Previdenza pubblica: perché abbatterla?Tribuno del Popolo
lunedì , 25 settembre 2017
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Previdenza pubblica: perché abbatterla?

Il grado di civiltà di un paese si misura anche dall’attenzione e dal grado di protezione riservata ai suoi anziani, soprattutto quelli più deboli, che vivono con redditi bassissimi. 

Fonte: Marx21.it

Le riforme degli anni 60, ottenute con le lotte del movimento operaio, avevano consolidato un sistema previdenziale, alimentato dai contributi versati dai lavoratori e basato sul principio dell’equità e della solidarietà, prima fra tutte la solidarietà tra generazioni, garantita dal cosiddetto sistema “a ripartizione”.

Il tratto solidaristico del nostro sistema previdenziale era dato anche dal tipo di calcolo cosiddetto “retributivo” basato, essenzialmente, sul computo del salario degli ultimi periodi di lavoro, per garantire al pensionato lo stesso  tenore di vita goduto da lavoratore attivo.

La riforma Dini del 1995, pur mantenendo il sistema “a ripartizione” per garantire la solidarietà intergenerazionale, modificando il metodo di calcolo da “retributivo” a “contributivo”, ha spostato il baricentro del nostro sistema previdenziale introducendo un approccio di tipo assicurativo, basato sul principio che la pensione corrisponde esattamente alla quota di contributi versati nel corso della vita lavorativa,  rivalutati da un coefficiente concordato e definito.

Questa variazione di calcolo, oltre a produrre un cambiamento sostanziale nel nostro sistema previdenziale, ha anche prodotto una riduzione  sostanziale nella copertura economica, equilibrata, secondo le previsioni della riforma Dini, dalla cosiddetta “previdenza integrativa” finanziata quasi interamente dai lavoratori con il proprio trattamento di fine rapporto o liquidazione, che viene di fatto sottratta ad essi per coprire una parte di pensione che lo Stato non eroga più.

L’insuccesso dei cosiddetti fondi pensione (ad oggi, 1 solo lavoratore su 4 ha aderito a un fondo pensione), fa venire meno quell’ipotesi di copertura, con grandi problemi per i lavoratori che avranno calcolata la pensione con il sistema contributivo.

Ma c’è un altro problema riguardo alla definizione della pensione calcolata con il sistema contributivo: la riforma del 1995 aveva a riferimento un mercato del lavoro in cui i rapporti di lavoro se non del tutto stabili erano comunque garantiti da un sistema in espansione, dove i contratti erano per la grande maggioranza contratti subordinati a tempo indeterminato.

La  modifica sostanziale del mercato del lavoro, oggi profondamente caratterizzato da rapporti di lavoro precari e intermittenti, con assenza di lavoro anche per lunghi periodi, con un tratto così negativo dovuto al combinato disposto di norme scellerate (qualcuno ricorda la berlusconiana legge 30 e le successive riforme, da ultimo anche introdotte dalla ministra Fornero?) e dal perdurare della crisi, la più devastante del capitalismo moderno, sta già producendo un esercito di futuri pensionati destinati alla povertà: sarebbe non solo necessario ma anche urgente intervenire con correttivi per contenere questa futura immane tragedia dal momento che la quantità di risorse necessarie diventa, ovviamente, giorno per giorno più grande ed inarrivabile.

Purtroppo di questo grave problema nessuno parla e, d’altra parte, non sarà certo il Governo delle larghe intese, così politicamente debole e contraddittorio, a poter affrontare un nodo così importante e centrale.

Anche i pensionati in essere, quelli che godono di una pensione calcolata con il metodo retributivo, quei ricconi che percepiscono per la grande maggioranza una pensione al di sotto di 1.000 €, con la quale sono molto spesso chiamati a sostenere figli e nipoti colpiti dalla crisi, stanno via via impoverendosi per alcuni meccanismi, o meglio, per la mancata applicazione di meccanismi di salvaguardia che avrebbero dovuto proteggere le loro pensioni nel corso degli anni.

