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lunedì , 23 gennaio 2017
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Per una ricostruzione della politica: oltre il razzismo “democratico” e il darwinismo sociale

“Questo paese ha deciso un progetto futuro, un modello economico, sociale, politico e neoliberale che necessita di sacrificare 10 milioni di messicani: la popolazione indigena. Questi 10 milioni di messicani non avevano altre possibilità per farsi ascoltare, non avevano altre opzioni per mostrarsi che occultandosi la faccia. “

Subcomandante Marcos

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Quale esempio migliore del popolo indigeno del Chiapas rappresenta meglio la tremenda combinazione che l’attuale regime neoliberista impone? Razzismo “democratico” e darwinismo sociale. Per quanto riguarda il primo mi basterà citare una frase del cancelliere tedesco Angela Merkel: “Questo approccio multiculturale, che afferma che semplicemente viviamo fianco a fianco e felicemente gli uni con gli altri, ha fallito. Ha fallito completamente”(17 ottobre 2010, discorso ai giovani dell’Unione Cristiano-Democratica).

Inutile ricordare i milioni di esseri umani che effettivamente ci vivono a fianco ma non godono dei più elementari diritti, mantenuti in uno stato di sotto-cittadinanza per creare una corsa al ribasso nel già galoppante mercato della sotto-occupazione.

Quello che descrive Merkel è semplicemente il mito multiculturale liberale che si schianta davanti alle contraddizioni del capitalismo.

L’altro lato di questa eterna rincorsa ad escludendum, quello ben più onnicomprensivo, è costituito dal darwinismo sociale che dettato dal liberismo sfrenato e alimentato dal mito della concorrenza non fa distinzioni di sesso razza o religione. L’essere meno “choosy”, l’accontentarsi di una perdita secca di diritti per poter sopravvivere o per cercare il mito della mobilità sociale, appare sempre più per quello che è: una mattanza della classe subalterna. Ebbene sì, ancora le classi. Una classe subalterna intrappolata nelle contraddizioni di una gabbia ideologica sempre più pressante: teoricamente sempre più libera/costretta di spostarsi nel mondo globalizzato, ma in realtà sempre più ingabbiata da un sistema economico collassato su se stesso e che non lascia alternative. Questo ovviamente ha enormi ripercussioni sul sistema democratico così come l’abbiamo conosciuto, poiché tale processo mina alle fondamenta la democrazia partecipativa e sociale che siamo stati abituati a conoscere fino ad oggi. Per dirla con Žižek : i tempi interessanti sono arrivati, la morsa del disastro ecologico e del crollo economico rischiano di inghiottire il sistema entro cui eravamo stati addestrati a pensare e a muoverci. I punti di collasso dell’economia sono evidenti, quelli della Natura lo sono ugualmente e diventano immediatamente vitali per le popolazioni che vivono in simbiosi con l’ambiente. Žižek è sufficientemente chiaro nel suo ultimo volume: l’impasse economica dell’ultra capitalismo è dettata dall’ideologizzazione dell’economia come scienza (che scoperta direte!), ma questa ideologizzazione già notata da Marx sembra aver raggiunto gradi di egemonia mai raggiunti prima.

L’operazione ideologica che ha puntato a far accettare lo smantellamento dell’università pubblica a livello globale e a deificare la scienza come unico metodo di approccio ai problemi, ha condotto l’umanità ad accettare l’impossibilità di un cambiamento radicale, ossia all’impossibilità dell’abolizione del capitalismo . (S.Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012 pp.34-35). Il motivo per cui questa crisi economica non si risolverà facilmente neppure nel caso si ritorni ad un ciclo positivo è dettato dall’altro lato del problema: quello ecologico. Il capitalismo è semplicemente incapace di risolvere questo problema da entrambi i lati, perché incapace di condurre un’analisi sociale delle radici economiche, politiche e ideologiche dei medesimi problemi. La dimostrazione? Oggi è semplicemente vietato pensare una trasformazione che si basi su “nuove idee sociopolitiche normative”. (S.Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012 , p.49).

Queste contraddizioni del sistema liberale c’è chi le ha sempre vissute sulla propria pelle e ha cercato di affrontarle e combatterle creando un altro tipo di società, sulla base del modello autonomista, l’unico probabilmente attuabile in una società frammentata come quella messicana. C’è chi, come L’EZLN, cerca di ricucire il tessuto di una società volutamente espulsa dallo stato liberale come un corpo estraneo per costruirvi sopra una nuova forma di vita collettiva.

La rivoluzione francese insegnò all’occidente le ristrette libertà borghesi: l’emblema della rivoluzione haitiana è lì a ricordarci la ristrettezza di queste libertà oggi pontificate.

Chi 18 anni fa sognava un mondo diverso sta già costruendo un mondo diverso, pazientemente, ma costantemente e nelle scorse settimane l’EZLN è tornato alla ribalta. Questo è l’ultimo messaggio di Marcos dopo l’occupazione pacifica di 5 villaggi. Una prova di forza che è la dimostrazione più rampante che un’altra politica è decisamente possibile, una politica che pone al centro la dignità umana di chi vive l’America e il mondo e non è abituato ad usare la vita che le è attorno.

Alex Marsaglia

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