Renzi, Macri e l'integrazione internazionaleTribuno del Popolo
mercoledì , 26 luglio 2017
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Renzi, Macri e l’integrazione internazionale

Il primo ministro italiano ha visitato Buenos Aires nei  giorni scorsi rafforzando il piano di inserimento internazionale del macrismo. L’interesse delle grandi potenze per il nuovo governo ha i suoi costi.

Matteo Renzi e Mauricio Macri sembrano parlare la stessa lingua. Sebbene le barzellette del primo normalmente abbiano più successo, entrambi condividono quella retorica postmoderna che fonda il suo discorso su principi  generalissimi e politicamente corretti, come “l’amicizia”, “la fiducia” o “l’integrazione.” Una sorta di slang giovanile forgiato tra i calici negli incontri dei nuovi dirigenti e funzionari a livello globale, che ha voluto sedurre Buenos Aires durante la visita del primo ministro italiano.

Ma in quanto a definizioni chiare e sostanziali, o gesti di mutuo appoggio su questioni sensibili, si è fatto poco e niente. Per lo meno non pubblicamente. Di motivi ce ne sono. Dal pre-accordo con gli obbligazionisti (quelli che possiedono i buoni argentini falliti) italiani che non hanno accettato gli scambi del 2005 e 2010, passando per la negoziazione del Trattato di Libero Commercio tra Unione Europea e Mercosur, esistono una gran quantità di fattori che richiedevano di una definizione pubblica dei capi di governo, ed è proprio è per questo motivo che si è realizzato l’incontro tanto desiderato.
Lo sguardo concentrato sull’America Latina

Sebbene le relazioni diplomatiche tra i due paesi siano storicamente forti, dal punto di vista economico gli scambi negli ultimianni sono stati relativamente deboli. L’Italia rappresenta solo il 2,3 percento del totale delle importazioni argentine, valore che non ha avuto significative variazioni nell’ultimo decennio, tenendo in conto che nel 2004 i prodotti italiani rappresentavano il 2,8 percento del totale entrato nel paese. I beni di capitale per l’industria sono quelli maggiormente importati dall’Italia, attorno all’ 80 percento del totale, ed è proprio con questi impresari che si è incontrato Renzi.

In quanto alle esportazioni, verso l’Italia viaggiano solo l’ 1,4 percento del totale dei beni argentini, in maggioranza prodotti agroindustriali. Tuttavia, il premier italiano capisce che la Casa Rosada può essere la porta di accesso per incrementare le relazioni commerciali col resto del Mercosur, nel quale le imprese con casa madre radicate nel “Bel Paese” fatturano 46 mila milioni di euro all’anno.

Negli ultimi anni il kirchnerismo è stato uno dei principali ostacoli alla firma di un Trattato di Libero Commercio tra il Mercosur e l’Unione Europea. Il governo argentino, ed in minore misura quello del Brasile, si sono opposti sistematicamente alle proposte europee per eliminare le imposte alle importazioni sull’87% dei prodotti di paesi europei che per di più insistono nel raggiungere come minimo al 91%. Questo si deve alla mancanza di competitività dei piccoli produttori sud-americani di fronte all’arrivo di beni più economici dall’Europa, sovvenzionati dalla stessa UE.

L’arrivo di Macri al potere in Argentina ha rappresentato per i leader europei un’opportunità per fare passi avanti in questo accordo che apre loro un mercato di più 250 milioni di abitanti. Già a Davos il presidente argentino ha dimostrato di saper parlare la loro stessa lingua.

Nell’ottobre dell’anno scorso, Renzi aveva visitato Cile, Perù e Colombia. Il suo predecessore, Enrico Letta, era stato in Messico nel gennaio del 2014. Il primo ministro italiano ha completato così l’avvicinamento del paese europeo ai membri dell’Alleanza del Pacifico, prima di intraprendere il giro dei paesi del Mercosur che parte giustamente da Buenos Aires. Questo si spiega in ragione della necessità di Roma di allacciare maggiori relazioni con governi disposti a stabilire regole di libero commercio, caratteristica che oggi include anche il governo argentino.

Sebbene i negoziatori del vecchio continente siano oggi più concentrati sui termini di un trattato simile, però con gli Stati Uniti, la visita di Renzi è servita per avvicinare il governo che era la chiave per sbloccare la negoziazione col Sud America, come si è dimostrato nel vertice del Mercosur di dicembre. Ed anche per approfondire una relazione bilaterale largamente rinviata..

Saldando i debiti

Una delle misure che è stata meglio accolta dalla comunità italiana in Argentina, è stata la sospensione dell’erogazione delle pensioni in pesos che Roma paga a 30mila lavoratori italiani nel nostro paese. Con l’arrivo di Renzi dopo 18 anni di assenza di un primo ministro italiano in Argentina, molti italiani residenti hanno finito per convincersi della validità dello slogan macrista dell’ “apertura” al mondo, e a demonizzare la “chiusura” kirchnerista.

Qualcosa di molto simile succede nel resto del mondo. La diplomazia internazionale guarda oggi con occhi attenti al cambiamento in Argentina, ed il macrismo deve rendere conto che questo cambiamento stia realmente accadendo.

Il conflitto coi fondi avvoltoio è stata la vetrina scelta. Non è casuale che la visita di Renzi si sia realizzata a pochi giorni del pre-accordo raggiunto con la Task Force Argentina che riunisce circa 50mila italiani tenutari di buoni caduti in default. A questi obbligazionisti – in maggioranza truffati da banche italiane che vendevano “tango bond” a prezzo di liquidazione come investimenti sicuri – l’Argentina si è impegnata a pagare1.350 milioni di dollari, posto che il congresso abroghi la Legge Cerrojo ed approvi l’operazione.

Oggi è proprio il premier italiano quello che chiede di scommettere nuovamente sull’Argentina. Un’Argentina indebitata ma integrata nel mondo che riceverà il presidente francese Francoise Hollande tra pochi giorni, e tra alcuni mesi lo stesso Barack Obama. Anche Renzi ha promesso un’alluvione di funzionari ed imprenditori italiani nei prossimi mesi, negoziazioni bilaterali nel settore alimentare, sulle ferrovie e le infrastrutture – una delle grandi scommesse del macrismo -, oltre che di lavorare più uniti nelle Nazioni Unite.

L’Argentina scommette dunque sulla sua integrazione internazionale. Impara un’altra lingua. Benché il compasso sembri nelle mani di  altri.

Federico Larsen | da www.alainet.org

Traduzione di Giulia Salomoni per Marx21.it

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