Primarie del centrosinistra, sarà ballottaggio. Cosa dice il voto di ieri | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Primarie del centrosinistra, sarà ballottaggio. Cosa dice il voto di ieri

Primarie del centrosinistra, sarà ballottaggio. I dati parziali danno Bersani al 44,3%, Renzi al 36,3%, Vendola al 15,1%. A votare sono stati in 4milioni. In serata è già polemica. “Le regole non le ho scelte io” ha detto Renzi; “lui, un grande grimaldello per scardinare il centrosinistra” ha commentato la Bindi. 

Fonte: Oltremedianews.com

I programmi a confronto: è duello Bersani-Renzi.

“E’ stata una giornata meravigliosa l’ho voluta io così” le parole di Pierluigi Bersani a caldo dei primi risultati resi noti nella tarda serata di ieri e che lo vedevano vincitore, sono state di ringraziamento al centrosinistra e al suo popolo.

Nel giorno in cui Mario Monti torna ad essere possibilista rispetto ad un suo futuro incarico di governo, il popolo del centrosinistra si ritrova in fila nelle piazze presso i seggi aperti per esprimere il proprio voto nelle primarie. E’ stata una giornata davvero speciale per il Pd e per la futura coalizione. Prima di tutto per il dato dell’affluenza. Secondo le notizie diramate nella tarda serata di ieri sembra che abbiano partecipato alle primarie quasi 4milioni di elettori (c’è chi parla di 3,8, chi di 3,5). Numeri talmente rilevanti da aver fatto andare in secondo piano il risultato del confronto che pure offre spunti di riflessione. Ancora stanno giungendo in questi minuti gli ultimi dati, ma sembra che Pierluigi Bersani abbia prevalso sul resto dei candidati conseguendo il 44,3% contro il 36,3% di Matteo Renzi e il 15,1% di Nichi Vendola; subito dietro Laura Puppato 2,9% e Bruno Tabacci 1,1%; nonostante ciò i voti raccolti non sono bastati al segretario del Pd per evitare il ballottaggio.

I primi commenti dopo l’uscita delle prime proiezioni sono stati di Bersani: “Ho fiducia nel ballottaggio. Siamo una grande squadra, Renzi è un protagonista ma siamo tutti importanti, ciascuno ha il suo ruolo”, così il leader Pd proseguendo con quel contegno equilibrato che ha caratterizzato tutta la sua campagna. “Una cosa è certa però, la partecipazione di oggi è una risposta all’antipolitica, è la fine del ghe pensi mi”, ha quindi concluso il segretario riferendosi alla straordinaria partecipazione. Nessuna parola di sfida, nessuna emozione contrariata, il segretario è il segretario e come tale rappresenta anche quella fetta di elettori che hanno votato Matteo Renzi; le polemiche Bersani le lascia fare agli altri.

Primo fra tutti allo stesso sindaco di Firenze. Al contrario dello stile sobrio del leader Pd, Renzi ha scelto un intervento dal palco dinanzi al suo comitato: “Il primo turno delle primarie lo ha vinto Bersani, ma queste primarie sono una nostra vittoria”. Parte in quarta, come suo solito, usando quella dialettica che lo ha sempre fatto apparire come un corpo estraneo rispetto al partito: noi, loro, se vincono loro perdiamo noi. Renzi è l’elemento di rottura in questo Pd e si vede. La sua posizione è sicuramente meno incisiva dal punto di vista organizzativo, gli apparati del partito sono con Bersani; tuttavia il sindaco di Firenze, c’è da dirlo, ha una grande capacità comunicativa, si trova in una condizione avvantaggiata sotto certi aspetti perché può parlare più liberamente alla pancia dell’elettorato. Comunque andrà la sua è e sarà sempre una voce critica che penderà come una spada di damocle anche sull’eventuale futuro governo guidato da Bersani. Lo si capisce subito quando dice: “Hanno messo pochi seggi, dovevano metterne di più a Firenze”. Il riferimento è alle lunghe code che si sono verificate nel capoluogo toscano, ma è la critica ad un apparato organizzativo di cui lui stesso fa parte che rende l’idea della retorica mossa da chi pesa abbastanza da incidere sulle decisioni di un partito senza però avere l’onere di assumersene le responsabilità. “Infine basta a dire che sono di destra, – ha ammonito poi Renzi -, andate a guardare i numeri nelle regioni rosse!”.

Ed è proprio dalle regioni in cui il Pci regnava che viene infatti il dato più sorprendente. In Toscana Matteo Renzi ha addirittura superato Bersani assestandosi al 52%. Ottimi risultati in Umbria, Marche, Veneto, Piemonte (dove addirittura si è affermato col 41%) ed anche nella rossa Emilia dove il segretario ha vinto con poco scarto. Più difficile per Renzi invece il meridione, dove Bersani ha in più punti stravinto e dove si è registrata anche un’ottima presenza da parte di Nichi Vendola che in Puglia ha raccolto il 35% e a Roma un insperato 24% delle preferenze.
Insomma, guardando i dati, nonostante l’ottimismo ostentato da Bersani, la situazione è tutt’altro che semplice. Matteo Renzi sembra infatti avere un certo ascendente sugli elettori del centrosinistra, ma non è detto che a votare non si siano recati anche molti ex berlusconiani. Non è un caso che un quotidiano di area come ilGiornale abbia manifestato il suo favore per il leader rottamatore. Addirittura Cazzola del Pdl è arrivato ad ipotizzare una non candidatura di Berlusconi qualora dovesse vincere le primarie Renzi. Persino alcuni consiglieri de La Destra hanno detto che sarebbero andati a votare Renzi. Resta da capire però se davvero la partecipazione degli elettori del centrodestra sia sintomo di una capacità del sindaco di Firenze di allargare il bacino di riferimento della prossima coalizione, o se si tratti di un fenomeno di mera speculazione e di sincero apprezzamento di una parte di italiani verso qualcuno che sta dall’altra parte della barricata (rispetto al Pdl) ma che parla un linguaggio familiare.

