Reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito e lavoro garantito. Che fare?Tribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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Reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito e lavoro garantito. Che fare?

Tra le innumerevoli voci della legge di stabilità emerge una bozza di proposta per l’introduzione nel nostro paese dei “reddito minimo garantito”. In molti vedono la misura come un prodromo per l’uscita dalla crisi, ma basta davvero un assegno integrativo per far ripartire l’economia? Non si dovrebbe piuttosto porre l’accento sui piani di pieno impiego? 

Fonte: Oltremedianews

REDDITO DI CITTADINANZA. Durante la scorsa campagna elettorale il rampante MoVimento 5 Stelle si è fatto strenuo sostenitore dell’introduzione nel nostro paese di un reddito di cittadinanza che, stando alle parole del leader Grillo, servirebbe a consegnare ai nostri figli un’Italia migliore. In particolare, secondo i grillini e secondo quanti sono d’accordo con la misura, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere finanziato sottraendo risorse alle pensioni d’oro (che nella loro ottica sembra che siano una sorta di otre forato con cui finanziare qualsiasi spesa) o tassando il gioco d’azzardo e i superalcolici. Oltre ai grillini, il reddito di cittadinanza è un tema molto dibattuto in economia e in questa sede riteniamo plausibile riferirci ad esso nell’accezione che gli diede Milton Friedman, padre del monetarismo economico. In particolare secondo il vessillifero della poco raccomandabile Scuola di Chicago il reddito di cittadinanza dovrebbe funzionare come una sorta di “imposta negativa”: stabilito un reddito minimo a cui tutti hanno diritto, chi vive al di sotto di questa soglia avrebbe diritto ad un’elargizione del differenziale da parte dello Stato. Semplicissimo, ma non finisce qui. Il reddito di cittadinanza è una delle invenzioni più autentiche del pensiero liberista dominante secondo cui gli agenti economici, dotati di una certa quantità di ricchezza, non dovrebbero far altro che soddisfare il proprio egoismo per condurre l’intero sistema economico in una situazione di ottimalità. Detto in maniera più concreta, lo Stato ti dà 500 euro al mese ma abolisce l’intero settore pubblico (sanità ed istruzione in primis). Il reddito di cittadinanza, in estrema sintesi, è una versione aggiornata delle frumentationesromane che nel I secolo a.C., quando ancora non esisteva il welfare, saranno sicuramente state percepite come una significativa politica redistributiva, ma che ad oggi sembrano decisamente antiquate.

REDDITO MINIMO GARANTITO. Spesso e volentieri il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito vengono usati come sinonimi, ma nella letteratura scientifica la diversità tra i due istituti è estremamente significativa. Dando un’occhiata alla legge di stabilità fresca di approvazione, scorgiamo l’introduzione del Sia, acronimo di Sostegno per l’Inclusione Attiva. Dietro il titolo magniloquente ed ermetico ci sono 120 milioni di euro che, in tre anni, verranno erogati ai cittadini meno abbienti di alcune zone della penisola con la prospettiva futura, in caso di riscontri positivi, di estendere a tutto il suolo nazionale questa forma di guarentigia. Tra le molteplici prescrizioni di Rmg, la più diffusa è quella che prevede l’elargizione di un sussidio monetario a inoccupati, disoccupati e precariamente occupati che non superino i 7.200 euro di reddito annui. Per poter beneficiare di tale somma l’interessato dovrebbe inoltre registrarsi presso le liste di collocamento dei Centri di Impiego. La campagna “Reddito minimo garantito per tutti e per tutte” ha cui hanno aderito anche Stefano Rodotà, Domenico Gallo, Sergio Cofferati, Sel, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, suggerisce inoltre la creazione di un “reddito indiretto”, ovvero garanzie in termini di servizi pubblici per la cittadinanza che possano migliorare ulteriormente il tenore di vita dei residenti.

La critica mossa dagli economisti mainstream ad un sussidio del genere si fonda sulla presunzione che esso alzerebbe il livello del “salario di riserva” degli individui (n.d.r. il salario minimo che deve essere corrisposto ad un individuo affinché egli preferisca lavorare piuttosto che continuare ad intascare il sussidio), costringerebbe le imprese ad alzare il livello dei salari, e conseguentemente anche dei prezzi, con la conseguenza di generare un aumento della disoccupazione. Questo meccanismo è riassunto nei motti penosi dei vari Brunetta e Fornero sulla produttività e sull’inefficienza dei lavoratori che evitiamo di citare espressamente.

