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mercoledì , 25 gennaio 2017
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Più Stato, meno crisi? Una possibile via d’uscita

Più Stato, meno crisi? Una possibile via d’uscita

La vulgata tradizionale ha ben inquadrato la crisi attuale cercando di delinearne le fosche prospettive future e indicando quella che sembra essere la via d’uscita “ufficiale” dal tunnel della recessione. Stiamo parlando dei tagli, dell’austerity, delle politiche di lacrime e sangue che ancora una volta andranno a infierire sulla società reale, facendo pagare direttamente agli individui, alle persone, il prezzo della crisi. Il concetto che sta passando è che sono le tutele, i diritti, e i meccanismi di difesa conquistati a caro prezzo dai lavoratori nel XX secolo a rappresentare un ostacolo inaccettabile per l’economia del futuro. Niente di più falso.In Italia ad esempio negli ultimi dieci anni il mondo del lavorosi è già precarizzato al punto che, come ricorda Oliviero Diliberto nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano”, quello italiano è già il mercato del lavoro più flessibile d’Europa. Negli ultimi dieci anni in Italia le persone con “il posto fisso” sono già diminuite esponenzialmente, ma questo ha forse portato a una crescita del Pil?

Le privatizzazioni serrate che hanno segnato l’ultimo decennio non hanno portato ai risultati sperati, anzi hanno preparato il terreno alla crisi, culminata con il fallimento di alcuni colossi bancari americani come la Lehman Brothers nel 2008. A ben guardare però quella del XXI secolo sembra essere una crisi sistemica, una crisi che ha radici lontane, addirittura agli anni Settanta, gli anni cioè in cui il mondo sperimentò il nuovo fenomeno della stagflazione, un mix di stagnazione e inflazione che mise in crisi le teorie keynesiane, allora dominanti. Fu l’epoca in cui si affermarono le teorie monetariste di M.Friedman, colui che aprì le porte al predominio degli accademici, e dell’economia neoclassica.

Da allora è cominciato il grande “regno” dei postulati neoclassici, come ha puntualmente sottolineato Francesco Scacciati, docente di Politica economica all’Università di Torino, che ha ricordato come per ben trent’anni vi sia stato “un dominio assoluto dei postulati neoclassici che ha fatto da sponda alla ri-regolazione dell’economia a vantaggio delle classi dominanti”. Queste teorie si sarebbero basate nei trent’anni successivi su alcuni postulati ben chiari, ovvero che il mercato si sarebbe dovuto autoregolare da sè senza il disturbo di interventi statali che ne distorcessero l’armonia, che la globalizzazione avrebbe portato benefici per tutti, che le variabili monetarie avrebbero dovuto avere solo effetti nominali e non reali, e infine che non ci sarebbe stato bisogno di preoccuparsi della disoccupazione involontaria. Ultima ma non ultima, la convinzione che una riduzione delle imposte (e il conseguente calo della spesa per opere pubbliche e servizi pubblici) avrebbe favorito una  più corretta allocazione delle risorse.

A cosa hanno portato queste convinzioni, oggi, lo possiamo constatare tutti. Eppure ancora una volta ci troviamo di fronte ai “corsi e ricorsi” della storia. Historia magistra vitae dicevano i saggi latini, eppure, citando Gramsci, la “storia insegna, ma non ha scolari”. Le ricette liberiste infatti non sono piombate dal nulla come un fulmine a ciel sereno nell’Europa degli anni Settanta, erano già state seguite ciecamente qualche anno prima, più precisamente alla fine degli anni Venti, e avevano portato alla più grande recessione del secolo, una crisi durata dieci anni che avrebbe disarticolato l’intero sistema economico mondiale portando all’incubo della Seconda Guerra Mondiale.

Guardacaso all’epoca uno dei pochi paesi a non subire la crisi fu l’Unione Sovietica, paese che per primo con l’elaborazione dell’economia pianificata, teorizzò e realizzò l’intervento massiccio dello Stato nell’economia; al punto che lo stesso F.D.Roosvelt ne prese spunto per realizzare il suo New Deal negli anni Trenta.

Ottant’anni dopo la crisi del ’29, in Occidente sembra essere accaduta una cosa molto simile. Guardacaso lo schema è sempre quello, dopo trent’anni di “dittatura neoclassica”, puntualmente ha fatto capolino la recessione. E del resto non si vede come sarebbe potuto accadere diversamente dato che i mercati, deregolamentati e lasciati liberi e privi di controllo, provocano inevitabilmente disparità enormi nella distribuzione del reddito. Per questo lasciano perplessi i tentativi di combattere la crisi provocata da questo sistema con nuove dosi massicce della stessa sostanza che l’ha provocata.

Come ricorda Scacciati, “negli ultimi vent’anni, il potere di acquisto del salario medio, nei paesi occidentali a capitalismo avanzato, è rimasto più o meno invariato, in presenza di aumenti del reddito reale oscillanti tra il 20% (in Italia) e il 66% (in USA), il che implica un’imponente spostamento della distribuzione del reddito dai lavoratori ai percettori di profitti nel loro insieme – in senso lato: imprenditori, liberi professionisti, commercianti, lavoratori autonomi (anche se non di tutti, ovviamente) – e di rendite, ovvero alle altre due componenti del valore aggiunto nazionale”.

