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giovedì , 19 gennaio 2017
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Questione russa e propaganda euro-atlantica

Questione russa e propaganda euro-atlantica

Dallo scoppio della crisi ucraina i media occidentali hanno portato avanti una martellante campagna di disinformazione volta a presentare la Federazione Russa come responsabile della guerra civile ucraina e sulla base di questo hanno avallato le scellerate scelte europee in materia di sanzioni contro la Russia.

Fonte: Marx21.it

Il voto al Parlamento Europeo del 15 gennaio, che ha visto uniti popolari e socialisti, ha confermato la politica aggressiva dell’Unione Europea, minacciando direttamente la pace in Europa. Le recenti dichiarazioni della NATO e le allusioni di qualche leader europeo dovrebbero mettere in allarme chiunque abbia a cuore le ragioni della pace.

L’Unione Europea ha svolto fin dall’inizio un ruolo di prim’ordine nella realizzazione del golpe di febbraio contro il governo Yanukovich e ha avallato le politiche imperialiste nordamericane miranti a pressare e contenere la Russia tramite l’avanzata della NATO. In Italia il dibattito sui rapporti euro-russi è quasi inesistente; chi sostiene la necessità di instaurare normali rapporti politici, economici e di scambio culturale con la Russia viene solitamente bollato, con un certo sprezzo, come “filorusso” o, addirittura, come “ostile all’Europa”. E’ evidente che nell’immaginario comune (riflesso delle idee propagandate dagli organi di informazione legati a diversi livelli ai gruppi dominanti) non esiste Europa al di fuori della cornice euro-atlantica.

Manlio Dinucci ha fatto notare come la strategia statunitense in Ucraina abbia un duplice scopo: da un lato consegnare l’Ucraina nelle mani del FMI e annetterla alla NATO per ridimensionare la Russia e la sua politica estera; dall’altro, scrive Dinucci, «sfruttare la crisi ucraina, che Washington ha contribuito a provocare, per rafforzare l’influenza statunitense sugli alleati europei, alimentando in Europa uno stato di tensione che permetta agli Usa di mantenere tramite la Nato la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di valori: con il governo tedesco Washington tratta per le spartizione di aree di influenza, con quello italiano (“tra i nostri amici più cari al mondo”) si limita a pacche sulle spalle sapendo di potere ottenere ciò che vuole». [1]

Le dichiarazioni del nuovo primo ministro greco, Alexis Tsipras, indirizzate verso una politica europea di distensione nei confronti della Russia hanno provocato reazioni simili (e prevedibili) nella variegata stampa italiana. Qualcuno ha fatto riferimento addirittura al «rischio di una Grecia putiniana» lanciandosi in improbabili paragoni con l’Atene periclea (o meglio con le parole che Tucidide attribuì a Pericle): «[…]Perché qui quelli del nuovo governo Tsipras li stiamo immaginando come moderne versioni di Pericle, capaci di insegnare la democrazia all’Europa e al mondo» [2]. Già Luciano Canfora, in quel bellissimo libro che è “La democrazia, storia di un’ideologia”, ha destrutturato i rimandi inappropriati (inseriti all’interno della bozza del preambolo della Costituzione europea diffusa nel 2003) al logos epitaphios del Pericle tucidideo [3]. Tsipras, secondo l’autore dell’articolo a cui si è fatto riferimento, poteva quindi essere un “moderno Pericle” ma le simpatie verso la Russia lo hanno distanziato dal suo ‘antenato’ (la Russia, viene da chiedersi col sorriso tra le labbra, corrisponderebbe quindi alla Sparta oligarchica del V sec. a.C. ?). Perché no, magari qualcun altro troverà da qualche parte a Oriente anche i corrispondenti dei barbaroi dell’impero achemenide.

Un altro articolo, pubblicato su un noto quotidiano nazionale, presenta una cartina che mostra l’evidente accerchiamento della Russia da parte della NATO, nondimeno il titolo dell’articolo è “Così la Nato prova a contenere l’espansionismo militare russo” [4]. Gli esempi rinvenibili nella stampa italiana sono innumerevoli e non si esauriscono certamente qua.

