Questione di genere e nodo lavoro, ora Renzi deve dare risposteTribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
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Questione di genere e nodo lavoro, ora Renzi deve dare risposte

Legge elettorale, riforma fiscale, Job Act. Il governo Renzi già al bivio in questa settimana su tre temi centrali per il futuro del paese. Con il premier anche gli italiani si giocano molto, ma nonostante il ricambio generazionale i dubbi sull’adeguatezza dei quadri politici attuali rimangono tutti. 

Fonte: Oltremedianews

Che occorra attendere la terza settimana di vita di un esecutivo per capirne la vera natura è ormai una triste realtà: ogni dodici mesi in Italia si partorisce un leader acclamato a furor di popolo senza conoscerne minimamente le idee se non nella forma di qualche slogan più o meno efficace. E’ il tempo della crisi dei partiti, il tempo dell’antipolitica, il trionfo dell’uomo forte al potere, ma anche i meno attenti ora non potranno nascondersi più dinanzi all’evidenza: in tre giorni sullarappresentanza, sul lavoro e sulla riforma fiscale si decide l’indirizzo politico del governo Renzi dei prossimi anni.

A cominciare dalla rappresentanza. Da ieri l’iter della legge elettorale sta incontrando diversi intoppi alla Camera. Non bastassero infatti le resistenze dei mini-partiti alle mega soglie di sbarramento che rischiano di lasciare senza rappresentanza parlamentare qualcosa come il 20% del corpo elettorale, nel week-end è esplosa anche la questione di genere sulla composizione delle liste. Il tema è vecchio quanto il mondo: come garantire un’adeguata presenza femminile in un ambiente, quello della politica, dove da sempre gli uomini sono presenti in maniera preponderante. Una questione, questa, che travalicherebbe in realtà il piccolo problema della composizione femminile dei prossimi parlamenti, essendo il machismo una forma di vessazione culturale e non solo che si dirama in tutti i luoghi della società in cui si stabiliscono i rapporti di forza: su tutti, basti pensare ai licenziamenti delle donne incinta, il mondo del lavoro.

Peccato però che la discussione parlamentare come al solito finisca su binari morti che poco interessano ai cittadini: dagli abiti bianchi delle parlamentari in rivolta per le quote rosa agli alterchi tra la Santanché e la Prestigiacomo, passando per le continue dispute tra correnti che dividono il Pd, il quadro è a dir poco desolante. Non ci si può meravigliare se poi di un problema tanto grosso si finisce per farne una mera questione numerica; l’emancipazione della donna è un’altra cosa.

Il secondo appuntamento è quello delle tasse. Renzi nel week-end ha annunciato un «super-mercoledì»: “Entro mercoledì abbasseremo per la prima volta le tasse. Non ci crede nessuno? Lo vediamo” è lo spot del premier. Staremo a vedere, ma le promesse non sono incoraggianti. Prima di tutto c’è una questione di numeri: Renzi ha parlato di 10miliardi di euro, da reperire dalla spending review di Carlo Cottarelli e dal rientro dei capitali dalla Svizzera. Le analogie con le parole di Berlusconi prima, di Monti poi, e da ultimo di Letta non sono solo un’impressione; ciò testimonia bensì che la coperta è davvero corta e senza un impiego di risorse pubbliche anche a costo di un parziale sforamento di quel tetto al deficit del 3% che in pochi in Europa rispettano, le misure ‘’shock’’ di cui Renzi parla rimarranno una semplice efficace trovata pubblicitaria bastando le stesse a garantire solo 60-80 euro in più a busta paga.

A confermare le impressioni ci sono le parole di Susanna Camusso: ‘’Ho la sensazione che ci stiamo riraccontando la legge di stabilità che prevedeva un fondo destinato a ridurre la tassazione sulle imprese e sui lavoratori alimentato direttamente dai tagli di spesa e dagli eventuali proventi del rientro dei capitali” ha detto la leader Cgil, che poi ha concluso: “se è di nuovo quella cosa lì era insufficiente a dicembre e non diventa sufficiente adesso”.
Dalla questione dei numeri al problema più organico di quale modello fiscale assumere per il futuro del Paese. Che ci sia infatti bisogno di una riforma del sistema fiscale per rilanciare l’economia, questa è cosa nota, il punto è però capire come coniugare un abbassamento delle tasse tale da avere reali effetti benefici con l’esigenza di non colpire i soggetti più deboli. Anche qui le parti sociali sembrano avere le idee più chiare del governo, tanto da aver individuato subito il nocciolo del discorso: da una parte Confindustria chiede una riduzione dell’Irap, tanto odiata dagli industriali, con la promessa di rimettere gli effetti benefici nella busta paga dei lavoratori; dall’altra i sindacati le cui richieste sono ben riassunte dalle parole di Landini: ‘’Sono da evitare interventi a pioggia. Bisogna individuare delle priorità. Ad esempio, ogni euro pubblico a favore delle imprese deve essere vincolato a quanti posti di lavoro si difendono e si creano. Vanno resi possibili forme di credito e di finanziamento agli investimenti a tassi agevolati per le piccole e medie imprese, incentivando la costituzione di reti d’impresa”. Secondo il n. 1 della Fiom “non serve a nulla una riduzione generalizzata e non selettiva del cuneo fiscale. Per una ripresa dei consumi la tassazione va ridotta a partire da una riduzione dell’ Irpef sui redditi da lavoro più bassi e ripristinando una vera tassazione progressiva”. L’approccio è diametralmente opposto ed anche qui il governo, se non vuole buttare nel vuoto 10miliardi, dovrà optare per un’unica soluzione.