Poi c’è il capitolo Vendola. E’ stata una giornata in agrodolce per il governatore pugliese. Se si pensa infatti che, a causa di quel processo che lo riguardava da cui è uscito pulito, il leader di Sel ha cominciato la campagna elettrorale con settimane di ritardo rispetto agli altri candidati si può dire che abbia tenuto con buoni dati in alcune regioni, in particolare Puglia e Lazio. Se si guarda però ad un anno e mezzo fa, quando le parole e le proposte del governatore pugliese erano sulla bocca di tutti facendo sì che Nichi Vendola si presentasse come colui che avrebbe fatto emergere le contraddizioni del Pd sbaragliando la concorrenza alle primarie, il ridimensionamento è stato evidente. Del resto se c’è un motivo per cui Sel è nata, questo sta proprio nell’obiettivo strategico di far emergere l’elettorato di sinistra che sino ad oggi ha votato il Pd. E non è detto che non ci sia questo elettorato, ma se c’è esso è ancora una volta nascosto dietro il dito della logica da voto utile che da vent’anni impedisce alla sinistra da governare. Oltre a ciò però va anche detto che Vendola si è trovato a competere in casa d’altri, con regole non sue; dove infatti Nichi era di casa i risultati sono arrivati. Forse il leader di Sel ha pagato quella sua eccessiva ricerca dell’appeal mediatico che da sempre caratterizza la sua retorica e che gli ha impedito di presentarsi come il vero leader di rottura. Emblematica è l’occasione inspiegabilmente mancata del dibattito televisivo, dove Renzi si è presentato come “il nuovo che avanza” mentre Vendola, timoroso di essere “troppo a sinistra” pensava a come comporre un pantheon di personaggi di riferimento che potesse piacere anche ai cattolici.

Restano alcune considerazioni da fare sui possibili risvolti che questa lotta tra “fratelli coltelli” potrà produrre nel futuro. La posta in palio è importantissima, come disse Oliviero Diliberto qualche settimana fa, qui è in gioco il futuro della sinistra per i prossimi vent’anni. E’ per questo che bisogna guardare il quadro disegnato dalle primarie con molta attenzione. Senza nasconderci dietro un dito un dato è emblematico: il centrosinistra sta cambiando. Se in meglio o in peggio ci sarebbe molto da dibattere. Sarà che questo strumento delle primarie premia l’immagine del candidato piuttosto che i contenuti, sarà che in questo paese c’è una questione generazionale di enormi dimensioni, sarà che Renzi di soldi nella sua campagna ne ha spesi veramente tanti. Resta il fatto che ricette e dialettiche le quali sino a pochi anni fa erano proposte ad un elettorato di destra, oggi hanno appeal anche a sinistra: per dirla in termini gramsciani, la retorica neoliberista, oggi, è davvero egemonia. Ciò è vero ancor più se si pensa che i consensi di Matteo Renzi provengono inspiegabilmente dalle “zone rosse”. Qui il dato di Renzi non si può giustificare solo con la massiccia partecipazione di elettori di centrodestra, la sensazione è bensì che per molti, e ciò forse va un po’ a scagionare il povero Vendola, questo confronto elettorale ha rappresentato più un vero e proprio regolamento di conti interno, quasi si trattasse di un congresso allargato piuttosto che di un aperto confronto di coalizione. Oltre questi moltissimi hanno votato di pancia e, come propensione culturale vuole, hanno prestato consenso al candidato istintivamente avvertito più vicino. A ciò si aggiunge un altro spunto di riflessione: nonostante anche i “big” più a destra fossero con Bersani, la base più moderata non li ha seguiti e ha votato per Renzi, segno che c’è davvero bisogno di un ricambio generazionale nella dirigenza dei democratici.

I risultati che sono proposti da queste primarie, se possibile, danno ancora più credito a chi affermava che nel Pd è in corso una aspra battaglia fra riformisti e conservatori. Chi non ci credeva oggi dovrà rivedere le sue posizioni. Lo ha capito subito la Camusso che votando Bersani ha dichiarato “Se vincesse Renzi sarebbe un problema”; la risposta del sindaco di Firenze lo ha confermato: “Per il bene di Pd e Cgil sarebbe meglio che sindacato e partito avessero un rapporto meno stretto”. Lo ha detto infine a denti stretti ieri sera Rosy Bindi su raitre, quando sentendo serpeggiare nello studio la parola proibita della scissione ha affermato “Grillo è il peggio, Renzi la benzina. C’è un tentativo di scardinare il centrosinistra e il sindaco Firenze è un grande grimaldello”. Più chiara di così…

Michele Trotta

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