La propaganda antirussa mira a presentare la Russia come un paese costantemente in espansione e aggressivo, in particolar modo facendo riferimento alla questione ucraina. Poco importa che sia il governo di Kiev a bombardare i civili, a sguinzagliare battaglioni di neonazisti nel Donbass e a esercitare repressione politica di cui i comunisti ucraini sono tra le vittime principali. Il Partito Comunista Ucraino è infatti uno dei principali partiti che si è opposto con forza al golpe dello scorso inverno. E’ evidente che la Russia del XXI secolo non è più il paese domo in condizione semi-coloniale quale fu la Russia della parentesi eltsiniana quando venne investita da un’ondata di privatizzazioni selvagge, un gruppo di oligarchi prese in mano le ricchezze del paese, si formarono immense ricchezze private e circa il 40% della popolazione scese sotto la soglia di povertà. Solo più tardi, scrive Losurdo, «la Russia riusciva a stabilire il controllo sul suo immenso patrimonio energetico, e ciò in seguito all’avvento di forze e personalità politiche odiate a Washington e a Bruxelles» [5]. Appare chiaro che la Russia del XXI secolo – che pretende le venga riconosciuto lo status di potenza multilaterale eurasiatica – non va bene alla potenza egemone (declinante) statunitense. Non è certamente un caso che Obama lo scorso 25 marzo abbia definito provocatoriamente la Russia una «potenza regionale» e «isolata», sapendo di non dire il vero a meno che non si consideri il G7 (più qualche Stato subordinato) coincidente con la “comunità internazionale”.

Basta dare un’occhiata ad una qualsiasi cartina che mostri l’avanzata della NATO dall’inizio degli anni novanta ad oggi per rendersi conto che chiunque parli di minaccia all’Europa da parte russa stia fantasticando. E’ utile fare un breve riepilogo: nel 1999 aderirono Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia; nel 2004 sette nuovi Stati: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Nel 2009 vennero integrate Albania e Croazia. La Russia, ancora debole, non si è opposta ai primi allargamenti. L’espansionismo aggressivo della NATO, lo schieramento del sistema antimissile BMD (formalmente contro l’Iran, in realtà in ottica antirussa) e le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ hanno messo la Russia in allarme; oggi assistiamo al tentativo atlantico di integrazione di Ucraina e Moldavia. Il progressivo avanzamento della NATO ad Est viene percepito come una chiara minaccia nei confronti della Russia che il 26 dicembre 2014 ha annunciato un significativo cambiamento di strategia e priorità: la NATO viene infatti considerata la minaccia primaria alla sicurezza nazionale.

Ha scritto Domenico Losurdo nel suo ultimo saggio “La sinistra assente”, a proposito della reazione russa dopo il golpe di Kiev:

Era una reazione stimolata dalla rivolta delle regioni russofone dell’Ucraina, indignate per il regime change e allarmate per il ruolo svolto da forze violentemente russofobe e fascistoidi, ed era comunque una reazione di difesa contro un’espansione della NATO in Europa orientale che, accompagnata com’è dall’avanzata dello scudo spaziale, mira a far pesare su Mosca il terrore del primo colpo nucleare. [6]

Il crollo dell’URSS e il processo di ‘colonizzazione’ della Russia negli anni novanta ha dato inizio ad un quindicennio di unipolarismo statunitense che negli ultimi anni è stato messo in crisi dalla crescita economica e militare della Cina, dal ruolo di potenza ritrovata della Russia e in generale dall’ascesa dei BRICS; si sta quindi configurando un assetto globale post-occidentale. Gli Stati Uniti, pur essendo una potenza ‘a debito’, mantengono il predominio militare a livello globale e hanno una visione del mondo unipolare (Obama, in occasione del discorso di fronte ai cadetti di West Point dello scorso anno, non ha rinunciato a fare riferimento all’“eccezionalismo” americano).