Infine l’ultima e più importante questione si chiama lavoro. Tema peraltro tutt’altro che a sé stante rispetto a quello della rappresentanza, soprattutto per i termini in cui è stato proposto.
‘’Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione’’. La frase di Renzi pronunciata a ”Che tempo che fa” con cui il premier ha liquidato il problema del rapporto tra governo e parti sociali non è piaciuta proprio a nessuno. Non si tratta però di una semplice battuta televisiva, il nocciolo della questione è un altro: il neopremier riconosce o meno l’importanza del ruolo del sindacato come soggetto capace di organizzare le istanze del mondo del lavoro per giungere ad una contrattazione collettiva che dia sufficiente potere contrattuale nei rapporti con i datori? Sarebbe bello se sul tema si intavolasse una discussione sull’effettiva adeguatezza dell’organizzazione sindacale nel rappresentare anche i bisogni dei precari e dei disoccupati, sull’importanza che il frazionamento del mercato del lavoro ha avuto nel peggiorare le condizioni dei dipendenti.
La risposta di Renzi è stata invece come al solito elusiva: ‘’Penso che sia giusto che i sindacati mettano online ogni spesa che fanno’’ ha risposto salvo poi ribadire la superficialità e l’inadeguatezza intellettuale del suo pensiero politico: ‘’Decideremo per le famiglie, non per le parti sociali’’. Sul dubbio significato dell’affermazione ci sarebbe infatti da discutere a lungo; resta il fatto che invece di far capire alla gente che in un mercato in cui il prezzo di un’ora di lavoro è determinato dall’incontro di domanda e offerta e che quindi il vero problema del peggioramento delle condizioni dei lavoratori è derivato dal fatto che i precari e i disoccupati non hanno potere contrattuale perché non sono rappresentanti da nessuno, Renzi usa il termine famiglie come se il bilancio familiare non dipendesse dalla paga di chi lavora.
Il punto ha provato invece a centrarlo Maurizio Landini, segretario Fiom, che dinanzi alle parole del premier ha replicato: “La democrazia è a rischio nel nostro Paese se non si combattono la disoccupazione e la precarietà”. Oltre al tema della rappresentanza, da sempre molto caro ai metalmeccanici, Landini ha poi provato ad avanzare qualche proposta sollecitando “forme di reddito minimo universale”, ed auspicando un intervento volto a “cancellare l’articolo 8 della legge 148 del 2011, con cui si è permesso di derogare ai contratti nazionali”.

Più nel dettaglio della critica al Jobs Act renziano è scensa Susanna Camusso, segretaria confederale della Cgil, che ha affermato: ‘’Auspico che il Jobs Act annunciato da Renzi non sia l’ennesima moltiplicazione delle forme di ingresso al lavoro e quindi della precarietà. Per mettere ordine al sistema sarebbe utile – ha poi continuato – che si comincino a tagliare tutte le forme di precarietà, poi solo a quel punto si potrebbe discutere anche di contratto unico’’. Quindi la conclusione che sa di una bocciatura finale alla proposta di Renzi di una possibile esenzione per 3 anni dell’art. 18: ‘’Il tema oggi non è quello dei licenziamenti ma delle assunzioni. Servono politiche per creare il lavoro e per non far fuggire non solo i cervelli ma anche la manodopera giovanile, altrimenti creiamo un debito straordinario sui nostri figli e sui nostri nipoti progettando un paese di poveri”.

Insomma è finito il tempo di giocare, in questa settimana si decide il futuro politico del governo Renzi e forse anche la futura collocazione del Partito Democratico nello scacchiere politico italiano, sì perché quanto alle risposte da dare al problema lavororappresentanza e modello di tassazione, il giudizio sull’adeguatezza del nuovo corso politico inaugurato dal sindaco di Firenze sarà definitivo ed inappellabile.

   Michele Trotta

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