In termini di “sostenibilità” della spesa, questione che ha tristemente trasformato la macroeconomia in ragioneria generale, le risorse per finanziare questo ingente esborso verrebbero in primis dall’abbattimento dei costi per gli ammortizzatori sociali e in secundis dal maggior gettito fiscale generato da un aumento della ricchezza netta in aggregato.

LAVORO GARANTITO. Il reddito minimo garantito, pur nella sua forma più progressista ed espansiva, esclude tuttavia una fetta abbondante della popolazione. Si pensi che in Italia ci sono circa 14 milioni di cittadini tra i 15 e i 64 anni non attivi, cioè che non sono occupati e non sono in cerca di lavoro. Anche supponendo che una parte di essi decida di registrarsi presso le liste dei centri di impiego, sembra difficile perseguire la piena occupazione soltanto attraverso questa misura.

Il punto è questo. I parametri di Maastricht (rapporto debito/Pil al 3%) e le varie riforme costituzionali europee in materia di pareggio di bilancio hanno de facto svuotato il welfare europeo di ogni valenza pragmatica. Se si rimane nell’alveo neoliberista è chiaro che qualsiasi forma di sussidio redistributivo è ben accetto, ma se vogliamo affogarci perlomeno facciamolo nel mare e non in una pozzanghera. Mi spiego meglio. I temi di reddito e lavoro sono senza dubbio due materie eminentemente politiche e pertanto la mano economica  risponde ad un weltanshauung di fondo: per esempio la sinistra più che al reddito dovrebbe guardare al lavoro. La destra non lo so, lascio a voi dirlo.

Moltissimi economisti arguiscono che, dati gli attuali vincoli europei, politiche di sussistenza monetaria ai cittadini sono non perseguibili, o se preferite insostenibili, con livelli di occupazione così bassi. Una politica redistributiva senza piani di occupazione stabile rischia dunque di risultare piuttosto fatua e improduttiva. Gli economisti mainstream suggerirebbero di perseguire tale obiettivo tramite maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, ma alla luce del palese fallimento di queste prospettive potrebbe essere più proficuo volgersi verso altri lidi.

Un’avanguardia in tal senso sono i piani di Job Guarantee ipotizzati dall’economista statunitense Hyman Philip Minskyche, dopo molti anni di abbandono, iniziano ad essere rispolverati dall’opinione pubblica occidentale. Persino il celebre The Guardian ha dedicato un articolo a tale vicenda. Il Programma post-keynesiano di lavoro garantito mira a coniugare la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, superando così l’impostazione neoclassica tradizionale. Secondo tale prospettiva lo Stato si pone come “datore di lavoro in ultima istanza”, perseguendo la piena occupazione in modo anticiclico. Persino le comunità scientifiche di economia più conservatrici sono infatti arrivate a riconoscere la presenza di crisi cicliche nell’economia capitalista e il JG si pone come risposta istituzionale a tale problema. In particolare durante fasi acute di disoccupazione lo Stato dovrebbe ampliare il JG per poi ridurlo in fasi di espansione, quando le imprese iniziano a domandare più lavoro. Così facendo sia la domanda aggregata che la produzione si mantengono ad un livello stabile, i lavoratori non perdono reddito e competenze e soprattutto si evitano gli scenari di disagio sociale  raccontati da Dickens e Hugo.

In particolare il JG dovrebbe coprire settori non nevralgici per l’economia, ma di alto valore sociale. Si tratterebbe di retribuire e creare un lavoro degno di tale nome nel terzo settore, nell’assistenzialismo, nell’ecologia, nella tutela della biodiversità, nel settore della cultura e in tutti quegli ambiti non immediatamente monetizzabili che vengono trascurati dal mito del profitto capitalista.

CONCLUSIONI. Come già sottolineato politiche di reddito e politiche di occupazione devono procedere di pari passo. Ma se il reddito senza lavoro rischia di rivelarsi poco significativo, di certo il lavoro implica per definizione un reddito. Senza contare che, come sostenne il filosofo di Treviri, “è il lavoro a rendere l’uomo tale”.

  Fabrizio Leone

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