Pensare la Cina. Ripensare il post-capitalismoTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Pensare la Cina. Ripensare il post-capitalismo

Relazione presentata al convegno tenutosi a Roma il 2 ottobre 2015 ” La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008″

Ai giorni nostri è un luogo comune parlare di restaurazione del capitalismo a proposito della Cina scaturita dalle riforme di Deng Xiaoping. Ma su che cosa si fonda tale giudizio? C’è una visione più o meno coerente di socialismo che si possa contrapporre alla realtà dei rapporti economico-sociali vigenti nella Cina odierna? Diamo un rapido sguardo alla storia dei tentativi di costruzione di una società postcapitalistica. Se analizziamo i primi 15 anni di vita della Russia sovietica, vediamo susseguirsi rapidamente il comunismo di guerra, la NEP e la collettivizzazione integrale dell’economia (compresa l’agricoltura). Ecco tre esperimenti tra loro ben diversi, ma tutti e tre caratterizzati dal tentativo di costruire una società post-capitalista! Perché mai dovremmo scandalizzarci per il fatto che, nel corso degli oltre ottanta anni che hanno fatto seguito a tali esperimenti, ne siano emersi altri, ad esempio il socialismo di mercato e dalle caratteristiche cinesi?

Concentriamoci per ora sulla Russia sovietica: quale dei tre esperimenti appena visti si avvicina di più al socialismo teorizzato da Marx ed Engels? Il comunismo di guerra viene così salutato da un fervente cattolico francese, Pierre Pascal, in quel momento a Mosca: «Spettacolo unico e inebriante […] I ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi […] Alti e bassi salari s’accostano. Il diritto di proprietà è ridotto agli effetti personali». Questo populismo, che individua nella miseria o nella penuria il luogo dell’eccellenza morale e condanna la ricchezza come peccato, è criticato con grande precisione dal Manifesto del partito comunista: non c’è «nulla di più facile che dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista»; i «primi moti del proletariato» sono spesso caratterizzati da rivendicazioni all’insegna di «un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo» (MEW, 4; 484 e 489).

Al comunismo di guerra subentra pochi anni dopo la NEP che sviluppa le forze produttive e combatte la miseria di massa, ma al tempo stesso tollera una ristretta area di economia capitalistica e introduce vistosi elementi di diseguaglianza: indignati, migliaia di operai bolscevichi strappano la tessera del partito. In Russia e fuori, persino tra i dirigenti comunisti trova spazio un atteggiamento, così deriso da Lenin: «Vedendo che ci ritiravamo, alcuni di essi sparsero, puerilmente e vergognosamente, persino delle lacrime, come avvenne all’ultima seduta allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista. Animati dai migliori sentimenti comunisti e dalle più ardenti aspirazioni comuniste, alcuni compagni scoppiarono in lacrime» (LO, 33; 254-55). È soprattutto il crescente pericolo di guerra a provocare l’abbandono della NEP e la cancellazione di ogni traccia di economia privata. Dopo un tragico periodo di guerra civile nelle campagne, l’economia sembra procedere nel migliore dei modi: al rapido sviluppo delle forze produttive s’intreccia l’edificazione di uno Stato sociale senza precedenti nella storia. In realtà, con il passaggio dalla grande crisi storica a un periodo più «normale» (la «coesistenza pacifica») si affievoliscono e poi dileguano l’entusiasmo e l’impegno di massa nella produzione. Negli ultimi anni della sua esistenza l’Unione Sovietica è caratterizzata dall’assenteismo e dal disimpegno di massa sui luoghi di lavoro: non solo ristagna lo sviluppo produttivo, ma non trova più alcuna applicazione il principio che secondo Marx dovrebbe presiedere al socialismo (la retribuzione a seconda della quantità e qualità del lavoro erogato).

Diverso è il quadro che presenta la Cina. Nel 1949 il Partito comunista cinese conquista il potere a livello nazionale, dopo aver però cominciato già vent’anni prima a esercitarlo in questa o quella regione, una regione la cui estensione e la cui popolazione sono paragonabili a quelle di un paese europeo di media grandezza. Per buona parte di questi 85 anni di gestione del potere, la Cina, in parte o globalmente governata dai comunisti, è caratterizzata dalla compresenza di economia statale, economia pubblica ma non statale, economia cooperativa, economia privata: è così che la descrive alla fine degli anni ’30 Edgar Snow. A Yenan – osserva uno storico dei giorni nostri (Rana Mitter) – il partito comunista «esercita la supervisione su un’economia privata di significative proporzioni, che include proprietà terriere private di larghe dimensioni». La compresenza di diverse forme di proprietà non cessa dopo il 1949, anzi viene esplicitamente teorizzata da Mao in un discorso del 18 gennaio 1957, che distingue tra «espropriazione politica» ed «espropriazione economica»: la borghesia doveva essere espropriata sino in fondo del suo «capitale politico», della considerevole influenza politica da essa esercitata; il capitale economico, invece, non doveva essere oggetto di espropriazione totale, almeno sino a quando poteva servire allo sviluppo dell’economia nazionale e quindi, indirettamente, alla causa del socialismo.

