Provincia di Roma: protestano i lavoratori. Intervista a Giorgio Semproni (CGIL)Tribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Provincia di Roma: protestano i lavoratori. Intervista a Giorgio Semproni (CGIL)

La legge di stabilità  approvata dal governo Renzi lo scorso primo gennaio prevede un taglio del 30% per l’organico delle città metropolitane e del 50% per quello delle province. In concomitanza dell’approvazione del testo, i dipendenti della Provincia di Roma, oggi “Città Metropolitana,  hanno occupato una parte di Palazzo Valentini, sede della vecchia Provincia e della Prefettura.

Fonte: Oltremedianews

La CGIL si è fatta promotrice di una grande manifestazione nazionale a Firenze il prossimo 25 febbraio per chiedere al governo Renzi di tutelare i dipendenti pubblici a rischio licenziamento e di garantire l’effettivo mantenimento dei servizi offerti dalle vecchie province. Oltremedianews ha intervistato Giorgio Semproni, sindacalista della CGIL e lavoratore della ex Provincia.

Da quanto tempo state occupando?

“Da circa tre mesi. Non si fa sciopero ma nel pomeriggio veniamo qui a fare il presidio”.

Ci sono già delle ripercussioni del patto di stabilità su stipendi e posti di lavoro?

“Ripercussioni no, perché la circolare Madia, che esplicita i contenuti della legge di stabilità e della legge Delrio, è uscita adesso. La circolare prevede che, entro il 31 marzo, siano stilate le liste nominative del personale in soprannumero, e sia pianificata tutta la riorganizzazione degli enti. Per quanto riguarda la città metropolitana di Roma, quindi, il 31 marzo sapremo quali saranno effettivamente i servizi fondamentali di nostra competenza e quale sarà l’entità delle riduzioni. Si parla  di due tipi di tagli: uno dei fondi, l’altro dell’organico. Bisognerà andare a vedere, all’interno di ogni singolo ente, dove dovranno incidere queste manovre”.

Quali attività saranno trasferite ad altre enti?

“Nelle città metropolitane dovrebbero rimanere, secondo la legge Delrio, le “funzioni fondamentali”, cioè l’edilizia scolastica, la pianificazione territoriale, i trasporti e parte dei servizi relativi all’ambiente. Le altre funzioni, “non fondamentali”, dovrebbero essere dislocate ad altri enti. Tuttavia, una bozza della legge regionale prevede invece una restituzione in toto di questi servizi alle province, questo è un bel dilemma”.

Vista l’entità dei tagli, è ipotizzabile una privatizzazione di alcuni servizi?

“Le ipotesi di esternalizzazione sono possibili, laddove nel 2015 ci sarà un taglio complessivo di un miliardo, nel 2016 di due miliardi e nel 2017 di 3 miliardi. Considerato che i servizi sono impossibili senza soldi, non mi sembra un’ipotesi così lontana”.

Perché negli ultimi anni si è scelto di tagliare proprio sulle province?

“Già nel programma elettorale dell’IDV di Pietro era emerso il discorso dell’abolizione delle provincie, che poi è stato cavalcato da quasi tutti gli altri partiti. Innanzitutto, quindi, direi che tutto l’arco istituzionale dei partiti era favorevole. Delle tre istituzioni territoriali, cioè comuni, province e regioni, la provincia è la “cenerentola”. Sappiamo quali scandali ha attraversato la nostra penisola negli ultimi tempi, quindi, probabilmente, l’operazione serve anche per dare all’opinione pubblica un segnale che dica “adesso la politica  fa un passo indietro”. Ma non ci scordiamo che tutta questa vicenda ha fatto sì che non ci saranno più presidenti eletti delle province, che invece saranno eletti dai partiti stessi. È stata fatta una propaganda non molto veritiera secondo cui rientrerebbero soldi grazie all’eliminazione di spese della politica, ma in realtà della politica viene meno solo la democrazia”.

Infatti sul totale della spesa pubblica il costo delle province è irrisorio…

“Esatto, la spesa delle province incide solo per l’1,35% sul debito pubblico italiano. Chi spende veramente senza dare servizi adeguati alla spesa sono le regioni, quindi, se proprio si fosse voluto fare un lavoro serio, si sarebbe dovuti partire dalle regioni. Le province, checché se ne dica, erogano dei servizi importanti, e tra poco la popolazione se ne accorgerà, anzi, già molti probabilmente hanno sentore dei problemi che scaturiranno da questa manovra”.

