Referendum sulla Costituzione: l’Egitto approva la novitàTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Referendum sulla Costituzione: l’Egitto approva la novità

Dopo il referendum, ecco i dati ufficiali: altissimo l’astensionismo, e altissima la percentuale dei votanti che approva le modifiche alla costituzione.

Fonte: Oltremedianews

Ancora non si capisce se la “vittoria” dei sì, nel referendum che ha visto come protagonisti gli egiziani nei giorni scorsi, e di cui da poco si sono avuti i risultati, sia una vittoria vera e propria.

Ma quali modifiche apporta il referendum alla Costituzione? La Carta modifica il suo impianto originario, allentando i legami con la sharia, la legge islamica, e concedendo maggiori diritti alle donne e alle minoranze. Vengono condannate anche la tortura e le violazioni dei diritti umani, che tuttavia erano attuate sistematicamente dall’esercito egiziano.

È vero, certo, ben il 98,1% dei votanti si è espresso favorevole alle modifiche alla costituzione proposte dal governo militare, ma l’affluenza alle urne è stata davvero bassa: solo il 38,6% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza.

Dato, questo, subito giustificato dal presidente della Commissione elettorale centrale egiziana, Nabil Salib – “I giovani egiziani hanno partecipato in modo flebile al voto perché nei giorni di referendum si tenevano gli esami” – senza ovviamente dare importanza al fatto che l’appello dei Fratelli Musulmani e degli altri gruppi rivoluzionari, i quali invitavano a boicottare il voto, abbia avuto il suo effetto.

Ciò che emerge dall’esito delle votazioni è certamente incoraggiante per l’elezione a presidente di Abdel Fattah al Sisi, vicepresidente e comandante delle forze armate, fautore della destituzione del presidente Morsi, lo scorso luglio. Tanto più che l’opposizione appare limitatissima, dopo la repressione militare, in termini numerici e di possibilità: i partiti laici, infatti, appoggiano il governo sin dalla deposizione di Morsi, causando di fatto un collasso del Fronte di Salvezza Nazionale, che ha annunciato lo scioglimento; i rivoluzionari contano diversi leader in carcere, come il blogger Alaa Abdel Fattah ad Ahmed Maher, fondatore del Movimento 6 aprile.

L’unica figura che poteva forse accontentare le richieste della rivolta di Piazza Taharir, Mohammed el Baradei, si è dimessa dal governo transitorio a seguito del voltafaccia del Fronte, che ha in pratica aderito all’autoritarismo dell’esercito.

La popolazione si è dunque spaccata tra i sostenitori di al Sisi e i Fratelli Musulmani con le loro alleanze anti-golpe, i quali hanno peraltro disconosciuto il risultato del referendum e il nuovo testo costituzionale.

Il paese rischia di trovarsi in una situazione molto simile a quella del 2011, con la rivoluzione contro Mubarak: la crisi economica, la forte rabbia sociale e la grande polarizzazione politica sembrano persistere.

A quando le elezioni? Il capo del governo provvisorio, Adly Mansour, pensa tra poco: marzo, al più tardi la prima settimana di aprile.

Ma per ora, di vittoria si può parlare? E, se sì, di quale vittoria?

Di quella della democrazia, pare, non si vede ancora l’ombra.

 Giorgia Pratesi

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