Recessione. I dati neri dell'economia italiana degli ultimi anniTribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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Recessione. I dati neri dell’economia italiana degli ultimi anni

Un ciclo infinito di depressione e bassa crescita. Quello che nessuno dice sull’economia italiana degli ultimi anni. Tra promesse e previsioni luminose il fù Belpaese oggi è depresso e malato. 

Fonte: Oltremedianews

Solo bugie. A confronto con i dati economici raccolti negli ultimi mesi non resta che bollare così le promesse e le rassicurazioni sull’andamento dell’economia fatte dai governi italiani e non solo negli ultimi sei anni. Un copione affinato nel tempo e che è passato dal maldestro negazionismo di Silvio Berlusconi, ai più raffinati inglesismi dei governi Monti e Letta, sino ad arrivare alla spregiudicatezza di Matteo Renzi. Passano i governi non cambia il leit motiv: disinnescare l’autunno caldo con previsioni ottimistiche sulla luminosa ripresa fissata per l’anno a venire (i più disinvolti posticipano i pronostici addirittura di due anni), salvo poi arrendersi dinanzi all’evidenza quando in estate il segno meno sull’economia persiste senza soluzione di continuità. Così anche quest’anno, dopo l’ubriacatura di giubilo collettiva per gli 80euro in busta paga elargiti da Renzi, ancora una volta la fotografia del paese sull’andamento economico degli ultimi 2 anni  (in attesa dei numeri relativi al 2014) ci ha spiegato perché, nonostante i comici al potere, il fù Belpaese oggi è al 45° posto nella classifica mondiale della felicità stilata dall’ONU.

A cominciare dalla condizione delle imprese, i risultati sono un continuo rosso. Ad esempio solo nel 2013 si sono aperte 6500 procedure fallimentari, +5,9% sul 2012; una goccia nell’oceano se pensiamo che dal 2008 ad oggi sono chiuse 134mila imprese (Cgia) di cui 9mila storiche con più di 50anni di attività alle spalle.
Numeri che si spiegano in parte con il venir meno di due tra i pilastri su cui si fonda un’impresa di piccole e medie dimensioni: il credito e la competitività (dei consumi, che sono una conseguenza della crisi parleremo più avanti). Quanto al primo, è facile immaginare l’importanza della liquidità in un’attività costantemente messa sotto pressione per via delle contrazioni dei consumi e delle pressioni dei fornitori. Ebbene nel 2013 si è registrato un -4% (dati Bce) per quanto riguarda i prestiti bancari alle imprese. Una stretta dei rubinetti del credito che contrasta con gli annunci fatti in pompa magna dalle associazioni riconducibili agli istituti di credito e che servirebbe da sola a testimoniare l’effetto irrisorio delle politiche monetarie della BCE che dovrebbero avere proprio come obiettivo l’incentivo ai prestiti sul circolante.
Il dato sulla competitività è insieme una spiegazione del lento declino ventennale conosciuto dalla economia italiana ed una conseguenza dell’acuirsi dello stesso nelle forme della crisi del debito (e del credito): nella classifica mondiale l’Italia occupa il 49° posto. Segno che a mancare, in assenza di prestiti, sono soprattutto gli investimenti nell’innovazione.

Dal lato delle famiglie il quadro non può che essere drammatico. Tra il 2007 ed il 2013 i poveri sono quasi raddoppiati, attestandosi a 5milioni di persone (Fonte Istat); livello percentuale il dato sfiora il 7% delle famiglie e l’8% degli individui, mentre ad essere a rischio povertà sono il 30%. Ancora considerate tra le più ricche d’Europa grazie anche all’enorme valore del patrimonio immobiliare di proprietà, le famiglie italiane hanno un reddito tra i più bassi: secondo dati della Confcommercio sarebbe infatti tornato ai livelli di 25anni fa a 1032miliardi di euro complessivi con un -94 miliardi di potere d’acquisto dall’inizio della crisi (circa 4mila euro in meno per nucleo familiare).
Numeri che si devono misurare anche con una pressione fiscale attestatasi al 44% nel 2013 che schiaccia la crescita ed opprime i consumi. Nonostante infatti la stretta della cinghia da parte delle famiglie e la necessità di rilanciare la domanda interna, il calo delle entrate causato dal rallentamento dell’economia ha indotto i governi negli ultimi anni bisognosi di risorse sicure a tassare proprio i consumi: l’IVA al 22% e le accise sui carburanti che pesano per il 52% sul prezzo finale ne sono un esempio.
Venendo poi alla vera piaga per le finanze delle famiglie di questo drammatico ciclo economico, la disoccupazionecontinua a crescere: nel gennaio 2014 si è attestata al 12,9%, 42% se si guarda ai giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. In numeri assoluti, quindi, i disoccupati sfiorano i 3,3milioni (dati Istat), cui vanno aggiunti i 2,2milioni di neet che non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere. E per chi non lavora non va meglio: il 52% dei giovani italiani ha un contratto precario e 7 su 10 del totale degli occupati teme di perdere il proprio posto.

Il risultato finale spiega appunto perché l’Italia non è più un paese felice, senza che vi siano grosse possibilità di tornare ad esserlo: negli ultimi 10 anni la produzione industriale è calata del -17,5%; è cresciuto l’export, è vero, ma la domanda interna è crollata e se il saldo commerciale è in positivo è solo perché il consumo di energia per la prima volta dal dopoguerra è diminuito drasticamente. Si tratta dell’unico aspetto positivo della nostra domanda aggregata (che determina ilPil), la quale tra tagli di spesa pubblica e contrazioni dei consumi è diminuita dal 2007 dell’8,8%. Inutile dire, poi, che se le entrate fiscali calano di anno in anno nonostante i ritocchi all’insù della tassazione, a crescere è proprio il debito pubblico: nel primo trimestre del 2014 si sarebbe attestato al 130% del Pil, 2107,2 miliardi in termini assoluti.

I dati appena elencati sconfessano non solo le promesse fatte dai governi negli ultimi anni, ma dimostrano anche l’inettitudine della gran parte degli economisti mainstream, paladini del rigore e convinti di poter governare l’economia alzando ed abbassando i tassi d’interesse. Dell’assurdità di questa convinzione sino ad un decennio fa, in un ciclo economico di normale crescita, non se ne poteva discutere nemmeno in ambiti accademici, con una crisi perdurante lunga più di quella del ’29 il fallimento di una corrente di pensiero e di una scuola di economisti dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti.

Michele Trotta

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