Giovanni Arrighi (studioso dei processi di transizione egemonica) ha fatto notare come l’espansione finanziaria della fine del ventesimo secolo sia stata caratterizzata da un’anomalia. Di fronte a un processo di “ricentralizzazione” dell’economia globale in Asia Orientale (e in particolar modo in Cina) siamo di fronte ad una biforcazione senza precedenti tra potere finanziario e militare che può portare a diversi scenari futuri, in base alla reazione della potenza egemone declinante nordamericana.

E’ utile fare riferimento alle previsioni espresse da un politologo organico all’impero come Brzezinski, nella celebre opera del 1997,“La Grande Scacchiera”. Brzezinski ribadisce più volte il ruolo centrale dell’Ucraina (e gli interessi statunitensi di svincolarla dalla Russia) e scrive:

La ferma volontà dell’Ucraina di difendere la propria indipendenza è stata incoraggiata dall’esterno. Sebbene inizialmente l’Occidente, e in special modo gli Stati Uniti, avessero tardato a riconoscere l’importanza geopolitica di uno Stato ucraino autonomo, verso la metà degli anni novanta l’America e la Germania divennero strenui sostenitori del separatismo di Kiev. Nel luglio del 1996, il segretario della Difesa americano dichiarava: «Non possiamo sottovalutare l’importanza di un’Ucraina indipendente per la sicurezza e la stabilità di tutta l’Europa», mentre in settembre il cancelliere tedesco Kohl, nonostante il forte sostegno espresso per Eltsin, si spingeva ancora oltre dichiarando che «il saldo ancoraggio dell’Ucraina all’Europa non può essere messo in discussione da nessuno […] [7]

Brzezinski presenta alcuni possibili scenari futuri per la Russia: scarta la possibilità di una convergenza russo-tedesca o russo-francese finalizzata allo scardinamento dei legami transatlantici con gli Stati Uniti. Il celebre politologo statunitense considera però remota anche una “coalizione antiegemonica” composta da Russia, Cina e Iran. Scrive Brzezinski:

Il necessario punto di partenza di qualsiasi controalleanza di questo tipo sarebbe stato il rilancio del rapporto bilaterale tra Cina e Russia, fondato sulla reazione della classe dirigente di entrambi i paesi alla prospettiva che l’America potesse diventare l’unica superpotenza mondiale. […] Ma una soluzione fra Russia, Cina e Iran può svilupparsi solo se gli Stati Uniti sono abbastanza miopi da entrare in urto con Pechino e Teheran simultaneamente: un’eventualità che non può ovviamente essere esclusa, come s’è visto nel 1995-1996, quando Washington arrivò ai ferri corti con entrambe queste capitali. Né l’Iran né la Cina, tuttavia, vollero arrischiare un’alleanza strategica con una Russia debole e instabile, ben sapendo che una simile coalizione, spinta oltre una qualche intesa tattica occasionale, avrebbe messo a repentaglio il loro rapporto con i Paesi più industrializzati, gli unici in grado di far affluire investimenti e trasferire le tecnologie più avanzate necessarie al loro sviluppo. La Russia, per contro, aveva ben poco da offrire a sostegno di un’efficace coalizione antiamericana. [8]

Continua poco dopo a proposito delle scelte geostrategiche che la Russia “avrebbe dovuto” attuare in futuro:

Nessuna ipotesi di controalleanza, pertanto, rappresenta una valida alternativa. […] L’unica vera opzione geostrategica per la Russia – che potrebbe darle – realisticamente, un ruolo internazionale, permettendole di massimizzare le sue probabilità di trasformazione e di modernizzazione sociale – è l’Europa. E non un’Europa qualunque, bensì quella transatlantica rappresentata dall’allargamento dell’UE e della NATO. Un’Europa siffatta (come abbiamo visto nel capitolo 3) sta prendendo forma, ed è anche probabile che rimanga strettamente legata all’America. Questa è l’Europa con la quale la Russia dovrà entrare in rapporto, se vorrà evitare un pericoloso isolamento geopolitico. […] Anche se un’alleanza strategica russo-cinese e russo-iraniana a lungo termine è improbabile, è ovviamente importante che l’America eviti politiche che possano distrarre la Russia dal compiere questa necessaria scelta geopolitica. [9]

