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sabato , 23 settembre 2017
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Reggio Calabria. Le mani dell’ndrangheta sull’amministrazione

La decisione del governo di sciogliere il Comune di Reggio Calabria è giunta nei giorni scorsi come una doccia fredda. Ecco tutti i motivi che hanno portato il Consiglio dei Ministri ad effettuare per la prima volta nella storia il commissariamento per mafia di un capoluogo di provincia.

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/

Il Comune di Reggio Calabria, per i prossimi 18 mesi, non avrà più un sindaco, ma sarà amministrato da tre commissari: il prefetto di Crotone Vincenzo Panico, il viceprefetto Giuseppe Castaldo e Dante Piazza, dirigente dei servizi ispettivi di finanza della Ragioneria dello Stato.Quello di Reggio Calabria è, nella storia, il primo consiglio comunale di un capoluogo di provincia a essere sciolto per presunti legami mafiosi. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, nel prendere la “sofferta” decisione ha precisato che lo scioglimento è stato stabilito non per infiltrazioni mafiose, ma, addirittura, per “contiguità” della giunta comunale con la ‘ndrangheta. Una pesantissima differenza sostanziale perché contiguità significa anche “vicinanza”, “analogia” tra ‘ndrangheta e Comune.

La decisione del ministro arriva dopo sei mesi di lavoro della commissione governativa d’Accesso insediata nel reggino Palazzo San Giorgio lo scorso 20 gennaio con il compito di stabilire se potessero esserci stati condizionamenti da parte della ’ndrangheta su l’attuale amministrazione guidata da Demetrio Arena, Pdl, sindaco dal maggio 2011.
L’indagine governativa ha preso il via dopo varie operazioni della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, una delle quali il 5 aprile 2011, ha portato al fermo del direttore operativo della Multiservizi R.C. S.P.A. Giuseppe Rechichi. Figura di vertice della società mista, operante nell’attività di manutenzione del patrimonio immobiliare, Rechichi veniva ritenuto soggetto per mezzo del quale il clan De Stefano-Tegano esercitava il controllo sulle attività pubbliche di gestione del demanio.

Altro fatto scatenante dell’indagine, l’arresto del consigliere comunale Giuseppe Plutino (già assessore all’Urbanistica della giunta Scopelliti) accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso e indicato dal collaboratore di giustizia Roberto Moio, nipote del Boss Giovanni Tegano, come soggetto vicino ad un clan locale. In base agli atti di indagine il politico sarebbe il referente della cosca per la soluzione di problemi ed il soddisfacimento di bisogni collettivi (dalla rimozione della spazzatura dinanzi a determinate abitazioni, al pagamento degli stipendi arretrati ai dipendenti della Multiservizi ) utilizzati strumentalmente dalla cosca per accrescere il proprio prestigio e consenso sul territorio. Dalla lettura delle carte che hanno portato alla decisione dello scioglimento, risulta inoltre, che soggetti appartenenti al sodalizio criminale si siano adoperati in favore dell’elezione di Plutino. Una “campagna elettorale” che consisteva nell’impedire con convincenti intimidazioni, l’affissione di manifesti elettorali di candidati concorrenti.

Il quadro che viene fuori della Relazione della Commissione d’Accesso è a dir poco inquietante. Al Comune di Reggio si rimprovera l’assenza di adeguati protocolli di legalità in un territorio caratterizzato da un consistente numero di ditte in rapporti con la ‘ndrangheta. Negligenza che avrebbe permesso che “numerosi e cospicui appalti siano stati assegnati ripetutamente ad imprese caratterizzate da controindicazioni di tipo mafioso”.
Per esempio: la Leonia Spa. società mista alla quale il Comune ha affidato nel 2010 l’intero ciclo rifiuti, il cui direttore Bruno De Caria è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso perché avrebbe favorito l’infiltrazione della cosca Fontana nella municipalizzata. Ben 25 dipendenti della società (al 51% comunale) sono gravati da pregiudizi penali riconducibili a fatti di mafia perché avrebbero intrattenuto frequentazioni con esponenti delle cosche locali.
La meticolosa analisi compiuta dalla commissione consolida il principio che l’investimento nelle “società partecipate” al servizio delle amministrazioni locali è la nuova frontiera della cosche reggine.
Non soltanto rifiuti, anche la gestione delle case popolari ha il suo lato oscuro. L’omissione dei controlli avrebbe portato all’assegnazione di ben alloggi 75 a noti mafiosi. E poi gli incarichi legali riguardanti cause di rilevante valore assegnate dal gabinetto del sindaco all’avvocato Giampiera Nocera, compagna dell’assessore comunale Luigi Tuccio, costretto a dimettersi nel marzo scorso a seguito dell’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto della madre della Nocera. La signora è stata accusata di aver favorito la latitanza del boss Domenico Condello.

La situazione di criticità dal punto di vista della legalità va inoltre sommata alla condizione disastrata delle casse comunali dove è stato calcolato un buco nel bilancio di 180milioni. Ed è sulla base di queste considerazioni che il Consiglio dei ministri ha ritenuto che l’attuale giunta Arena non potesse considerarsi immune da sospetti e ha deciso lo scioglimento del Comune. Il provvedimento del governo ha scatenato le reazioni della politica. Il Pdl, locale e nazionale, grida al golpe e chiama Reggio alla rivolta. L’opposizione esprime profonda soddisfazione augurandosi quell’inversione di tendenza che i calabresi onesti da sempre attendono. Ma c’è di più. Una classe politica criminale nel peggiore dei casi, disattenta nel migliore, s’abbraccia a meccanismi sociali ormai incancreniti. E la cura, di certo, non può essere esclusivamente un’amministrazione straordinaria. Ci vogliono ben più di 18 mesi per Reggio Calabria.

di Cosimo Alvaro
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