Con la vittoria di Matteo Renzi alle primarie Pd, peraltro ampiamente anticipate, si scrive la parola "fine" sulla storia della sinistra italiana, almeno quella che abbiamo conosciuto. Ma la vittoria di Renzi apre anche grandi spazi a sinistra, uno spazio che ora deve essere colmato.Tribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Renzi, il Pd e il tramonto della sinistra italiana

Con la vittoria di Matteo Renzi alle primarie Pd, peraltro ampiamente anticipate, si scrive la parola “fine” sulla storia della sinistra italiana, almeno quella che abbiamo conosciuto. Ma la vittoria di Renzi apre anche grandi spazi a sinistra, uno spazio che ora deve essere colmato. 

Una lunga agonia durata vent’anni, culminata plasticamente con la vittoria del sindaco di Firenze Matteo Renzi nelle primarie del Pd, un partito che, almeno secondo chi vi scrive, negli anni precedenti si era già ampiamente svuotato delle sue componenti di “sinistra”. Non staremo qui a fare una lista di tutti i motivi per cui, secondo noi, Matteo Renzi non è di sinistra, sarebbe quantomeno ripetitivo oltrechè uno sterile esercizio retorico. Quello che vogliamo fare è analizzare un dato di fatto, ovvero che il Pd ha chiuso per sempre con quanto rimaneva della gloriosa storia del Pci, e infatti sono proprio le ex regioni cosiddette “rosse” quelle che hanno votato con maggior convinzione per Matteo Renzi. Quella del rampante sindaco fiorentino è la vittoria di un uomo esterno alla storia della sinistra italiana, per intenderci quando il muro esisteva ancora e Walter Veltroni era ancora nel Pci, Matteo Renzi era tra i giovani della Democrazia Cristiana. Un uomo, Matteo Renzi, che non si riconosce minimamente in quella storia, e che anzi sembra quasi appartenere ad un’altra narrazione, quella della “sinistra” alla anglosassone di Tony Blair, quella, per intenderci, che aveva accettato di mediare e trattare con le regole della Thatcher. Una sinistra quella di Matteo Renzi che semplicemente non è tale, almeno secondo i parametri con i quali in Italia siamo stati abituati a classificarla; una sinistra che non ha più nulla a che fare con il marxismo, ma anche con la socialdemocrazia, una sinistra che con Renzi entra compiutamente nello schema all’americana, quello del bipolarismo tra due partiti che dicono le stesse cose recitando i ruoli di “poliziotto buono” e “poliziotto cattivo” (peccato che in Italia i poli siano tre). Una sinistra, quella di Renzi, che ha ufficialmente gettato nel cassonetto ogni anelito rivoluzionario e di alternativa sistemica al capitalismo, ma che ha accettato di limitarsi a una gestione efficiente dell’esistente, che non metta cioè in minima discussioni tutte quelle storture spaventose che provocano le disuguaglianze. Una sinistra che ha abdicato da se stessa e che con Renzi si mette una maschera nuova, una maschera che non sarà sgradita nemmeno ai nemici storici della sinistra vera, Silvio Berlusconi. E in tutto questo che fare? Abbandonare la lotta e anche solo la speranza di avere un giorno un partito di sinistra capace di rappresentare milioni di italiani che non vogliono rassegnarsi al grande sogno della costruzione di una società più giusta? Assolutamente no, quello che bisogna fare è capire che con il compimento della mutazione genetica del Pd, da oggi non più un partito socialdemocratico ma liberaldemocratico (a dir poco), apre spazi sterminati a sinistra, a patto che vi sia la buonafede di volerli occupare e percorrere con serietà, magari ripartendo proprio da quel Marx e da quella gloriosa storia del Pci che tante conquiste ha portato a casa per i cittadini italiani.

Gracchus Babeuf

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