Per prima cosa, non ha più funzionato il meccanismo dell’aggancio delle pensioni ai salari che vengono rivalutati dai successivi rinnovi contrattuali.

La stessa rivalutazione annuale legata all’andamento dell’inflazione ha avuto un grado di copertura non piena: tutto questo ha fatto sì che in 15 anni circa le pensioni abbiano perso, in termini di potere d’acquisto, oltre il 30%.

L’ultima riforma Fornero,  oltre alle lacrime e al sangue fatti scorrere ai lavoratori attivi, che si sono visti allungare l’accesso alla pensione fino all’età di 70 anni, ha imposto il blocco totale della rivalutazione  alle pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo (circa 1.500 euro lordi e circa 1.200 euro netti)per il 2012 e 2013.

Il principio che ha ispirato il Governo Monti-Fornero,  candidamente espresso in Parlamento dall’ex sottosegretario Polillo, è stato quello di introdurre nel sistema pensionistico uno strumento finalizzato a contenere la sperequazione tra le pensioni in essere, calcolate con il sistema retributivo,   e quelle più povere del futuro, calcolate con il sistemo contributivo: ancora una volta vince la solidarietà al ribasso, dottrina  già applicata in tanti ambiti, a partire da quello del lavoro, dove i lavoratori hanno subito la spoliazione continua e progressiva di diritti faticosamente conquistati in anni di lotte.

L’effetto della riforma Fornero, che aggrava complessivamente le modifiche  del governo Berlusconi, è quello di produrre una sostanziale riduzione della spesa previdenziale in rapporto al PIL: la Ragioneria dello Stato valuta  un taglio complessivo della spesa previdenziale che raggiungerà, nel 2050, i 60 punti di PIL.

Se qualcuno pensa che queste risorse saranno destinate a sostenere  il lavoro e l’occupazione giovanile, sbaglia, visto che le risorse serviranno per ripianare il debito pubblico e  a migliorare i conti finanziari.

Anche l’attuale Governo Letta non ha esitato e non esita a mettere le mani nelle tasche dei pensionati, provando con la sua Legge di stabilità a perpetuare il blocco delle rivalutazioni definito dal precedente Governo Monti: la mobilitazione del sindacato, in particolare quello dei pensionati  dello SPI CGIL, ha impedito che ciò avvenisse, anche se le modalità di rivalutazione, per le pensioni superiori a 3 volte il trattamento minimo non consentono la copertura totale rispetto all’inflazione.

Ma il processo in atto che interessa il sistema pensionistico italiano va molto al di là dei pur gravi danni che i pensionati hanno subito in questi anni: la riduzione progressiva della copertura pensionistica a fronte di quote contributive sempre più onerose a carico sia dei datori di lavoro che dei lavoratori, soprattutto dei lavoratori precari (Co.co.pro., partite IVA per esempio,  debbono versarsi interamente la quota contributiva), la consapevolezza di ottenere alla fine della vita lavorativa, soprattutto se precaria e discontinua, una pensione ai livelli (forse) di sussistenza, il fatto (unico nei sistemi pensionistici europei) di non  conoscere con certezza la data d’accesso alla pensione (dato legato al coefficiente della speranza di vita, sempre -per ora- in crescita), rende sempre meno appetibile e difendibile il sistema previdenziale pubblico.

La partita che si gioca, quindi, è quella se questo Paese avrà ancora un sistema previdenziale pubblico generale o se questo sarà sostituito da un sistema assicurativo privatistico.

Non è più rinviabile per la sinistra italiana mettere in agenda questo tema: non sfugge la complessità del periodo storico e neppure l’ estrema debolezza politica della sinistra, ma proprio per questo è necessario  ripartire dalla costruzione di   alleanze intorno alla difesa del nostro sistema di Welfare, fino a un po’ di tempo fa all’avanguardia nel mondo.

Aurora Ferraro, segreteria regionale SPI-CGIL Marche

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