» e i «nativi dell’Australia». Il ricorso a pratiche genocide in ogni angolo dell’Impero coloniale britannico: in India «è stata inflitta la morte a interi reggimenti», colpevoli di «aver osato disobbedire ai comandi tirannici dei loro oppressori». Circa cinquant’anni dopo, Spencer si sente costretto a rincarare la dose: «siamo entrati in un’epoca di cannibalismo sociale in cui le nazioni più forti stanno divorando le più deboli»; occorre riconoscere che «i bianchi selvaggi dell’Europa stanno di gran lunga superando i selvaggi di colore dappertutto». L’espansionismo coloniale stimola una competizione sfociata nella carneficina della prima guerra mondiale: per dirla con lo storico statunitense Fritz Stern, è «la prima calamità del ventesimo secolo, la calamità dalla quale scaturiscono tutte le altre». Sì, Hitler si propone di imitare Gran Bretagna e Stati Uniti: mira a stabilire le «Indie tedesche» in Europa orientale oppure a promuovere qui un’espansione coloniale simile a quella a suo tempo verificatasi nel Far West della repubblica nord-americana. In modo analogo si atteggia l’Impero del Sol Levante: perché dovrebbe essere disconosciuto al Giappone il diritto all’espansionismo coloniale e imperiale di cui fa larghissimo uso la Gran Bretagna? Solo l’accecamento ideologico e manicheo può negare il merito storico acquisito dal movimento comunista nel mettere in discussione il sistema colonialista mondiale.

Disgraziatamente, la lotta tra colonialismo e neocolonialismo da un lato e anticolonialismo dall’altro è ben lungi dall’essersi conclusa. Ai giorni nostri, in particolare in Medio Oriente, le guerre scatenate da Washington e da Bruxelles, e il cui carattere neocoloniale è non poche volte riconosciuto e sottolineato dalla stessa stampa occidentale, stanno provocando un disastro dopo l’altro. Invece di prendere atto di questa realtà, Carioti grida allo scandalo per il fatto che il sottoscritto si esprime con «benevolenza» anche a proposito della «Siria sotto il regime della famiglia Assad, descritta come un’”oasi di pace di pace e libertà religiosa”». Il giornalismo brillante non ha tempo e voglia per la precisione filologica. Diversamente Carioti si sarebbe accorto che a suscitare la sua indignazione è un articolo dell’«International Herald Tribune» del 30-31 luglio 2011, p. 4 (Tim Arango, Despite upheaval, Syria beckons to Iraqis). Conviene riportarne alcuni passaggi.

«In Irak, la Siria rappresenta ancora qualcosa di simile a un’oasi. Gli irakeni cominciarono a rifugiarsi di là per sfuggire la guerra diretta dagli USA e il susseguente bagno di sangue della violenza settaria. Nel corso della guerra, la Siria ha accolto circa 300 mila rifugiati irakeni, più di qualsiasi altro paese nella regione (a quello che riferisce l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati). In questi giorni, anche se la Siria deve fronteggiare i suoi disordini, sono pochi gli irakeni che ritornano in patria. In effetti, sono molto più numerosi gli irakeni che partono per la Siria di quelli che ritornano in patria».

Oggi, la situazione è cambiata in modo radicale. Ma chi è il responsabile della catastrofe che è sotto gli occhi tutti? Una cosa è certa. Come documenta il mio libro, già nel 2003 i neoconservatori USA progettavano in modo esplicito e pubblico il cambiamento di regime a Damasco. D’altro canto, anche Sergio Romano ha osservato: già da un pezzo la Siria era stata inserita dai neoconservatori nel novero dei paesi «considerati un ostacolo alla “normalizzazione”» del Medio Oriente; «nell’ottica dei neoconservatori, se gli Stati Uniti fossero riusciti a provocare un cambio di regime a Baghdad, Damasco e Teheran, la regione, soggetta ormai all’egemonia congiunta degli Stati Uniti e di Israele, sarebbe stata finalmente “pacificata”». Sennonché, i custodi dell’ortodossia atlantica gridano allo scandalo anche per tesi che si possono leggere tranquillamente sull’«International Herald Tribune» o che sono espresse da autorevoli editorialisti del «Corriere della Sera» (il quotidiano al quale collabora anche Carioti).

