PD e M5S. "Questo matrimonio non s'ha da fare". | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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PD e M5S. “Questo matrimonio non s’ha da fare”.

“Né domani né mai” ha sempre detto Grillo, ma dalla base del movimento è iniziato già a muoversi qualcosa. Sono sempre di più infatti i militanti che vedono nell’alleanza programmatica Pd-M5S l’unica ricetta possibile per un governo stabile. Ad oggi siamo ancora lontani dall’accordo, ma una possibilità inizia a profilarsi all’orizzonte.

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Fonte: Oltremedianews

Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro”. Manzoni non aveva ovviamente la ben che minima idea di come sarebbero andate le elezioni del 2013, ma le sue parole sembra che possano dipingere la situazione attuale meglio di come potrebbe farlo qualsiasi opinionista contemporaneo. La sopracitata frase de “I Promessi Sposi” potrebbe infatti essere benissimo frutto dei pensieri attuali di Bersani.

Il segretario Pd si trova nella spiacevolissima situazione di essere arrivato primo alle elezioni senza averle vinte: ha l’onere di compiere la prima mossa, sapendo che essa si potrebbe rivelare fatale, ma non ha l’onore di poterlo fare da leader assoluto e di poter confidare su certezze stabili che non scoprano il fianco a rischi letali. Nel caso in cui si alleasse con il Pdl, pur essendo un’ipotesi che ormai pare impraticabile, Bersani perderebbe sicuramente i consensi dell’anima progressista e antiberlusconiana del partito e degli elettori; l’alleanza con Monti da lui spesso evocata in campagna elettorale è sfumata nel misero 10% di Lista Civica; l’accordo con Grillo vorrebbe dire consegnare la propria vita al boia e accettare di spartire il “trono” a metà con il Movimento 5 Stelle; tornare alle urne significherebbe alzare bandiera bianca e “darla a gambe”, proprio come ha pensato di fare Don Abbondio qualche riga più su. Un esperto di Teoria dei Giochi si divertirebbe come un bambino nello studiare questo complesso quadro, ma davanti ai problemi reali da cui è martoriato il Paese c’è poco da indugiare.

Conscio della necessità di arrivare ad una sintesi, Bersani pare abbia finalmente deciso quale strada tracciare. La via più ovvia è quella, come tutti sapranno, che passa per l’accordo programmatico con il M5S su alcune riforme particolarmente care ai grillini. “Ci sono, ad esempio, nel programma del Movimento 5 Stelle punti non lontani dai nostrinel campo dell’ambiente e dell’economia verde, dell’agenda digitale e dei temi dell’innovazione tecnologica, dei costi e della sobrietà della politica e della semplificazione burocratica. Sarei pronto ad accoglierli”, queste le parole di Bersani che già qualche giorno fa aveva lanciato a Grillo una proposta di accordo su 8 punti. Come tutti sappiamo il presidente del Movimento più blasonato d’Italia ha rispedito al mittente la missiva, continuando imperterrito a pronunciare il mantra “accordo sui temi e non sulla politica”. Ma anche in casa loro qualcosa si sta muovendo. Tanto i militanti telematici quanto le punte di diamante del Movimento, come Dario Fo e Celentano, si stanno prodigando per trovare i perni della nuova maggioranza di governo da condividere con il Pd. Non sfugge invero nemmeno al novellino della politica più spauritol’insostenibilità di una fiducia ad intermittenza.

Ma il problema che si sta profilando in maniera sempre più pressante è ancora più profondo. La forza di Grillo e dei suoi è accompagnata da un programma in gran parte deficitario (lavoro e pensioni su tutti) e dalla poca preparazione di alcuni neoparlamentari che stanno prendendo ripetizioni di diritto, storia ed economia prima di iniziare a “fare sul serio”: che questo significhi “fare politica sul serio” o “mettersi a studiare sul serio” lasciamo al lettore stabilirlo.  Accade così che tra le misure più immediate da prendere quando 1 italiano su 3 è senza lavoro, quando 1 giovane su 4 non studia e non lavora, quando l’assistenza sociale è ai minimi storici e le possibilità di ripresa una lontana chimera, ci sia la questione deifinanziamenti della politica. Sicuramente il tema è di grande portata etica ed è necessario affrontarlo, ma ora come ora il fantomatico rimborso elettorale costa allo Stato una cifra intorno ai 160 milioni di euro, circa lo 0,3% del Fiscal Compact. A ben considerare pare proprio che ci sia qualcosa più impellente da affrontare.

Sicuramente questo Bersani l’avrà capito (non Renzi che blatera di finanziamenti della politica interamente privati), ma cos’altro puo’ fare se non scendere a compromessi? Il segretario ormai non ha più la sua fermezza pre-elettorale, che pur non essendo granitica era a tratti riscontrabile, e in modo un po’ goffo si sta rivolgendo da tempo al “nemico”. Con Monti, come già detto, non è andata e ora c’è solo il “bruto” Grillo “con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia” a cui rivolgersiPur non essendo una priorità assoluta, i costi della politicasono certamente un tema da toccare e magari uno spiraglio di trattativa lo si puo’ cavalcare. D’altronde cosa potrebbe fare di diverso la segreteria del Pd? Tornare indietro non è tempo, e nemmeno si puo’ fare, darla a gambe sarebbe come dire “inseguitemi, o peggio, linciatemi!”. Non potendo schivare il pericolo, probabilmente Bersani vi correrà incontro.

   Fabrizio Leone

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