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venerdì , 15 dicembre 2017
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Padoan chi?

Varato il nuovo Governo Renzi, cosa ci aspetta nel settore economico? Chi è il nuovo ministro competente  e quale la sua visione della crisi?

Fonte: Oltremedianews

E’ ufficiale, il Governo Renzi ha giurato ieri al Quirinale. L’Italia ha un nuovo governo dopo la crisi politica delle settimane scorse. Una delle ragioni che ha portato alla “sostituzione” del capo del Governo, espressione dello stesso partito, è stata la denuncia di scarsi risultati ottenuti in campo economico, l’allontanarsi della tanto agognata “crescita” del Paese. Probabilmente proprio questo terreno, oltre a quello delle riforme istituzionali, sarà un campo di prova decisivo per le ambizioni sfrenate tanto declamate dal nuovo premier.

Sulla falsa riga di questo ragionamento, non è secondario chiedersi cosa aspettarsi dal nuovo Ministro dell’economia e delle finanze, cioè l’interprete di questo “dinamismo” politico fiorentino in materia di linee guida sull’economia. Si tratta diPiercarlo Padoan. Da più di una fonte d’informazione, il nuovo Ministro viene descritto come un “tecnico”, un professionista dei conti. Si tratta di una definizione sicuramente influenzata dalla sua lunga carriera professionale in organismi internazionali più che noti alle cronache politico-finanziarie: oltre ad essere docente di Economia politica all’Università “Sapienza” ed in altri atenei, infatti, Padoan è stato dal 2001 al 2005 direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale (l’Fmi, uno di quegli organismi che compongono la regia della Troika assieme a Banca centrale europea e Commissione) con responsabilità su Grecia, Portogallo, (due dei Paesi attualmente componenti l’acronimo “PIIGS”, al tempo stesso una sigla ed un aggettivo per apostrofare un gruppo di Stati “meno diligenti” e “virtuosi” d’Europa)San Marino, Albania e Timor est. Nel 2007 diventa vice segretario dell’OCSE e, dal 2009, capo economista della medesima Organizzazione.

Tuttavia, una simile rappresentazione del neoministro sarebbe, a parere di chi scrive, assai limitante. Lo si può facilmente desumere da due considerazioni: la prima, rimanendo nella logica della carriera professionale di Padoan, è rappresentata dal suo impegno alla presidenza della Fondazione “Italinieuropei”, un’organizzazione culturale fondata da Massimo D’Alema (di cui Padoan è stato consigliere economico ). Ancora oggi, l’economista figura nell’advisory board della Fondazione. La seconda viene dal protagonismo dello stesso nel dibattito di questi anni di crisi economica, cominciato con un sostegno netto al rigorismo di bilancio e proseguito con interventi ambigui nell’analisi dei fattori di crisi: se, infatti, sono note le sue posizioni critiche sulla mole del debito pubblico  (da capo economista OCSE dichiarò: “(Quasi) tutti i Paesi devono continuare nel consolidamento fiscale” e, ancora, “prima o poi, ci dice l’esperienza, un debito troppo alto ridurrà drasticamente la crescita”) sposando le tesi di Reinhart e Rogoff, non lo sono altrettanto, ahinoi, mutamenti d’indirizzo a seguito della destrutturazione del dogma rigorista propugnato dai due economisti di Harvard ad opera di un dottorando dell’University of Massachussetts, Thomas Herndon, realizzata attraverso la dimostrazione di errori di calcolo matematico e metodologici.

Andando ad analizzare il pensiero padoaniano, sarà utile fare riferimento ad uno suo editoriale d’apertura all’ Economic Policy Reforms 2014 – Going for Growth: in questo scritto emergono, da un lato, la consapevolezza di una prospettiva temporale di bassa crescita (che, scritta così, appare persino un eufemismo) e, dall’altro, la centralità del commercio internazionale. A tal proposito Padoan scrive: “ oltre al suo fondamentale ruolo come vettore di diffusione di tecnologia e conoscenza, il commercio internazionale favorisce infatti la produttività attraverso maggiori pressioni competitive sui mercati domestici”.   C’è da scommettere che il logico progredire di questo ragionamento conduca ad un’accelerazione del processo di integrazione del mercato Usa con quello Ue, attuato attraverso l’adozione del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un trattato di liberalizzazione e deregolamentazione legislativa di cui si è già dato conto su Oltremedianews. L’intervento prosegue con alcune proposte che tradiscono ulteriormente il carattere ambiguo del pensiero del Ministro: nell’evocare le notissime “riforme strutturali” Padoan scrive che “queste riforme potrebbero aiutare la creazione di nuovi posti di lavoro se accompagnate da misure per facilitare gli aggiustamenti dei salari e ridurre il costo del lavoro (a parere di chi scrive, questa proposta di Padoan pare essere stata accolta, purtroppo, già da molti anni e con rendimenti positivi per poche oligarchie economiche), incluso un ulteriore spostamento della tassazione dal lavoro al consumo (abbiamo già sperimentato l’effetto depressivo dell’aumento dell’Iva del settembre scorso a fronte di immutato trend peggiorativo del potere d’acquisto delle famiglie) e – ancora meglio da un punto di vista di equità – verso le proprietà immobiliari e l’eredità (ipotesi che appaiono ragionevolmente precluse, data l’inalterata conformazione della maggioranza parlamentare a sostegno del governo, la stessa che ha eliminato l’Imu, partecipata da forze che non vogliono saperne di tassazioni sui grandi patrimoni).

Insomma il tanto decantato “cambia verso” sembra non riguardare il settore economico: l’impostazione sostanzialmente liberistica e la sudditanza ai voleri teutonici, per quanto riguarda i rapporti con l’UE, sembrano pienamente confermati e costituiscono una linea di continuità con le precedenti compagini governative.

Forse, il giudizio più duro sull’attuale ministro viene da Paul Krugman che tempo fa, rispondendo ad una dichiarazione di Padoan ha detto: “certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE”.

Sposare questo giudizio potrebbe essere un eccesso di pessimismo? Qualcuno potrebbe legittimamente ritenerlo, ma, se ci si richiama all’esperienza, come consigliato dallo stesso Padoan, in veste di dirigente dell’Ocse,  nel suo giudizio sul debito pubblico sopra riportato, non c’è da stare troppo sereni.

   Francesco Della Croce

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