Oggi abbiamo visto assegnare premi Nobel per la pace al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e al dissidente cinese, Liu Xiaobo. A contraddistinguere l’amministrazione del primo è stato lo scatenamento della guerra contro la Libia, il sostegno garantito ad Israele durante le operazioni militari “Piombo fuso” e “Margine di protezione”, il supporto economico e militare al terrorismo di matrice islamica in Siria contro il governo di Assad, il sostegno ai tentativi di colpo di Stato militari in Venezuela e il supporto del golpe di Majdan in Ucraina, realizzato con un considerevole protagonismo di formazioni filonaziste come Svoboda e Pravy Sektor. Il secondo ha esplicitamente sostenuto ed esaltato il colonialismo occidentale ai danni della Cina. Possiamo dire che l’idea di “pace” abbia subito, negli ultimi lustri, una preoccupante involuzione? E quali sono state le ragioni storiche che l’hanno determinata?

Come ho spiegato in precedenza, a lungo l’idea di un mondo senza guerre, l’idea di «pace perpetua» è stata declinata con lo sguardo rivolto esclusivamente all’Occidente. Certo, questa tradizione è stata messa radicalmente in discussione dalla rivoluzione d’ottobre, Sennonché, dopo il trionfo conseguito dall’Occidente e dal suo paese-guida nella guerra fredda, a Washington, Bruxelles e in altri capitali non pochi si sono abbandonati all’illusione di poter tornare al buon tempo antico. E così, il ritorno alla grande delle guerre coloniali o neocoloniali è andato di pari passo con il conferimento del premio Nobel per la Pace ai protagonisti e agli ideologi delle guerre coloniali e neocoloniali. Oltre a Obama, sono stati insigniti Liu Xiaobo (che, rimpiangendo la «breve» durata del dominio coloniale in Cina, di fatto celebra le guerre dell’oppio) e l’Unione Europea (dimenticate o ridotte a bagattella sono le guerre in Vietnam, in Algeria, in Jugoslavia…).

Ad uno spirito pacifista oggi che cosa diresti? Come prevenire le guerre? E quali le dinamiche concrete da attivare, nel nostro presente, affinché l’ideale della pace perpetua non rimanga una vaga utopia?

Il primo compito di chi vuole realmente lottare contro i pericoli di guerra è di liberarsi dalle mitologie dominanti. Nel 2000 un libro scritto da Hardt e Negri (Impero) e subito coronato dal successo mondiale assicurava che, grazie alla globalizzazione affermatasi a ogni livello, si andava affermando, anzi si era già affermata la «pace perpetua e universale». Del tutto superata era la categoria leniniana di imperialismo: «occorre ricordare che, alla base dello sviluppo e dell’espansione dell’Impero, c’è l’idea della pace»; «il suo concetto è consacrato alla pace». Tutti sono in grado di misurare l’enorme danno che la diffusione di tale mitologia ha provocato al movimento per la pace, oggi che il pericolo di una guerra su larga scala è tornato all’ordine del giorno.

E, tuttavia, non basta prendere coscienza della crescente pericolosità della situazione mondiale. A suo tempo Hegel ha chiarito che un’azione rivoluzionaria è tale se è una «negazione determinata». A sua volta Lenin insiste sulla necessità di un’«analisi concreta della situazione concreta». Occorre comprendere le caratteristiche particolari del mondo in cui viviamo. Piuttosto che ragionare per analogia rispetto al passato, occorre tener presenti e non perdere mai di vista le novità della situazione presente.

Alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale c’erano due coalizioni militari contrapposte; ai giorni nostri c’è in pratica una sola gigantesca coalizione militare la (NATO) che si espande sempre di più e che continua a essere sotto il ferreo controllo statunitense. Alla viglia della prima e della seconda guerra mondiale i principali paesi capitalistici si accusavano reciprocamente di scatenare la corsa al riarmo; ai giorni nostri, invece, gli Stati Uniti criticano i loro alleati perché non dedicano maggiori risorse al bilancio militare, perché non accelerano a sufficienza la politica di riarmo. Chiaramente, la guerra a cui si pensa a Washington non è la guerra contro la Germania, la Francia o l’Italia, ma quella contro la Cina (il paese scaturito dalla più grande rivoluzione anticoloniale e diretto da uno sperimentato partito comunista) e/o la Russia (che con Putin ha avuto il torto, dal punto di vista della Casa Bianca, di scuotersi di dosso il controllo neocoloniale cui si era piegato o adattato Eltsin). E questa guerra su larga scala, che potrebbe persino varcare la soglia nucleare, gli Stati Uniti sperano all’occorrenza di poterla condurre con la partecipazione subalterna, al loro fianco e ai loro ordini, di Germania, Francia, Italia e degli altri paesi della NATO. È contro questo pericolo di guerra concreto che siamo chiamati a lottare.

Intervista a Domenico Losurdo

a cura di Emiliano Alessandroni

Tribuno del Popolo

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