Repubblica Centrafricana. Il vento dell'inquietudine torna a soffiareTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Repubblica Centrafricana. Il vento dell’inquietudine torna a soffiare

La falce della morte è calata nuovamente sulla Repubblica Centrafricana. Dopo un periodo relativamente calmo, anche a Bangui, la capitale, il sangue è ritornano a bagnare le sue polverose strade. Una cinquantina di morti, centinaia di feriti, decine di case bruciate e anche una chiesa distrutta sono il risultato del ritorno dell’inquietudine sulla capitale.

Il bilancio è provvisorio anche se per ora sembra sia ritornata la quiete. Questo nuovo ciclo di violenza ha origine il 27 settembre, quando un giovane tassista musulmano è stato ucciso nel quartiere musulmano PK-5. L’omicidio è stato attribuito alle milizie cristiane anti-balaka ma non si conoscono ancora bene i fatti e gli assassini, ma questo ha portato il quartiere a manifestare il loro dissenso.

I gruppi di manifestanti hanno bloccato le strade della capitale erigendo delle barricate, incendiando case e una chiesa. Circa cinquecento detenuti sono fuggiti dal carcere Ngaragba. In questo momento in città vige il coprifuoco e gli  insorti spesso impediscono ai feriti di raggiungere gli ospedali. Inizialmente anche il comando di polizia è stato preso d’assaltato mentre i Caschi blu della missione Minusca e i parà francesi della missione Sangaris stavano circondando l’intero quartiere e stanno cercando di contenere le violenze e di creare una zona cuscinetto tra la fazione cristiana e quella musulmana.

Nel frattempo diverse bande di miliziani armati  negli ultimi giorni hanno approfittato dei disordini per saccheggiare gli ospedali e le organizzazioni umanitarie internazionali che in questi giorni non hanno potuto operare al meglio sul campo.

Nella giornata di martedì sono sorti nuovi focolari di violenza, sopratutto attorno all’aereoporto dove è situato il campo profughi Mpoko e la base della missione francese. Pesanti combattimenti tra le forze internazionali e gli anti-balakà (le milizie cristiane) si sono susseguiti tutto il giorno per poi spostarsi nella notte nel quartiere di Rabe, una delle roccaforti delle milizie cristiane. La missione Sangaris iniziata nel 2013, con il compito di disarmare i due contendenti non ha ancora portato a termine il suo compito. Anzi stando alle ultime notizie, la missione non ha neanche il controllo della capitale e le Nazioni Unite poche settimane fa avevano denunciato un forte mercato nero dei diamanti provenienti dal centrafrica che alimentano i vari eserciti dei diversi Signori della Guerra. La somalizzazione del conflitto che vi avevamo raccontato pochi mesi fa (http://www.tribunodelpopolo.it/lultima-guerra-settaria-in-africa/), sta riportanto il paese sull’orlo di nuovi e violenti massacri. Nel mese scorso si erano registrati diversi morti a Bamberi, una delle più importanti città del paese

Il Paese ora è nuovamente a un passo dalla guerra civile, con bande di miliziani armati che negli ultimi giorni hanno saccheggiato ospedali e organizzazioni umanitarie internazionali. Incidenti che Il Centrafrica, insomma, non riesce ad allontanarsi dall’incubo della guerra interreligiosa scoppiata nel 2013 tra musulmani Seleka e cristiani anti-Balaka.

Conflitto che ha causato migliaia di morti e oltre un milione di profughi. Drammatiche le testimonianze giunte da Bangui, che fanno nuovamente intravedere il rischio di un genocidio. «» racconta Ombretta Pasotti, responsabile del presidio di Emergency nella capitale.

«Stiamo curando sei bambini feriti da armi da fuoco, – aggiunge la cooperante italiana – un altro non ce l’ha fatta». «Il Paese è di nuovo nel caos, le scuole sono chiuse e da giorni non usciamo perché la situazione è pericolosa. Nella nostra missione stanno arrivando persone in fuga dagli scontri» racconta padre Federico Trinchero, missionario a Bimbo, sobborgo della capitale. Per il carmelitano «è stato soprattutto il malcontento con la missione Onu a far esplodere gli scontri».

A proposito del malcontento con l’Onu. Lo scorso anno, a marzo, i militari provenienti dal Ciad (poi confluiti nel contingente Minusca) – dopo il ferimento di un loro compagno – aprirono il fuoco falciando decine di civili, scatenando la reazione dei cristiani che li accusarono di difendere gli avversari musulmani. Quattro mesi fa, invece, è esploso lo scandalo degli abusi sessuali sui minori compiuti da militari Onu e da alcuni soldati francesi. Situazione delicatissima, insomma. Gli scontri di questi giorni sono stati duramente condannati dalle Nazioni Unite che hanno chiesto «alle milizie di deporre le armi e porre fine a ogni atto di violenza».

L’Unicef ha invece denunciato che «negli incidenti sono stati colpiti deliberatamente bambini e ragazzi: tre sedicenni sono stati brutalmente uccisi - uno è stato decapitato – mentre almeno altri quattro, tutti giovanissimi, sono stati feriti da colpi di pistola o frammenti di granata». Secondo l’Unicef, nel 2014 in Centrafrica ogni giorno è stato ferito o ucciso in media almeno un minore, mentre sono 10.000 i «bambini-soldato» reclutati con la forza dai gruppi armati. Drammatico il bilancio del 2015: soltanto nei primi sei mesi, gli scontri fra bande hanno causato l’uccisione di 26 bambini e il ferimento di altri 110.

Marco Napoli, fotoreporter per Eikòn Associazione

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