Perchè e come l'Euro va eliminatoTribuno del Popolo
sabato , 22 luglio 2017
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Perchè e come l’Euro va eliminato

“Sono sicuro che l’euro ci obbligherà ad introdurre una serie
di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli ora.
Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi Strumenti saranno creati.”

Romano Prodi, Financial Times, ottobre 2001
“So bene che il Patto di stabilità è molto stupido, come tutte le decisioni
che sono rigide.”

Romano Prodi, Le Monde, dicembre 2002

Non ha senso parlare di ripresa economica, di lotta alla disoccupazione, di difesa del welfare e della democrazia in Italia o in Europa senza fare i conti con l’euro e senza assumere una posizione chiara in merito. Né è possibile procrastinare un tale chiarimento perché i dati ci dicono che quella in corso è la crisi economica più grave dal ’29, se non dall’unificazione d’Italia.

Nel 2013 il Pil italiano è risultato inferiore del 7 per cento rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi. L’indice della produzione industriale, fatto 100 nel 2007, è risultato ancora a quota 75 nel 2013. Eppure, a sei anni dall’inizio delle crisi precedenti, negli anni ’70 e ’90, l’indice era risalito rispettivamente a 105 e a 120 punti rispetto all’indice 100 del rispettivo anno pre-crisi. Secondo l’ufficio studi di Confindustria, il nostro Paese ha già distrutto un quinto della sua capacità manifatturiera. Intanto, tra 2001 e 2011 gli addetti alla manifattura sono diminuiti di quasi un milione di unità, pari al -20 per cento.  La perdita di capacità manifatturiera è grave per un Paese come l’Italia che ha un’economia di trasformazione. Solo esportando manufatti il nostro Paese può acquistare le materie prime (energetiche e non) di cui abbisogna e di cui è totalmente priva. La formazione di un attivo commerciale con l’estero negli ultimi due anni non deve ingannare. Nel 2013, in particolare, l’attivo è il risultato del crollo delle importazioni (-5 per cento), causato dal crollo del mercato interno, invece che la conseguenza di un inesistente aumento delle esportazioni (+0 per cento)5 . In ogni caso, anche se ci fosse un limitato aumento delle esportazioni questo non sarebbe in grado di compensare il crollo della dei consumi interni (-2,2 per cento) 6.  La crisi attuale, come abbiamo già spiegato in altra sede7 , ha un carattere non congiunturale bensì strutturale, dipendendo dalla maturazione delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico. Il capitale ha raggiunto, in questa fase storica, un livello tale di accumulazione da non riuscire a trovare un adeguato rendimento, generando così una tendenza permanente alla caduta del saggio di profitto. Il calo del saggio di profitto riduce o blocca investimenti e produzione, generando le crisi cicliche tipiche dell’economia capitalistica. Le crisi generali e strutturali hanno ripreso a manifestarsi a partire dalla metà degli anni ’70,  soprattutto nella cosiddetta Triade (Usa, Europa Occidentale, Giappone) dove la sovraccumulazione di capitale è maggiore. Negli Usa, il saggio di profitto, dopo un periodo di forte crescita dovuta al riarmo della Seconda guerra mondiale e alla ricostruzione postbellica, è andato calando progressivamente. Secondo l’economista statunitense Andrew Kliman, il saggio del profitto prima delle tasse delle corporation non finanziarie Usa è passato dal 28,2 per cento del 1941-1956 al 20,3 per cento del 1957-1980 al 14,2 per cento del 1981-20048 . Il tentativo di sostenere artificialmente il saggio di profitto ha aperto tra gli anni ’90 e il 2007 una fase di forte finanziarizzazione, caratterizzata dall’economia a credito, che, attraverso l’immissione massiccia di liquidità nell’economia da parte della Banca centrale Usa, la Fed, ha prodotto una serie di bolle speculative. È stato lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Usa a dare il via alla crisi nel 2007 che si è subito estesa all’Europa. Il saggio di profitto, che nel 2006 era risalito al 25,5 per cento, è crollato nuovamente nel 2008 al 17,9 per cento.

Continua…

Domenico Moro per Marx21.it

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