Prato. Dopo la tragedia, c'è bisogno di capireTribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Prato. Dopo la tragedia, c’è bisogno di capire

Dopo la tragedia di Prato con l’incendio che ha colpito una fabbrica tessile uccidendo sette persone e ferendone due, torna sotto i riflettori il tema dello sfruttamento e della miseria collegati al lavoro.

Il bilancio del terribile incendio che ha funestato una fabbrica tessile di Prato ci parla di sette lavoratori morti e due gravemente feriti, una tragedia che ha destato scalpore nei media e che ha ottenuto di riportare il discorso della sicurezza sotto i riflettori. Tutti i lavoratori morti erano cinesi e sono stati sorpresi dalle fiamme nel sonno. Vivevano dove lavoravano, nella fabbrica tessile, in uno stato di miseria a dir poco terribile. Si tratta di persone che accettano o sono costrette a vivere in condizioni inumane, costrette a fare i conti con l’unica cosa che conta nel mondo globalizzato dal capitalismo: il profitto. A Prato, in Toscana, si trovano ormai più aziende tessili cinesi rispetto a quelle italiane, al punto che quello che era il primo distretto tessile d’Europa è diventata una specie di zona economica speciale dove leggi dello Stato sembrano quasi non essere valide. Con la crisi poi, questo processo si è per certi versi accelerato, e migliaia di aziende hanno chiuso non riuscendo a competere con i costi delle economie emergenti; ne è conseguito che migliaia di lavoratori tessili hanno perso il lavoro, e ne è conseguito che sono arrivati i cinesi a riempire i vuoti lasciati dagli italiani. Chiaramente i cinesi per competere hanno cominciato a sfruttare manodopera immigrata in modo inumano, riuscendo così a vendere prodotti a prezzi bassissimi. Senza tutele, senza sicurezza, senza orari di lavoro accettabili, l’inferno di Prato è solo la punta di un iceberg che riguarda probabilmente anche altre realtà in Italia. Si tratta di aziende che spesso non risultano nemmeno allo Stato, e in questo modo sono anche attività che evadono, raddoppiando il guadagno. Insomma l’unica cosa che conta è il profitto, e poco importa se dietro ai prodotti c’è lo sfruttamento di migliaia di lavoratori in carne e ossa. Anche i monopoli della moda a parole vogliono difendere il “Made in Italy”, ma nella pratica pensano solo a realizzare margini di profitti più ampi. Inoltre le aziende di Prato sono in Italia, quindi possono anche mantenere in piedi la finzione dell’italianità dei loro prodotti. Per questo le piccole aziende oneste italiane sono costrette a licenziare per rimanere in piedi, e a pagare sono sempre i lavoratori, che spesso accettano condizioni peggiori pur di conservare il posto di lavoro. Da qui alla delocalizzazione delle aziende il passo è breve, ma a nessuno sembra importare. Poi però ci sono gli incendi, qualcuno muore, e ricomincia la giostra dell’indignazione, con l’opinione pubblica che ha tutto l’interesse a piangere i lavoratori cinesi morti magari dando la colpa proprio agli stranieri, ignorando che invece le responsabilità vanno cercate anche dietro al capitale monopolisitico che gode nel vedere la competizione al ribasso che si traduce in profitti mostruosi.

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