Referendum costituzionale: le ragioni di una sceltaTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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Referendum costituzionale: le ragioni di una scelta

Ho avuto modo di leggere la relazione tenuta dal Prof. Raniero la Valle a Messina, il 16 settembre scorso, a un dibattito sui temi del referendum, con la quale espone in maniera rigorosa le ragioni vere che stanno alla base della scelta operata dal governo Renzi di modifica della Costituzione del ’48.

Nell’esposizione lucidissima, La Valle ricorda in maniera esplicita i condizionamenti specifici della JP Morgan con il documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, in cui indicava “quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.”.

E, continua La Valle: “Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.”
Nella stessa relazione e con estremo realismo, la Valle esplicita come gli stessi poteri economici prima citati inducono “i governi amici” a darsi da fare per consegnare le mani libere al mercato che è mondiale al quale stanno troppo strette le regole, i lacci e i lacciuoli di ciò che rimane alle democrazie occidentali costruite a misura delle costituzioni post belliche. In questo mercato devono valere solo le leggi del mercato, e non importano le conseguenze sul piano economico e sociale, né, tanto meno, quelle sul piano di diritti politici e civili.

Si comincia dai Paesi più in difficoltà, meglio se con “governi amici” più disponibili, meglio ancora se questi sono costruiti su basi di dubbia legittimità con l’aiutino di capi dello Stato consenzienti e/o conniventi, non badando a spese per il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione con l’obiettivo di puntare al governo di “ un uomo solo al comando”.

Conclude La Valle: “Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo”.

Condivido l’analisi formulata dal professore, che, tra le altre cose ci ricorda: “…succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni. E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato”.

E ancora: “l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone. E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.”

A questa lucidissima analisi aggiungo solo una ulteriore riflessione: i passaggi di destrutturazione dell’impianto democratico del nostro Paese non nascono per caso e sono tutti strettamente collegati tra loro.

Il lavoro, la scuola, le pensioni e la sanità, insomma il blocco portante dello stato sociale italiano, sono da tempo sotto un attacco che raggiunge il punto finale con le ultime manovre del Governo Renzi.

Con il Jobs Act cambiano i rapporti di forza all’interno del mercato del lavoro. Cambiano gli equilibri tra diritti fondamentali, quello del lavoro e quello della libertà di iniziativa economica. Cambia, insomma, seppure senza modifiche formali, la Costituzione materiale del paese (che viene cambiata con questo referendum costituzionale), che non è più quella edificata sulle conquiste degli anni ‘70, ma sembra tornata molto più indietro.

L’impianto complessivo che emerge dai decreti attuativi del Jobs Act  produce uno svuotamento sostanziale della dimensione costituzionale e garantista dello Statuto dei lavoratori.

Lo Statuto è oggi ridimensionato a legge ordinaria, con un conseguente arretramento del “potere” dei lavoratori, a tutto vantaggio di quello privato e di comando dell’imprenditore. La legge 300/70 aveva infatti posto tre limiti fondamentali che il Jobs Act sostanzialmente scardina: una difesa della professionalità dei lavoratori; confini molto rigidi al potere di controllo e ai connessi poteri disciplinari del datore di lavoro; forti limitazioni al potere di recesso e quindi ai licenziamenti. Questi erano i pilastri dell’anima garantistica e costituzionale dello Statuto che escono fortemente intaccati dalla riforma. Siamo sostanzialmente in presenza di un disegno normativo molto chiaro, che produce in larga parte un ritorno all’antico, a una logica secondo la quale quello dell’imprenditore è un potere di comando unilaterale.

Il livello di collegamento tra la riforma Boschi e l’attacco finale al mondo del lavoro è palesemente dettagliato nel documento promosso dal  Ministero dello Sviluppo e dell’Economia, intitolato “Invest to Italy”. In esso si legge testualmente : “Venite ad investire in Italia, dove gli stipendi dei lavoratori sono competitivi e crescono meno che nel resto d’Europa, ed è altamente istruita”. Il governo Renzi promuove, in salsa ultra neoliberale, l’Italia come luogo dove ospitare i capitali stranieri: non si parla di controlli sui ricavati delle aziende, si propongono grandi incentivi fiscali, si descrive il lavoro come a “costo competitivo” e con crescite basse.

Si può chiaramente leggere che “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitors come FranciaGermania. Inoltre, la crescita del costo del lavoro nell’ultimo triennio (2012-14) è la più bassa rispetto a quelle registrate nell’eurozona (+1,2% contro +1,7)“. I laureati costano meno che nel resto d’Europa, ed il governo lo rivendica come dato positivo per intercettare i capitali stranieri. Nel documento si legge:“Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800“

Il lungo intervento del governo Renzi viene messo a valore: dal jobs act all’abbassamento progressivo di salari passando per il piano nazionale industria 4.0 e tutti i diversi interventi nel mondo del lavoro, assieme alle scelte e spinte turbo-capitalistiche del fare e del grande evento/opera si sommano e mostrano il conto nel documento “Invest to Italy”.

Bene, nessuna di queste controriforme, a partire appunto da quella del lavoro, riuscirebbe ad essere “completa” se non si abbattesse l’ultima barriera, peraltro sempre più debole, rappresentata dalla garanzia della Carta Costituzionale che, partendo dall’assunto dell’Art 1 (L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro) e da quelli che da esso ne derivano, ha consentito un freno alla deriva di questi ultimi vent’anni.

Quindi, la nuova Costituzione promossa dal Governo, sfonda l’ultimo muro di contenimento e quadra il cerchio; gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa (leggete il testo del famoso trattato TTIP). Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e  perciò si devono cambiare. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, meglio se giovani e telegenici, un po’ bulli e modernisti, dietro (e “dentro”) ai quali non c’è nulla, tanto si tratta di eseguire ciò che altri, in altri luoghi, decidono.

Queste sono le vere ragioni della modifica costituzionale e quelle per le quali i comunisti, la sinistra  e ogni sincero democratico non possono che contrastare votando NO al Referendum del 04 Dicembre 2016.

Perché difendere l’attuale Costituzione Italiana, che peraltro quando è stata cambiata (con la riforma del titolo V, con l’inserimento del pareggio di bilancio) lo si è fatto in peggio, è l’unica possibilità per tenere aperta una speranza di alternativa verso una deriva altrimenti inarrestabile.

Come ho già detto in altre occasioni, non sarà lo stesso Paese quello che uscirà dal risultato referendario; sta a noi, contribuendo all’affermazione del NO, fare in modo che possa avere ancora un futuro fatto di dignità, di democrazia e di libertà.

Stefano Barbieri

Marx21.it

Tribuno del Popolo

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