Privatizzazioni 2.0: il peggio deve ancora arrivareTribuno del Popolo
sabato , 23 settembre 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Privatizzazioni 2.0: il peggio deve ancora arrivare

I debiti pubblici troppo elevati devono essere curati con le privatizzazioni e, di conseguenza, tramite l’instaurazione di maggiore concorrenzialità sui mercati. Nell’edizione dello scorso venerdì anche l’autorevole “The Economist” ha lanciato una feroce invettiva contro i governi troppo restii a vendere i propri tesori. Giusto ieri il governo portoghese ha annunciato la vendita di 85 quadri originali di Mirò. Le privatizzazioni 2.0 stanno arrivando. 

Fonte: Oltremedianews

Venerdì scorso la copertina dell’autorevole rivista conservatrice “The Economist” riportava la seguente intestazione: “Privatizzazione. Una vendita da 9 trilioni di dollari”. Infatti, stando all’analisi del periodico americano, gli Stati nazionali dell’area Ocse sarebbero in possesso di una ricchezza complessiva di circa 35 trilioni di dollari che, se venduta, permetterebbe di migliorare enormemente le finanze dei Paesi dissestate dall’accumulazione decennale di deficit pubblici. “I contribuenti – scrive The Economist –  potrebbero pensare che i pezzi pregiati dell’argenteria di famiglia siano già stati venduti, ma una gran parte di essi si trova ancora nell’armadio”. Ma questa volta, più che le imprese pubbliche (che valgono “solo” 4 trilioni di dollari), la maggior parte della ricchezza nazionale è rappresentata dagli assets non finanziari come gli edifici, le terre o le risorse del sottosuolo, che secondo una recente statistica dell’Fmi condotta sui Paesi Ocse valgono in media il 75% del Pil nazionale. Per quanto riguarda l’Italia – che si stima avere una ricchezza di 225 bilioni di dollari di partecipazioni statali alle aziende e 1,6 trilioni di beni non finanziari – la rivista auspica che il governo Letta intraprenda con più coraggio la via delle privatizzazioni, magari prendendo esempio dal governo inglese che lo scorso anno ha privatizzato la “Royal Mail”, cioè le poste di sua maestà.La feroce requisitoria contro la ricchezza pubblica del magazine continua con l’accusa rivolta a molti governi europei di utilizzare metodi di rendicontazione finanziaria che non tengono conto dell’effettivo valore dei beni nazionali e che pertanto dovrebbero essere sostituiti da modelli di gestione propri del management privato, possibilmente al riparo dall’interferenza deleteria dello Stato. “E questo non è solo un bene in sé, ma è la via che naturalmente conduce alle privatizzazioni”. Tuttavia, nonostante l’uso un po’ frettoloso del concetto di “bene”, nell’articolo si precisa che le privatizzazioni sicuramente non sono la panacea di tutti i mali, ma tuttavia  offrono una boccata d’ossigeno per le finanze dei Paesi che hanno il vizio dell’overspendingcioè dello “spendere troppo” rispetto al valore del Pil.

Ma se le parole lette sino a questo punto vi hanno solo fatto storcere il naso, sgranare gli occhi e magari sospirare mestamente, l’immaginifica chiosa finale dell’Economist lascerà tutti di stucco. “[…] le privatizzazioni sono uno strumento utile. Permettono ai governi di tagliare i loro debiti e far aumentare la loro credibilità agli occhi degli investitori, riducono le spese e migliorano l’efficienza del sistema economico promuovendo la competitività e usando i capitali ed i metodi del settore privato nella gestione degli assets privatizzati. […] Enormi ricchezze aspettano di essere liberate”. Dunque non solo imprese statali, come accaduto all’inizio degli anni ’90, ma anche suolo pubblico, edifici storici, beni culturali, servizi nazionali e risorse del sottosuolo devono essere privatizzate per ottenere in primis  il risanamento del deficit e, in secundis,maggiore credibilità agli occhi degli investitori stranieri.

Pare decisamente strano che un articolo del genere campeggi in prima pagina in un periodo storico in cui anche i teorici più ferrei del lasseiz-faire stanno iniziando a riconsiderare la necessità dell’intervento dello Stato nelle faccende nazionali e a mettere in dubbio l’effettiva efficienza di un’economia interamente privatizzata. Oltretutto l’articolo, pur riconoscendo l’impossibilità oggettiva di vendere il Louvre e il Partenone, sembra quasi imputare tale difficoltà ad un malfunzionamento o un’imperfezione del funzionamento dell’opinione pubblica più che ad un’aberrazione culturale che eccede ogni limite.

Questo significa forse che la redazione dell’Economist abbia perso del tutto il senno? No, putroppo. La (s)vendita della ricchezza paesaggistica e culturale dei paesi dell’Europa Meridionale potrebbe infatti essere questione di pochi anni. Da noi si parla già di vendere le spiagge, ma più in generale, se gli attacchi speculativi ai paesi mediterranei dovessero portare ad ulteriori downgrading della credibilità nazionale, non sarebbe fantascienza vedere nababbi stranieri fare shopping agli Uffizi, ai Fori Romani o al Duomo di Milano. A proposito di questo, proprio ieri, il governo portoghese ha annunciato che ad inizio febbraio metterà all’asta 85 quadri originali di Mirò comprati dal governo nel 2008. Così facendo il governo conservatore di Coelho punta a raccogliere circa 35,5 milioni di euro, valore iniziale dell’asta.

I Portoghesi non potranno più ammirare i quadri, ma almeno il passivo di bilancio della ragioneria generale dello Stato sarà di qualche decimo minore. Assurdo vero? Eppur si muove.

 Fabrizio Leone

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top