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venerdì , 28 luglio 2017
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Referendum per il Lavoro. La sinistra ricomincia da qui

Si scrive lavoro, si legge democrazia. Con questo motto oggi è partita la campagna referendaria “Io lotto per il diciotto” finalizzata alla raccolta di cinquecentomila firme entro Natale. Tantissimi i cittadini che si sono dati appuntamento nelle piazze d’Italia per lanciare la raccolta firme che porterà all’indizione del referendum per l’abrogazione della riforma dell’art. 18 e dell’art. 8 della legge 138/2011.

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/

Riparte da qui così il mondo del lavoro. Dimenticate almeno per un week end le divisioni, offuscate per un istante le espressioni dogmatiche dei tecnici, oggi nelle piazze italiane è tornata in campo la politica, quella vera. Eravamo rimasti alla foto con cui i principali soggetti politici promotori del referendum erano stati inquadrati all’uscita dal Palazzaccio dove erano stati depositati i quesiti. Una immagine che come e forse più di quella di Vasto ha scandito tempi e congetture degli sterili dibattiti televisivi. Tra chi l’aveva accolta come una ghiotta occasione per ghettizzare la proposta referendaria come un’ipotesi di radicalità d’avanguardia di stampo bolscevico e chi aveva salutato quel quadro come una splendida immagine di una famiglia ricomposta, si era finiti, come al solito, per soffermarsi all’etichetta invece di rivolgere attenzione ai contenuti. Così a molti aveva interessato di più il forzato connubio Vendola-Ferrero, le eventuali trame doppiogiochiste di un Di Pietro in difficoltà di collocazione, le reazioni del Pd assente non giustificato. Insomma si era finiti per litigare sulle assurde categorie logiche con cui la sinistra italiana da vent’anni è costretta a misurarsi invece di guardare alla dirompente novità politica che la prospettiva di un referendum sul lavoro può rappresentare in Italia in questo momento.
Ma andiamo con ordine e vediamo nel concreto su cosa verteranno i quesiti referendari.

Anzitutto ci sarà il referendum sull’art. 18 dello statuto dei lavoratori. Esso interverrà sulla riforma siglata dal ministro Fornero che aveva cancellato la norma che imponeva il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo a fronte di una sentenza del giudice favorevole al lavoratore. “Una misura che non era richiesta né dalla Unione Europea né dalla presidenza di confindustria e che risponde ad una visione ideologica per la quale bisogna comprimere i diritti perché la crisi lo impone” così l’aveva commentata Stefano Rodotà, grande sostenitore del referendum, dalle pagine di Pubblico. Secondo il giurista il danno è “materiale morale e politico in quanto si sta tornando ad una cittadinanza censitaria”.
Poi c’è il referendum sull’art. 8 della famigerata legge 138/2011 contenuta nella manovra economica Tremonti-Sacconi. La norma fu introdotta per demandare agli accordi aziendali materie centrali per l’organizzazione del lavoro, come la classificazione e l’inquadramento del personale, le mansioni, l’orario di lavoro, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, il regime della solidarietà negli appalti o il ricorso alla somministrazione del lavoro. Un ritorno alla premodernità in piena regola, sempre secondo il professore universitario della sapienza, all’epoca della rivoluzione industriale quando non esisteva un contratto nazionale ed ogni azienda aveva il suo diritto del lavoro. Un modo come un altro, verrebbe da dire, per spezzettare qualsiasi rivendicazione unitaria del movimento operaio ed evitare che maturi la percezione da parte dei lavoratori di una condizione comune e di una complementarietà delle aspirazioni.

Come per i beni comuni così per la materia del lavoro la chiamata alle urne dei cittadini per l’esercizio del più diretto tra gli strumenti democratici che la nostra costituzione contempla, è un modo per riportare gli italiani e le forze politiche a riprendere il ruolo decisionale che la sovranità popolare gli assegna. L’obiettivo dei referendum sarà quello di abrogare le riforme parallele dei governi Berlusconi-Monti che, seppur nelle differenze di forma e di presentabilità dei protagonisti, hanno condotto politiche volte a preservare nell’ambito della crisi economica gli interessi di una parte della società facendone pagare gli effetti ai salariati.

Michele Trotta

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