È una linea politica che cade in crisi con il Grande balzo in avanti del 1958-59 e la Rivoluzione culturale scatenata nel 1966. Gli ultimi anni della Cina maoista non si distinguono molto dagli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica. In mancanza di incentivi materiali, i tentativi di rilanciare la produzione mediante gli appelli alla mobilitazione e all’entusiasmo di massa non producono più alcun risultato: alla liquidazione sostanziale del principio socialista della retribuzione in base al lavoro erogato fa seguito il ristagno produttivo; mentre non mancano coloro (la cosiddetta Banda dei quattro) che cercano di trasfigurare tutto ciò agitando il motivo populista del socialismo povero ma bello.

Il populismo diviene poi il bersaglio della polemica di Deng Xiaoping. È rimasto celebre il suo detto: «diventare ricchi è glorioso!». Ma forse, per comprenderlo adeguatamente, occorre collegarlo con un altro detto che meriterebbe di essere non meno famoso: «diventare ricchi non è un peccato!». Si tratta in altre parole di farla finita con l’«ascetismo universale» e il «rozzo egualitarismo» denunciati già dal Manifesto del partito comunista. Deng Xiaoping ha avuto il merito storico di comprendere che il socialismo non ha nulla a che fare con la ripartizione più o meno egualitaria della miseria e della penuria; agli occhi di Marx ed Engels il socialismo è superiore al capitalismo non solo perché garantisce una più equa ripartizione delle risorse, ma anche e soprattutto perché assicura uno sviluppo molto più rapido e più largo della ricchezza sociale; ed è per conseguire questo obiettivo che il socialismo è regolato dal principio della retribuzione secondo il lavoro erogato.

Le riforme introdotte da Deng Xiaoping hanno stimolato un miracolo economico senza precedenti nella storia, con la liberazione dalla miseria di centinaia e centinaia di milioni di persone. Si sono al tempo stesso inasprite le diseguaglianze? In realtà, a livello internazionale si sta riducendo la «grande divergenza», il distacco economico e tecnologico detenuto dall’Occidente sul resto del mondo. E per quanto riguarda il rapporto all’interno del grande paese asiatico? Sia la NEP sovietica sia il nuovo corso cinese sono stati preceduti da crisi devastanti che hanno comportato anche la morte per inedia su larga scala.

Allorché la miseria raggiunge un certo livello, essa può comportare il pericolo della morte per inedia. In tal caso, il pezzo di pane che garantisce ai più fortunati la sopravvivenza, per modesto e ridotto che esso sia, sancisce pur sempre una diseguaglianza assoluta, la diseguaglianza assoluta che sussiste tra la vita e la morte. E cioè, allorché la miseria diventa disperata e di massa, lo steso problema dell’eguaglianza può essere risolto solo mettendo l’accento sullo sviluppo delle forze produttive.

Il bilancio positivo fin qui tracciato non ci deve far perdere di vista le sfide. La campagna per la «democratizzazione» della Cina (nei tempi e nei modi dettati da Washington e Bruxelles) è in realtà una campagna per mettere fine all’«espropriazione politica» della borghesia cinese e consentirle di conquistare il potere politico (che per ora non detiene in alcun modo). Se, come osservano molti analisti, oggi in Occidente il potere della ricchezza è tale che si può parlare di avvento della «plutocrazia», dobbiamo concludere che la campagna in corso  per la democratizzazione della Cina è una campagna per la sua plutocratizzazione.

Una seconda campagna, condotta sempre da Washington e Bruxelles, esige la sostanziale liquidazione del settore statale dell’economia che un ruolo così importante svolge nella lotta contro le due grandi divergenze: sul piano internazionale tale settore promuove lo sviluppo tecnologico della Cina, che sempre più riduce il suo distacco rispetto ai paesi più avanzati; sul piano interno, esso accelera lo sviluppo delle regioni meno avanzate del grande paese asiatico, che ora non poche volte crescono a un ritmo più accelerato delle regioni costiere. Se questa seconda campagna dovesse aver successo, sarebbe liquidata l’«espropriazione economica» della borghesia, che di nuovo vedrebbe spianata la strada per la conquista del potere politico. Sono chiare le armi con le quali si sviluppa la lotta contro il paese scaturito dalla più grande rivoluzione anticoloniale della storia, impegnato in un processo di lunga durata di costruzione di una società post-capitalistica. Come si schiererà la sinistra occidentale?

Domenico Losurdo, Presidente dell’Associazione politico-culturale “Marx XXI

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