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lunedì , 29 maggio 2017
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“Partiti sconfitti”

Bersani ha ricevuto il mandato esplorativo dal Capo dello Stato e ora dovrà ingaggiare una lotta di persuasione all’ultima parola per assicurare una maggioranza parlamentare al suo eventuale governo. Ma il segretario del Pd naviga in un acquitrino difficilmente guadabile e gli unici due dati certi sono la partenza già mutilata del suo esecutivo e la sconfitta dei partiti così come siamo abituati a vederli.

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Fonte: Oltremedianews.it

Con un discorso insolitamente lungo per simili occasioni, il Presidente della Repubblica uscente Giorgio Napolitano ha conferito al segretario del Pd l’incarico di costruire una maggioranza parlamentare adeguata per governare. Il lungo monologo del Capo dello Stato ha toccato i temi più noti, e forse meno compresi, della politica italiana ribadendo la necessità di unità nazionale, senso di responsabilità e di identità al fine di far ripartire la macchina statale. Napolitano si è detto conscio della difficoltà politica che sta attraversando il nostro Paese, ma ha anche sottolineato che la ripresa italiana passa, oltre che per le vie finanziarie, soprattutto per quelle istituzionali le cui fondamenta devono essere ben salde. Sotto tale prospettiva, alla luce di quanto emerso dalle consultazioni dei giorni scorsi, ha ritenuto Bersani meritevole di tale incarico in quanto guida della coalizione risultata, seppur per pochi voti, vincente alle elezioni.

Nulla di diverso da quel che più o meno tutti ipotizzavamo. La politica italiana è molto simile ad un tiro alla fune con Bersani da solo che cerca di tirare a sé la mandria composta dagli ostici grillini e dai nemici di sempre del Pdl. A ben vedere però il compito del segretario dei democratici, più che una forza travolgente, richiede un tatto da chirurgo dal momento che i primi si sono già detti contrari ad un qualsiasi accordo con il Pd e i secondi, forti del ruolo defilato di chi non deve fare la prima mossa, guardano minacciosi come a ricordare che senza il loro appoggio non si va da nessuna parte. La sorte, come se non bastasse, ha voluto che a compiere questa delicata operazione sia proprio chi, tra i tre giocatori, ha le idee meno chiare. Bersani infatti è stato l’unico a non prendere una posizione netta e definita né in campagna elettorale, né in questo ultimo mese dopo il voto, a differenza del M5S e del Pdl che hanno da subito messo sul piatto la loro proposta. Crimi e Lombardi hanno detto che il loro Movimento non voterà mai a favore di nessun tema che non sia ispirato al loro programma, mentre lo stratega Berlusconi tende già da qualche giorno una mano poco sincera al Pd dicendosi disponibile ad un governo di larga maggioranza. “Molti degli otto punti della carta del Pd sono simili ai nostri”, ha detto il Cavaliere che poi ha sentenziato l’impossibilità assoluta di formare una maggioranza di governo senza i parlamentari del centrodestra.

Quale sia la scelta ottimale è ovviamente difficilissimo dirlo, ma due dati sicuri emergono in modo lampante. In primis il centrosinistra parte in questa avventura, più o meno breve che sia, già sconfitto. Solo pochi mesi fa infatti il Pdl era ridotto ad un cumulo di individualismi in collisione e Bersani e i suoi sono stati incapaci di fronteggiare con semplicità e chiarezza l’ennesima cavalcata vincente del Caimano. Il paradosso è che ora il Pd ha tutti gli oneri del vincitore senza goderne i privilegi, infatti dopo la vittoria dimezzata si profila un governo stroncato sul nascere. In secundis l’altro dato importantissimo da cui partire è la sconfitta dei partiti così come siamo abituati a conoscerli. Il M5S ha infatti posto fine ad anni di bipolarismo e i cittadini hanno messo i partiti davanti ad un aut–aut ineluttabile: o si cambia o si muore, come sta accadendo.

Cosa accadrà è molto difficile dirlo. Bersani potrebbe riuscire a tirar su un “governetto” per qualche anno, come già fatto in passato da Andreotti e Fanfani, potrebbe essere costretto a capitolare e aprire le porte al Pdl, potrebbe elemosinare consensi tra i grillini o desistere e chiedere il ritorno alle urne. Come già detto qualche riga fa non sono solo Bersani e i suoi ad esser “partiti sconfitti”, ma sono anche i vecchi partiti politici ad esser stati superati. L’ipotesi del voto anticipato, ad oggi la più probabile, non può quindi prescindere da questa constatazione: visto il fallimento dal punto di vista politico, sociale, economico e culturale di ogni tentativo di cambiare le regole forse è il caso che cambino gli interpreti.

                                                                                                                                                           Fabrizio Leone

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