Politiche espansive Bce: quando il troppo stroppiaTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Politiche espansive Bce: quando il troppo stroppia

Giovedì scorso, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha annunciato il taglio di un quarto del valore dei  tassi d’interesse sulla moneta, portandoli al record, in termini di ribasso, dello 0,50%,  garantendo inoltre liquidità illimitata alle banche richiedenti fino all’estate 2014.

Fonte: Uniinfonews

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Si tratta, in verità, di una mossa attuata sulla scia di una già consolidata visione strategica che ha portato, già l’anno scorso ad un primo taglio del costo del denaro, portando i tassi d’interesse allo 0,75%. Non bastasse questo per inquadrare la ratio di questo provvedimento, Draghi non esclude tantomeno un futuro, sicuramente non prossimo, nuovo taglio dei tassi.Insomma, la Bce continua sulla strada di una politica monetaria espansiva. Ma può effettivamente considerarsi tale? E soprattutto quali esiti è probabile che queste politiche producano?

La questione, in realtà, è ben più complessa di quanto sembri: se, da un lato, la Banca Centrale può essere considerata come la sorgente di flussi di denaro  destinata ad “inondare” le aride lande dell’economia reale, frustrata da sacche di impoverimento sempre più aspre,  la constatazione più ovvia che possa sovvenire è che, ad oggi, di benefici effetti se ne sono visti pochi. Facilmente, infatti, verrebbe da chiedersi come mai, nonostante una prassi consolidata da almeno due anni di politiche monetarie espansive, l’economia reale non ne abbia risentito positivamente. La risposta è presto trovata: alla “sorgente Bce” si è ben presto contrapposto un argine che per tutto l’anno passato si è dimostrato insormontabile, costituito dalle banche destinatarie dei flussi di liquidità. Esse hanno impedito che la liquidità emessa dalla Bce arrivasse a imprese e singoli, i soggetti principalmente coinvolti nella crisi che incontrano ulteriore difficoltà nell’accesso al credito, stretti da una richiesta sempre più elevata in termini di garanzie ed una vera e propria repulsione da parte delle banche per la creazione di nuovo credito, motivata dalla diffidenza nei confronti dei debitori, sempre più ridotti in una condizione di precarietà economica.

Le stesse banche, infatti, hanno preferito, negli ultimi anni, stazionare la liquidità ricevuto presso i depositi overnight della Bce, mantenendo dormiente quella ricchezza. Nonostante l’intervento di giovedì di Draghi, che ha annunciato il taglio dei tassi overnight all’1%, dichiarandosi peraltro pronto a portare i tassi sui depositi Bce a livelli negativi, sarebbe sufficientemente ipocrita credere che questo possa servire da deterrente per il ripetersi di quanto già visto nel 2012. Il problema nodale, dunque, risiede proprio in questo freno tirato da parte delle banche, il quale sostanzialmente vanifica, o persino rende negativo, l’intervento della Bce. In questo quadro, gli unici beneficiari dell’interventismo monetario di Francoforte potrebbero essere coloro i quali hanno contratto negli anni scorsi mutui ancorati sul tasso Euribor, non nei termini di una riduzione dello stesso (è già a livelli minimi), ma evitando un rialzo in un futuro più prossimo, più difficile lo siano i futuri mutuatari.

Quale può essere allora la strategia più opportuna per superare questo ostacolo?

La risposta va ricercata proprio nel funzionamento del sistema bancario: il sistema privato della banche ha dimostrato in un passato assai recente la propria inadeguatezza a fungere da filtro. Le liquidità ricevute sono state accantonate od utilizzate, soprattutto nel caso italiano, per il mercato dei titoli di Stato (si stimano bond per 350 miliardi in pancia alle banche italiane), unica voce di spesa che nei mesi ha visto un interventismo maggiore da parte delle banche, con una previsione di lucro notevole se si raffrontano i guadagni tra differenziale di rendimento dell1% del costo dei finanziamenti Bce e il 3–4% garantito dai Btp. Accanto a questa costatazione non sarebbe futile osservare cosa accade nel mondo bancario europeo, in particolare soffermandosi sui due Paesi centrali nelle dinamiche politico-finanziarie dell’UE: Francia e Germania. In ambo i Paesi si può riscontrare una tendenza che va seriamente considerata, cioè quella di un intervento deciso, da parte dello Stato, nel mondo bancario. Se nella Francia di Hollande, questo trend è stato particolarmente evidenziato nella creazione, durante il 2012, di una banca pubblica di investimenti (la Banque publique d’investissement – BPI), con 20 miliardi di capitale ed una capacità di altrettanti per presiti, 12 di garanzie sulle linee di credito presso il sistema bancario e 10 miliardi in cinque anni per finanziare l’acquisizione di partecipazioni, nella Francia di Angela Merkel, la forte presenza del pubblico nel sistema creditizio è una realtà consolidata. In effetti, il sistema di credito tedesco è prevalentemente sostenuto da banche regionali pubbliche, basti pensare che 15 sulle 20 più grandi banche tedesche sono in mano allo Stato. A riguardo sarebbe poi interessante notare come si concilia la costruzione della cosiddetta “unione bancaria” europea con l’onnipresente e sempre tutelato interesse tedesco: l’unione infatti dovrebbe poggiarsi su valutazioni dei conti e le azioni di “alcune” tra le più grandi banche nazionali per ogni partner europeo. In tal modo il nervo principale del sistema bancario del Paese della Merkel, di natura pubblica, che nel 2009, secondo l’ente di controllo BaFin, registrava un rischio di insolvenza per 335 miliardi, risulterebbe occultato a dovere.

Sarebbe perciò un’eresia affermare che anche l’Italia necessiterebbe di un sistema pubblico di credito? Assolutamente no, tra l’altro, per ironia della sorte o per poca accortezza di chi ha gestito i processi di ristrutturazione economica italiana nei primi anni Novanta, l’Italia si è molto superficialmente disfatta di un sistema pubblico bancario, che permetteva un immediato contatto diretto col mondo dell’economia reali (un esempio per tutti: il noto Monte dei Paschi di Siena, prima delle privatizzazione del 1995, istituto pubblico).

Sarebbe un retaggio statalista utilizzare la struttura, oggi assolutamente trascurata e dimenticata, della Banca del Mezzogiorno, creata dall’ultimo governo Berlusconi per favorire investimenti nel sud d’Italia, funzionalmente come destinataria dei prossimi flussi monetari della Bce? Oggi la BdM è sostanzialmente controllata dalle Poste Italiane SpA, ma sarebbe facilmente passabile sotto il controllo dello Stato attraverso una presenza più forte dello stesso per mezzo della Cassa Depositi e Prestiti.

Se c’è una cosa che la crisi del 2009 deve necessariamente insegnare è che il pressapochismo mischiato con la buona volontà non produce mai razionalmente garanzie. Se non si vuole nuovamente perdere un’altra occasione di deve rinunciare alla prassi del pressapochismo per la lucida logicità della prospettiva.

Francesco Valerio della Croce

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