Abbiamo letto infatti in queste settimane di disservizi per i ragazzini ipovedenti e non udenti…

“Esatto, ma non c’è solo il problema del sostegno scolastico. Anche per l’edilizia scolastica già si sentono presidi che non hanno la possibilità di mettere a posto le aule né di riscaldarle perché non ci sono fondi”.

Tornando su Roma, quali sono le prospettive per i lavoratori?

“Nella città metropolitana di Roma, sarà possibile capirlo solo il 31 marzo. Oggi c’è anche chi dice “non vi preoccupate che nulla succede per i dipendenti, perché con l’eliminazione di centri per l’impiego e polizia provinciale, i numeri sarebbero tali da evitare gli esuberi”. Se, però,  ragioniamo sul fatto che molti servizi non saranno più finanziati, possiamo quantomeno dire che i cittadini, lavoratori compresi, avranno degli svantaggi da questa legge”. 

E per la vostra protesta?

“Come sindacato continuiamo il nostro presidio qui insieme a CISL e UIL. Il 25 febbraio c’è una grande manifestazione nazionale di tutte le R.S.U di province e città metropolitane a Firenze. Per il resto purtroppo si naviga a vista, nel senso che ogni giorno si devono cambiare i piani d’azione perché ci arrivano notizie contrastanti. Questa legge di stabilità ci ha tolto l’ossigeno che ci dava invece la legge Del Rio, sia ai dipendenti che ai servizi. Il grosso guaio è che qui la mano destra non sa cosa fa quella sinistra…”

Come mai la legge Delrio è stata stravolta così, all’improvviso?

“Il passaggio che Delrio aveva fatto, anche insieme alle organizzazioni sindacali, non bastava alla Troika. La lettera della BCE diceva “ci dovete dare in pasto una parte del pubblico impiego”, e poiché la “cenerentola” sono le province, probabilmente di quelle 30.000 teste che dovrebbero essere tagliate, le prime 20.000 verranno dalle province, e le altre 10000 le cercheremo in altri ambiti”,

Insomma, a chi conviene quest’abolizione delle province?

“A nessuno, se non a quella politica che per nascondere le proprie nefandezze distrugge i servizi per i cittadini. Questo anche per una firma messa su un foglio, ahimè,  anche da CGIL CISL e UIL insieme alla Confindustria il 2 settembre 2013, quando è  stato deciso che insieme allo sviluppo economico bisognava abolire le province. Diceva il buon Di Pietro: “che c’azzecca abolire le province con lo sviluppo economico?””.

Come mai i sindacati hanno deciso di firmare?

“Il sindacato ha pensato che probabilmente si sarebbe riuscito a trovare un compromesso con la concertazione, anche perché è vero che le province, gli enti territoriali e tutto il pubblico impiego vanno riformati. Le province non sono molto vicine alla cittadinanza e al territorio. Questa però non è una riforma che porta servizi, ma che ne toglie, quindi può servire solo a qualcuno per “fare cassa” magari sulle esternalizzazioni, ad aprirci società. Abbiamo visto come nell’esperienza italiana la privatizzazione dei settori non abbia dato servizi migliori”.

C’è stato un dibattito interno al sindacato sulla firma dell’abolizione delle province?

“Di dibattito interno ce n’è stato, devo dire, poco. Ci siamo ritrovati questa firma senza ancora aver deciso se metterla o non metterla, questa purtroppo è una delle ultime cose che hanno determinato una profonda critica all’interno del sindacato, rispetto al fatto che la democrazia viene meno ormai in tutti i settori. Questo purtroppo succede anche in CGIL, bisogna ammetterlo. Ogni tanto la democrazia viene messa all’angolino, per arrivare non si sa a quale obiettivo. Ripeto, quella firma del due settembre non è stata certamente una firma che ha portato grandi evoluzioni né nello sviluppo economico né rispetto alle riforme degli enti locali. Staremo a vedere”.

E adesso i dipendenti hanno ancora voglia di mobilitarsi?

“Per fortuna, le persone si fidano ancora del sindacato, ma il problema diventa anche di paura individuale, quando si parla di posti di lavoro e reddito. Pensiamo a chi ha un mutuo sulle spalle e due figli da mandare a scuola. In questi casi il problema si sposta dalla sfera sindacale e collettiva a quella umana e personale”.

Giulia Beatrice Filpi

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