Perché la “Corea del Nord” ha ragione in politica esteraTribuno del Popolo
giovedì , 19 ottobre 2017
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Perché la “Corea del Nord” ha ragione in politica estera

Uno stato messo all’indice che difende i suoi confini.

Se dovessi paragonare la situazione in cui vive quotidianamente la Corea del Nord, per inciso la Repubblica Popolare Democratica di Corea, ricorderei l’immagine di un cane abbastanza denutrito e solo stretto in un angolo di muri di cemento e spaventato da un invasore incombente. Un uomo grande, alto, armato sino ai denti e pronto a depredare e distruggere: farebbe pensare a un ladro, un criminale ma si tratta “solamente” dell’imperialismo. Badate bene: non ho parlato dell’imperialismo scatenato da una superpotenza in particolare, ma della minaccia imperialista scatenata da più fronti da tutte le potenze guerrafondaie moderne. Gli Stati Uniti sono sicuramente ai primi posti in fatti di mostruosità bellica ma a costoro si aggiungono tutti gli altri, da poco entrati nel “club” dei mercanti di cannoni assieme a Giappone e Corea del Sud, burattino armato di coltello nella penisola di Koryo e manovrato da Washington.

La RPDC (che è corretto chiamare in questo modo, altrimenti accetteremmo persino semanticamente la divisione arbitraria della penisola coreana) è in questo stato dal 1953: un armistizio sancì la divisione di quella terra e stabilì un semplice cessate il fuoco fra le parti. Formalmente, perciò, la RPDC è ancora in guerra con mezzo Mondo ma soprattutto è nei fatti in guerra con la superpotenza delle superpotenze ossia gli Stati Uniti. Immaginate se l’Italia fosse ancora divisa dalla Linea Gotica, con a Nord i mostri nazifascisti e a Sud uno stato libero. Potremmo sentirci al sicuro con un confine simile: dividere una linea di terra, minacciata e sottile nonché odiata, con delle creature assetate di sangue come i fascisti della Repubblica Sociale e i nazisti hitleriani? Potremmo mai dimenticare dall’oggi al domani le ruberie, gli stermini e le ingiustizie macroscopiche compiute in tanti anni di “era fascista” e di mesta alleanza con Berlino? No, non potremmo restare tranquilli a casa nostra con l’animo candido e tranquillo: vivremmo nel terrore continuo della possibilità, non lontana, che questo vicino ritorni alle armi e per un motivo solamente plausibile ma magari falso ci invada nuovamente e ci sottoponga al suo giogo. La RPDC teme gli USA e tale paura non è un segno di vigliaccheria ma prudenza: la storia ci insegna senza alcun limite il fatto che l’imperialismo americano, ben descritto in un libro edito dall’Edizioni di Cultura sociale, sia una belva che per sua natura deve continuare a nutrirsi. Se Bram Stoker fosse ancora vivo, potrebbe ritrarre quell’intero paese come un vampiro, come una creatura delle tenebre interessata unicamente a nutrirsi (almeno secondo la vampirologia più classica). Ebbene, in uno scenario attuale fatto di guerre, instabilità e aggressioni (non dimentichiamoci le più immediate come quella alla Jugoslavia e all’Iraq nonché quella alla Libia e l’aggressione silenziosa contro la Siria), la RPDC è completamente sola. Persino Pechino, retta da un pugno di uomini ormai distanti anni luce dall’antiperialismo e dal socialismo di Mao Tsetung, continuamente non solo ha dimostrato di tenere alla RPDC solo in funzione di stato-cuscinetto contro una possibile espansione americana nella zona ma ha anche chiaramente espresso che non sosterrà Pyongyang senza problemi e senza costi, molto onerosi inoltre.

Perciò sino ad ora già abbiamo due punti che fanno trasparire una situazione ben diversa da ciò che il main stream massmediatico ci propina in fatto di RPDC. Tengo comunque a specificare che non condivido per nulla la politica interna della RPDC e che mi limito ad analizzare unicamente quella estera, che è non solo giusta ma necessaria.

Ritornando al conflitto che ancora separa le due Coree, bisogna menzionare qualche fatto: la guerra di Corea non è stata scatenata dalla RPDC né da Kim Il Sung, sono i revisionisti a sostenere tale tesi comoda agli USA e ai suoi aggressori. Nel dicembre del 1945, a Mosca in URSS, si tenne la Conferenza sulle due Coree col fine di porre la “pietra miliare” per la riunificazione dei due settori del paese che erano stati liberati dalla sanguinaria oppressione militarista e fascista del Giappone; erano presenti i ministri degli esteri dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Si prevedeva la costituzione di un unico governo provvisorio coreano, fra le tante cose, ma gli USA iniziarono a eludere completamente tali accordi e installarono un regime terroristico e fantoccio al Sud attraverso l’infiltrazione e la falsificazione dei risultati elettorali sino a spingere alla realizzazione di un patto leonino (ovverosia di un accordo sfavorevole per una delle parti che viene in pratica costretta a sottostarvi) con la Repubblica di Corea (il Sud).