Se da un lato le previsioni in merito ai rapporti euro-atlantici di Brzezinski sono oggi pienamente confermate, dall’altro, come fa notare il politologo marxista Atilio Boron [10], i recenti accordi di tipo economico, politico e militare siglati da Russia e Cina si muovono proprio in quella direzione considerata remota da Brzezinski. La nascita dell’Unione doganale eurasiatica ha inoltre rappresentato un primo passo verso l’integrazione regionale eurasiatica considerata improbabile dal politologo statunitense. La “necessaria scelta geopolitica” da parte russa auspicata da Brzezinski, cioè un legame sempre più stretto con l’Europa transatlantica, risulta oggi evidentemente sconfessata. E’ all’interno del deterioramento del quadro politico globale per gli Stati Uniti che, secondo Boron, si devono considerare i cambiamenti di calcolo geopolitico da parte degli «strateghi dell’impero», compreso il ‘disgelo’ con Cuba portato avanti mentre si inaspriscono le sanzioni contro il Venezuela bolivariano.

L’analista di politica internazionale Pepe Escobar, in un articolo del 16 dicembre sulla “Nuova via della seta della Cina” ha posto al centro della sua riflessione lo spostamento verso Est degli equilibri globali:

Now, mix the Silk Road strategy with heightened cooperation among the BRICS countries (Brazil, Russia, India, China and South Africa), with accelerated cooperation among the members of the Shanghai Cooperation Organization (SCO), with a more influential Chinese role over the 120-member Non-Aligned Movement (NAM)—no wonder there’s the perception across the Global South that, while the United States remains embroiled in its endless wars, the world is defecting to the East. [11]

In questa direzione si muovono gli equilibri globali ed è in tale contesto che si colloca la Russia del XXI secolo. Le ragioni della pace e della pacifica convivenza tra nazioni e popoli sono oggi messe in discussione dalle politiche aggressive degli Stati Uniti e della NATO, spalleggiati dall’Unione Europea. Il mutamento degli equilibri globali in favore delle potenze emergenti e il progressivo configurarsi di un assetto multipolare forniscono nuove prospettive anche per il popoli del Sud. Di fronte a tale mutamento, l’Occidente guidato dalla «nazione indispensabile» è spinto, come scrive Losurdo, a un «concitato attivismo geopolitico e militare» [12]. E’ in tale contesto che devono muoversi i comunisti e la sinistra per fare fronte al pericolo di una escalation militare nel cuore dell’Europa.

Note

[1] Dinucci Manlio, La vera posta in gioco nella crisi ucraina, in “MarxVentuno”, 1-2 2014 anno XXII, pp. 7-12.

[2] http://www.huffingtonpost.it/marco-ferraro/tsipras-kammenos-e-il-ris_b_6559260.html

[3] Canfora Luciano, La democrazia. Storia di un’ideologia, Bari, Laterza, 2004, pp. 11-30.

[4] http://www.lastampa.it/2015/02/08/esteri/cos-la-nato-prova-a-contenere-lespansionismo-militare-russo-3ni2NEFuO0yGNtp0G5VyvJ/pagina.html

[5] Losurdo Domenico, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Bari, Laterza, 2013, p. 267.

[6] Losurdo Domenico, La sinistra assente. Crisi, società, spettacolo, guerra, Roma, Carocci editore, 2014, p. 125.

[7] Brzezinski Zbigniew, La Grande Scacchiera, Milano, Longanesi & C, 1998, pp. 153-154.

[8]Ivi, pp. 157-158.

[9] Ivi., pp. 160-161.

[10] http://www.atilioboron.com.ar/2014/12/cuba-y-estados-unidos-ni-un-tantico-asi.html

[11] http://www.thenation.com/article/193001/chinas-new-silk-road#

[12] Losurdo D., La sinistra assente, cit., p. 278.

Federico La Mattina

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