Referendum Ilva. Il ricatto tra salute e lavoroTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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Referendum Ilva. Il ricatto tra salute e lavoro

Dalle 8:00 di questa mattina fino alle 22:00 di stasera i gli abitanti di Taranto potranno esprimersi su una delle questioni più controverse sotto gli occhi dell’opinione pubblica: cosa farsene dell’Ilva. Dopo la chiusura disposta dalla magistratura lo scorso novembre e dopo le risposte dei proprietari dello stabilimento siderurgico, i cittadini sono chiamati a decidere le sorti dell’industria dopo oltre 20 anni di immobilismo e inettitudine dirigenziale.

Fonte: Oltremedianews

La giornata di oggi attende 173.061 elettori tarantini ai seggi per esprimere il proprio parere sulla chiusura dello stabilimento siderurgico dell’Ilva, che opera nella città dal 1905. Il referendum consultivo di oggi sottopone al corpo elettorale due quesiti, a cui rispondere con la classica forma del “sì” o del “no”. Il primo quesito riguarda la chiusura totale dell’impianto “per la tutelare la salute vostra e dei lavoratori dall’inquinamento”, mentre il secondo attiene alla chiusura della sola area calda dell’Ilva, la stessa posta sotto sequestro dalla magistratura lo scorso novembre. I votanti possono rispondere anche ad un solo quesito.I dati comunali di Taranto hanno reso noto che alle 12 di oggi aveva votato appena il 4,4% degli aventi diritto, ma affinché il referendum sia valido e vincolante è necessario che votino il 50% più 1 degli elettori. Tuttavia tale soglia è ritenutainarrivabile sia dai partiti politici che dai sindacati, le cui stime prevedono un’affluenza tra il 20 e il 30 percento. Il sindacoStefàno (Pd) ha votato e ha esortato i suoi concittadini a fare altrettanto, ma non ha reso nota la sua posizione, mentreSel, partito che tramite Vendola controlla la regione Puglia, ha optato per la chiusura parziale del complesso industriale tarantino.

L’unica certezza, sia che si raggiunga il quorum sia che non ci si riesca, è la sconfitta politica e culturale della classe dirigenziale italiana degli ultimi 20 anni, mostratasi per lo più incapace e demotivata nell’affrontare la questione dell’Ilva. Che lo stabilimento fosse un mostro industriale era infatti una questione nota a tutti e certamente nessuno poteva sperare che non sarebbe mai stata sollevata la questione ecologica e salutare. E le rassicurazioni a proposito della salute degli abitanti di Taranto più volte manifestate dalla Riva Group proprietaria dello stabile non hanno mai convinto pienamente i cittadini e i sindacati, che da tempo denunciano l’insostenibilità dei livelli di inquinamento prodotti dall’Ilva e degli altissimi tassi di mortalità per cancro registrati.

La questione sull’Ilva ha inoltre spaccato l’opinione pubblica tra ambientalisti e sostenitori della necessità di far continuare la produzione. I primi si sono espressi nel nome dell’ambiente e della salute, mentre i secondi in nome del diritto al lavoro e dell’importanza economica che lo stabilimento ricopre nell’economia italiana. Quando lo scorso novembre la magistratura ordinò il sequestro dell’area calda dell’impianto, la famiglia Riva minacciò la chiusura totale del complesso industriale e del suo indotto come unica via per evitare il fallimento economico. Come ha lucidamente sostenuto il segretario della Cgil-Fiom Maurizio Landini i lavoratori e i cittadini sono stati messi davanti ad una scelta insostenibile: o il lavoro o la salute. Il binomio è infatti di per sé inscindibile sotto molti punti di vista. Lavoro e salute, non a caso, sono due cardini del nostro modello giuridico e costituzionale e riguardano una sfera di diritti riconosciuti all’uomo dall’illuminismo in poi. Oltretutto l’Ilva rappresenta storicamente per la città di Taranto e per tutta la regione della Puglia un elemento identitario di certo non secondario dal momento che intere generazioni hanno lavorato per la famiglia Riva, un po’ come la Fiat a Torino prima della morte del Lingotto.

Quello che la tradizione occidentale illuminista, le lotte e le conquiste sociali dello scorso secolo hanno costruito con un afflato di potenza unica viene così demolito e defraudato di ogni valore dalle sciagurate politiche industriali, dall’incapacità politica di intervenire e dalla connivenza dei poteri oligopolistici con lo Stato. Oltre a quello del referendum, un quorum che in Italia sembra proprio irraggiungibile è quello dell’onestà dirigenziale, il cui peso grava come un macigno solo sui lavoratori.

Fabrizio Leone

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