Tutto ciò però solleva un secondo interrogativo, ben più inquietante, peraltro ampiamente ignorato dal mainstream e dai dibattiti degli specialisti che affollano i talk show di questi giorni. Esiste un collegamento tra distribuzione del reddito e la democrazia? certamente si, verrebbe da rispondere, anzi il fornire a tutti i cittadini la stessa possibilità di usufruire dei diritti democratici dovrebbe essere una conditio sine qua non per un sistema “democratico“. Ma cosa succede quando porzioni sempre più ampie di popolazione a causa di disoccupazione, mancanza di sicurezza del lavoro, povertà, non riesce più a fruire di questi diritti? sarebbe ancora possibile parlare di democrazia?

“Quando il sistema favorisce la sopraffazione dei più forti sui più deboli, ha già messo in discussione le basi stesse del contratto sociale”, spiega Scacciati nel suo saggio “Le radici reali della crisi finanziaria”.

E infatti negli anni Trenta il vulnus creato all’interno della democrazia dalla diseguaglianza nella distribuzione del reddito avrebbe poi portato a un superamento della democrazia stessa e all’avvento della dittatura nazifascista. Ora ci troviamo di fronte a una nuova crisi finanziaria dunque, una crisi che ha radici negli anni Settanta e che si è sviluppata successivamente grazie alle teorie abbracciata dalla Thatcher in Gran Bretagna e da Reagan negli Stati Uniti, due indefessi difensori della nuova ideologia neoliberista, una vera e propria “fede” che è stata abbracciata acriticamente e strumentalizzata per combattere le teorie stataliste comuniste e socialiste.  Poco importa se questo avrebbe portato poi alla distruzione dei sindacati inglesi  e all’annientamento del welfare, l’importante era far credere che l’individualismo sfrenato avrebbe potuto dispiegarsi in tutta la sua potenza, permettendo alle persone di valore di arricchirsi a dismisura senza che lo Stato, diventato la quintessenza del male, gli mettesse le mani in tasca.

Sarebbe poi arrivato il tempo del grande sogno, il tempo cioè in cui si pensava che il sistema neoliberista avrebbe trionfato su tutta la linea. Una volta crollata l’economia del socialismo reale infatti, chi avrebbe potuto mettere in discussione il neoliberismo? solo il duro impatto con la realtà. E così come degli apprendisti stregoni che hanno evocato spettri incontrollabili, il mix tra neoliberismo e globalizzazione ha portato sì pochi speculatori a fatturare miliardi di dollari spostando somme da una parte all’altra del globo, ma ha anche portato l’Occidente a competere con i nuovi colossi del mondo, Cina, India, Brasile, che avendo una manodopera a prezzi stracciati hanno cominciato a vincere la loro battaglia. Da qui le alchimie degli economisti neoliberisti, che hanno cercato di nascondere il loro fallimento sotto il tappeto, drogando il mercato con bolle speculative dalle gambe corte.

“L’attuale crisi economica è dunque prima reale, seppur strisciante: le bolle speculative dopo un po’ scoppiano e così facendo aggravano e mettono a nudo la crisi reale, ma questa, come si è detto, preesiste al crollo finanziario. Anzi, ne è una concausa, in quanto il ridotto reddito di strati sempre più ampi della popolazione è causa dapprima degli acquisti a credito e poi della mancata possibilità di onorarlo”, ci spiega ancora in modo illuminante Scacciati, con cui si trova d’accordo anche Vladimiro Giacchè, autorevole economista marxista.

Oggi tutti parlano della crisi finanziaria come risultato della crisi speculativa, una sorta di parentesi all’interno di un sistema tutto sommato funzionante. Ma se non fosse così? se fosse invece vero il contrario, e cioè che sia stato il malfunzionamento dell’economia reale a creare la necessità di rifugiarsi nelle bolle speculative?

Senza un intervento massiccio nell’economia dello Stato (fu questa la ricetta per guarire dalla malattia negli anni Trenta), il rischio è che il reddito si concentri ancora di più nelle fasce di popolazioni più abbienti che, non investendo, potrebbero far precipitare ancora di più le nostre economie in un vicolo cieco. Finchè ci sarà incertezza insomma, la crisi non verrà superata; e per superare l’incertezza potrebbe essere proprio l’intervento pubblico l’elemento risolutivo. Gli ultras del liberismo che si scagliano forsennatamente contro l’intervento pubblico sbandierando ottusamente lo spauracchio dell’aumento del debito, ignorano o fingono di ignorare che senza un aumento del PIL la situazione sarebbe drammatica in ogni caso. Per questo le manovre messe a punto da Monti in Italia e quelle elaborate dall’Ue con i diktat alla Grecia non faranno altro che abbassare il debito e il PIL, lasciando nella sostanza la situazione inalterata ma impoverendo esponenzialmente la popolazione. Ben vengano quindi gli aumenti del debito pubblico qualora fossero capaci di aumentare la crescita del PIL.

Il dubbio, a ben guardare, è che invece lo sappiano benissimo, e vogliano proprio arrivare a questo. La speranza è che la lucida analisi di professori ed economisti come Scacciati, Stiglitz e Giacchè possa contribuire a mettere in discussione lo stato di cose presenti, magari chiedendo conto agli ultras del neoliberismo imperante degli ultimi trent’anni dei propri errori e non mettendoli in condizione di aggravare ulteriormente la situazione. Perchè se le teorie che ho appena delineato avessero ragione, allora vorrebbe dire che abbiamo già imboccato una strada che porta dritto verso il baratro. Se l’89 segnò la fine del “socialismo reale”, allora forse sarebbe lecito interrogarsi riguardo alla fine del neoliberismo.

Daniele Cardetta

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