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giovedì , 23 marzo 2017
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Repubblica Centrafricana: L’ONU parla di genocidio in corso. È una nuova Sarajevo

Da più di un anno in Repubblica Centrafricana è in corso una guerra civile. Questa guerra ha radici molto profonde poiché le lotte per il potere continuano da oltre 30 anni, con brevi periodi di cosiddetta stabilità. Le violenze proseguono nonostante le dimissioni del presidente Djotodia settimana scorsa.

L’attuale crisi, che è soprattutto una crisi umanitaria, fonda le radici nel conflitto che ha raggiunto il culmine nel dicembre del 2012 tra il Governo e una coalizione di gruppi ribelli, conosciuta con il nome Seleka. Nonostante molti paesi africani appoggiassero il governo, i ribelli hanno avuto la meglio e nel aprile 2013 il loro Comandante, Djotodia, è stato nominato presidente della Repubblica. Ad incrementare la tensione contribuisce il fatto che la coalizione Seleka è a grande maggioranza musulmana, mentre le forze del governo precedente sono di religione cattolica. Questo conflitto, quindi, ha fomentato l’odio religioso e diviso il paese in due. La capitale Bangui è teatro di scontri feroci ed è li che ci sono il maggior numero di morti.

L’anno scorso l’ONU aveva autorizzato una missione umanitaria e la Francia si era fatta promotrice di un’alleanza che avrebbe dovuto risolvere la situazione in poche settimane. Il problema è che la gravità della situazione è stata sottovalutata fino ad ora, rendendo qualsiasi intervento poco efficace.

Forse, però, l’ONU si sta svegliando. È di ieri la dichiarazione del capo delle operazioni umanitarie, John Ging, secondo il quale le atrocità cui si assiste riportano in mente Ruanda e SarajevoÈ un genocidio. È facile dirlo poiché su una popolazione di 4,6 milioni  i profughi della guerra sono più di un milione. Data l’inesistenza di un esercito o forze dell’ordine governative, sono nati centinaia di piccoli gruppi che commettono ogni tipo di crimine pur di guadagnare territorio, potere e denaro. La religione è solo uno dei mezzi utilizzati per raggiungere tali obiettivi, però è un mezzo pericoloso che rischia di distruggere un intero paese.
Emergency, che è una delle pochissime organizzazioni presenti sul territorio,  afferma che la situazione è sempre più drammatica. La loro presenza, purtroppo, si limita a Bangui e alle vicinanze, il resto del paese è nelle mani di nessuno. Feriti di guerra o persone malate di malaria non possono essere curati, in particolare nel nord del paese, perché non c’è uno Stato, non ci sono ospedali. Proprio per questo motivo Bangui è la meta della maggior parte dei profughi, specialmente quelli che non riescono a fuggire all’estero.
 Elda Goci
Fonte: Oltremedianews
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