Pensieri di viaggio in CisgiordaniaTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Pensieri di viaggio in Cisgiordania

La domanda sorge spontanea. Quando gli occhi di tutto il mondo sono rivolti ai bombardamenti sulla striscia di Gaza, com’è la situazione in Cisgiordania? E’ con questo interrogativo che parte il mio viaggio verso quello che in futuro dovrebbe diventare lo stato Palestinese e che ad oggi non è altro che un territorio dove gli israeliani controllano ogni singolo movimento dei suoi abitanti. 

Photo Credit: St, Dheisheh Refugee Camp, Cisgiordania

In questo pensiero di viaggio vorrei soffermarmi sulla situazione dei campi profughi. Non voglio parlarvi di come questi campi siano nati, quella è storia e potete andare a studiarvela da soli. Vi voglio parlare delle sensazioni che si provano, di quello che si percepisce nell’entrarvi e nel vederne la situazione. Per poter capire le ragioni di un popolo è necessario fermarsi, osservarlo nella sua vita quotidiana e , se ne si ha la possibilità, mangiarci insieme.  Le storie di queste famiglie sono molto complesse, si tratte di persone che vivevano in quello che oggi è diventato il territorio israeliano e che sono state costrette a lasciare la propria abitazione e “sistemate” in questi enormi campi. Qualcuno conserva ancora le chiavi della propria casa natia, e aspetta il giorno in cui potrà far ritorno nella propria abitazione. Chissà se quel giorno arriverà mai. La vita nei campi è difficile e complessa, basti pensare che nel campo profughi di Dheisheh nei pressi di Betlemme la maggior parte delle case può usufruire di acqua corrente solamente per 24 ore ogni quindici giorni. In questo campo composto da 10.000 persone più della metà sono bambini. Le case spesso sono strutture fatiscenti che si sviluppano in altezza tra via strette e anguste. Un discorso simile si può fare per il campo profughi di Balata, il più grande della Cisgiordania nei pressi di Nablus dove vivono quasi 30.000 persone in 2km2 . La maggior parte dei bambini vive per strada come se fossero un’unica grande famiglia e la nostra presenza crea alquanto trambusto tra i bambini che non sono abituati a vedere stranieri passeggiare per il campo. E un conto è leggere sui libri come vivono, un altro è vederlo di persona.

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Nella foto due bimbi del Dheisheh Refugee Camp

Questi campi sono gestiti dalle Nazioni Unite. Come può questa organizzazione intergovernativa composta da quasi 200 stati poter far finta di nulla? Perché il popolo Palestinese non può vivere in tutta tranquillità nella propria terra ma si ritrova ad essere rifugiato nel suo stesso territorio? Le mie sono solo domande retoriche, come va il mondo è sotto gli occhi di tutti. E questa situazione non si limita ai campi profughi. Le città Palestinesi sono letteralmente assediate, circondate da un muro o da recinzioni che limitano i movimenti dell’intera popolazione. Se si vuole uscire si deve avere un permesso israeliano e si devono fare ore di code ai checkpoint. La polizia palestinese non gira armata e spesso non ha neanche le divise, i suoi cittadini vivono nel degrado, la pulizia delle strade viene fatta accuratamente solo nelle zone dove vivono borghesia e dirigenza palestinese, e un’infinità di altre situazioni che potrete osservare quando andrete di persona. Una cosa però mi ha stupito: la gentilezza, la tenacia e la voglia di vivere di questa gente. Ed è per tutte le persone che ci hanno ospitato, che abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo potuto scambiare pensieri e parole che non possiamo fare finta di nulla. Dobbiamo continuare a parlare di quello che succede in Palestina perché non si può sempre girare la testa dall’altra parte.

S.T.

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