In tale contesto la RPDC, il nord, resta sino a oggi l’unico vero stato legittimo e indipendente della penisola di Koryo giacché nella Repubblica di Corea stazionavano e stazionano ancora truppe americane armate sino ai denti. Iniziarono le beghe di confine: continue scaramucce, con diversi morti in un contesto oltremodo teso, che culminarono con l’aggressione della Repubblica di Corea alla RPDC il 25 giugno del 1950. Le truppe di Seul irrompevano oltre l’odiato Trentottesimo Parallelo e gli USA, facendo la voce grossa nell’ONU e mobilitando tutti i paesi tirapiedi dell’imperialismo come Turchia o Lussemburgo, si aggiudicarono il supporto di una parta della comunità criminale internazionale; l’URSS non riuscì a far valere il diritto di veto. Il contingente aggressivo che penetrò in Corea era composto oltre che dagli Stati Uniti persino da sedici paesi i cui governanti, incuranti del fatto che fosse da poco finita la Seconda Guerra Mondiale, spesero interi patrimoni per supportare la follia imperiale e barbarica di Washington. La RPDC riuscì inizialmente ad avere la meglio, armata anche grazie al sostegno logistico dell’URSS che mai però – giustamente – intervenne in prima persona per non scatenare un conflitto mondiale, e con coraggio realizzò grandi vittorie sino alla controffensiva americana a Puson. Dopo tal evento sembrava oramai la fine per la RPDC e fu l’aiuto dei volontari della Cina di Mao che risollevò le sorti del conflitto, assieme alla sacrosanta levata di voci di protesta di mezzo mondo contro la carneficina scatenata contro la Corea. Solo due dati: in quegli anni si diffuse persino il modo di dire popolare “… sembra la Corea” per definire un paesaggio degradato e ridotto a brandelli e qualcuno in USA, mi sembra il generale McArthur, voleva adoperare le armi atomiche contro la Corea! Sempre in USA qualcun altro disse di “… voler obliterare la Corea dalla cartina del Globo”: oggi ci si scandalizza di fronte alla stessa frase contro i criminali sionisti israeliani che occupano una terra che è dei palestinesi, ma la stessa frase detta da un imperialista americano un po’ di tempo addietro è oro colato.

Demoliamo ora il mito del fatto che la RPDC voglia la guerra atomica e che violi le leggi internazionali. Detto fatto: la RPDC si è proclamata non più interessata a seguire il Trattato di non proliferazione nucleare da undici anni, dal 2003. Siccome il diritto internazionale è eminentemente pattizio (cioè frutto di decisioni e convenzioni comuni), è stata una libera scelta quella di allontanarsi da tale accordo seguendo poi la motivazione – espressa a latere del documento con cui decidevano di uscire – di mancanza di sicurezza a causa delle minacce imperialiste degli USA. È pertanto un pieno diritto, quello della RPDC, di dotarsi di armamenti moderni e dunque persino atomici contro le minacce che subiscono: se un uomo armato di coltello è minacciato e sfidato a duello da un altro armato di cannone, sarebbe oltremodo iniquo persino per le oscene leggi del Codice Gelli sul duello; sarebbe inoltre anche ridicolo che la RPDC si dotasse di pistole ad acqua o di fucili ad avancarica nel Mondo moderno per conservare la propria sovranità e se fosse firmato un trattato di pace definitivo, sicuramente non punterebbero sulla difesa dei propri confini per sopravvivere.

Ora però concludiamo con una novità, qualcosa di questi giorni turbolenti: gli USA, baluardo della “pace” e della “democrazia” (quando quest’ultima parola neanche è contenuta nella loro Costituzione), hanno sperimentato con successo purtroppo una versione potenziata della bomba B-61; i test sono stati condotti martedì 4 febbraio, nei laboratori nucleari di Sandia e Los Alamos. Don Cook, uno dei responsabili del test e del programma atomico statunitense, ha detto in merito: “Il test è una conquista significante e ci dona maggiore confidenza nel procedere con i nostri sforzi per accrescere la sicurezza della bomba”. Un vero amante della pace.

Ora sorge spontanea una domanda: chi affamerà gli Stati Uniti con delle sanzioni unilaterali? Chi li minaccerà schierando intere armate ai loro confini? Nessuno, perché sono un paese “democratico”. O forse perché sono una superpotenza imperialista: io propendo per questa tesi, spietatamente realistica.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/fljckr/1026570349/”>(stephan)</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/”>cc</a>

Vittoriano Franco

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