Prof. Bagnai: l’austerity è fallita, l’Italia esca dall’euroTribuno del Popolo
lunedì , 24 luglio 2017
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Prof. Bagnai: l’austerity è fallita, l’Italia esca dall’euro

Il prof. Bagnai ha tenuto un’audizione in commissione finanza e ha parlato di eurozona e di come risollevare il paese dalla crisi. Per il professore non c’è futuro nell’euro.

Fonte: Oltremedianews

Alla vigilia delle elezioni europee previste per il 2014, Alberto Bagnai, professore associato di Politica economica presso l’università D’Annunzio di Pescara, ha mostrato alla commissione finanza un quadro davvero lapidario dell’Eurozona e del futuro dell’Italia nel “progetto” euro.

La sua audizione si è concentrata principalmente su tre punti: il ruolo esistente fra la necessità di orientare la politica tributario-fiscale nel senso dell’austerità e dell’euro; il rapporto fra l’adozione dell’euro e, in un senso più ampio, le logiche che dovrebbero guidare l’unione economica per capire se questo modello monetario sia compatibile con l’unione economica; e inoltre gli studi scientifici più recenti sul rapporto del vincolo esterno inteso come adozione di un cambio forte o di una valuta forte nonché gli incentivi che i paesi forti e deboli in unione economica hanno per compiere riforme strutturali.

Il quadro delineato non è dei migliori e sicuramente è in controtendenza con la politica finora attuata. “L‘italia è un paese intrinsecamente perfettibile e abbisogna di riforme, il problema è capire se l’unione monetaria con paesi cosiddetti più forti sia la scelta migliore per perseguire la strada delle riforme”.  Su questo fronte Bagnai non usa mezzi termini: nel quadro dell’euro l’Italia non poteva operare diversamente, poteva operare solo secondo una politica di austerità. “Dobbiamo fare austerità perché c’è l’euro”!

Ma approfondiamo la questione. Secondo il professore, l’austerità è stata allo stesso tempo efficace ed inefficace: è statainefficace rispetto agli obiettivi dichiarati ex ante, ovvero quelli di risanare le spese pubbliche (il debito pubblico è schizzato a livelli che non si registravano dagli inizi degli anni novanta); ma allo stesso tempo è stata efficace rispetto all’obiettivo vero che è stato dichiarato ex post, che era quello di aggiustare i conti con l’estero. Tuttavia questa politica di “regolamento dei conti”, nonostante sembri efficace, ad un’osservazione più scrupolosa risulta esser stata il fattore determinante la crisi. Questo poiché  le economie periferiche sono state drogate dalla possibilità di indebitarsi con l’estero a tassi agevolati ed in particolare di indebitarsi con i paesi del centro dell’eurozona del core della Germania, sempre a tassi agevolati. Insomma una crisi non di debito pubblico ma di debito privato. Una politica tributaria che ha permesso ai paesi cosiddetti poco virtuosi di indebitarsi e di rimandare le riforme di adeguamento strutturale (in riferimento alla Grecia).

Una politica, aggiunge Bagnai, che ha sì portato il  saldo estero da -3 a zero con un miglioramento di 3 punti di PIL, ma che mentre si occupava di saldo estero, diminuiva notevolmente il saldo pubblico. In altre parole, tale politica di austerità ha portato benefici sul fronte estero, ma allo stesso tempo ha abbattuto la domanda interna e il mercato interno di ciascun paese. Continuare a perseguire una politica tributaria di austerity può soltanto condurre l’eurozona in direzione di una spirale deflazionistica che annienterà sempre più il mercato interno del lavoro. “L’austerità serve a praticare la svalutazione interna, cioè a recuperare competitività se non si può aggiustare il valore cambio”, ma la colpa di tutto ciò non è l’austerity, piuttosto la politica monetaria che si è rivelata del tutto irrazionale e la causa del fallimento.

Quindi, cosa fare? Eurozona o non eurozona? Euro o lira? Anche su questo punto il professore è decisamente chiaro e per spiegare la sua posizione utilizza una metafora e un esempio che potrebbe esser paragonato alla situazione italiana. Bagnai cita la teoria del grande pennello, in riferimento all’omonimo spot pubblicitario secondo cui per dipingere una grande parete sia necessario l’utilizzo di un grande pennello che in termini di politica economica suonerebbe in questo modo: per competere con la grande Cina serve diventare grandi come la Cina, ovvero se i competitor sono grandi anche noi dobbiamo essere grandi. Ebbene, secondo il prof. non vi sarebbe una particolare razionalità economica in questo tipo di atteggiamento e propone come caso esemplare quello della Corea del Sud (che ci sorpasserà per reddito e nel 2040 sarà il terzo paese al mondo per reddito pro capite). Insomma, la Corea, da sempre schiacciata fra il gigante cinese e giapponese, non ha sentito alcuna esigenza di fare un’unione monetaria con nessuno dei due giganti, preferendo rimanere uno stato piccolo e flessibile. Inoltre la sua struttura di vantaggi comparati è molto simile a quella italiana: “è un paese vocato all’export privo di materie prime e con una vocazione manifatturiera”.  Insomma, l’Italia potrebbe avere un futuro fuori dall’euro “semplicemente” risanando il proprio mercato interno e cercando di soddisfare gran parte della domanda con esso.

Che sia fuori dall’euro il futuro dell’Italia? Certo, è doveroso mettere in evidenza che la posizione di Bagnai è dettata da profondi sentimenti di delusione e scetticismo nei confronti di una UE che non ha mai valutato l’idea di “Stati federali d’Europa” . Posizione realista e rispettabile ma il mondo accademico si divide.

Sullo stesso tema si è espresso anche il Prof. Sardoni che in un’intervista al nostro giornale ha spiegato quanto sia utopico pensare un’Italia fuori dall’eurozona e incalza: “L’Italia, la Germania, la Francia, sono paesi piccoli che non reggerebbero l’urto della competizione con le grandi potenze mondiali. L’alto potere d’acquisto e le forti importazioni schiaccerebbero le economie di queste nazioni. Non bisogna abbandonare l’euro, ma bisogna ripensarlo”.

Veronica Pavoni

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