Riflessione sui Test di medicina. Le vostre voci favorevoli e contrarieTribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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Riflessione sui Test di medicina. Le vostre voci favorevoli e contrarie

Riflessione sui Test di medicina. Le vostre voci favorevoli e contrarie

Dopo il polverone relativo ai test di ingresso a Medicina pubblichiamo altre due lettere pervenuteci dai nostri lettori, una contraria e una favorevole. 

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“Ho sentito e visto molti ragazzi che, una volta finita la maturità, si sono precipitati su Facebook a scrivere frasi del tipo “100/100, di più non si poteva fare”, “80/100, pareva impossibile ma ce l’abbiamo fatta”, “92 buoni motivi per essere felici” e status sostanzialmente analoghi. E questo, senza dubbio, ci fa capire il degrado della società. Per l’amor del cielo, tutti questi studenti che hanno desiderato condividere (pavoneggiarsi?) con il resto degli amici i propri risultati scolastici sono stati più che autorizzati a farlo, tanto più se si proviene da una scuola in cui è difficile ambire a certi risultati. Ma la domanda che mi pongo io è: non abbiamo perso di vista il vero obiettivo, ciò che è davvero importante? E non lo dico per rabbia o invidia (perché dovrei, dal momento che sono più che contento del mio 82 con cui sono uscito dal liceo?), ma perché ho come la sensazione che l’importante non sia fare bene per sé, quanto per poi dimostrare a qualcuno che si è fatto bene. In un mondo in cui si è giudicati da ciò che si dimostra di essere, invece da ciò che si è realmente, sarebbe stato facile per me sventolare ai quattro venti un test cognitivo fatto alle medie, da cui è risultato che avrei delle capacità matematiche particolarmente elevate (rientrerei in una schiera di sole tre persone su mille): peccato che poi durante le ore di matematica per i primi quattro anni sono stato più vicino al tre (dicono che sia il numero perfetto, ma vallo a dire a uno studente!) che al 10. Questo fa capire quanto ogni test, ogni prova siano particolarmente suscettibili di variazioni, in base al contesto in cui ci si trova. Già, forse quel Lamarck, tanto odiato dalla comunità scientifica, qualcosa di saggio l’aveva detto: alcuni animali (tra cui anche gli uomini) hanno o meno attivato dei geni (inconsciamente, si intende), cosa che ha permesso loro di adattarsi o meno all’ambiente. Ma che cosa ha fatto sì che questi geni si attivassero? La risposta è sorprendente quanto paradossale: è stato l’ambiente stesso. Da ciò si comprende come il nostro cervello sia, nella maggior parte dei casi, in preda alla società: anche il più brillante uomo, se sottoposto a certe situazioni e pressioni, riesce a esprimere un’intelligenza inferiore a quella di un’ameba (con tutto il rispetto per questo protista, a cui probabilmente dobbiamo parte dell’evoluzione). Io, ad esempio, al quinto anno di liceo sono migliorato nelle materie scientifiche (leggasi matematica e fisica) grazie a un’insegnante a cui devo molto. Ma com’è possibile che prima sbagliavo a fare 16:4 e poi non ho avuto problemi neanche con funzioni piuttosto complesse? Tutto sta nella soggezione in cui mi sentivo prima e l’amore che ho provato per queste materie dopo: le ho capite, apprezzate, e di conseguenza non le ho più sentite ostili. Ora, a pochi giorni dai test di ingresso nelle università a numero chiuso, mi faccio la stessa domanda che mi ponevo prima: non abbiamo perso di vista il vero obiettivo, ciò che è davvero importante? Faccio un esempio pratico: a un recente test di linguistica, in prima posizione è arrivato uno schizofrenico. Secondo la logica del MIUR (il nostro caro ministero dell’istruzione, a cui non posso che augurare più male possibile), egli sarebbe il candidato ideale per intraprendere la carriera di linguista. Bene, spero tanto di non essere mai presente a una conferenza presieduta da questo “numero uno”: non sia mai che decide di far saltare in aria l’aula perché il bidello ha appena starnutito. Oppure – e adesso rivelo un po’ il mio lato cinico – prendiamo l’esempio di un dislessico (contro cui non ho alcunché: si tratta infatti di una dimostrazione per assurdo per far capire a tutti la poca logica alla base di questi test): egli ha a disposizione il 30% in più di tempo per rispondere a tutte le domande. Ma come? Il test si basa sulla “legge del più forte” (o selezione naturale, tanto cara al ben più amato – dagli scienziati – Darwin). E allora perché si dovrebbe dare più tempo a questo tipo di candidato? Se non è idoneo, non è idoneo, punto. Mica potrà avere a disposizione il 30% del tempo in più anche per fare una diagnosi in pronto soccorso, vero? Ecco, questo è il vero paradosso alla base del MIUR (che, per non inimicarsi le associazioni per i dislessici, trova quotidianamente escamotages che in realtà sono un insulto verso i dislessici). Tempo fa guardavo una puntata di un telefilm medico abbastanza recente, in cui il dottor Benton, a capo della commissione per accettare o respingere le domande di tirocinio per specializzandi, diceva a un collega più o meno così: “Dai, lo sai benissimo che scartare uno studente in base ai voti o a un test è sbagliato. Se così fosse stato durante la mia selezione, io non sarei nemmeno stato preso”. E il collega, ben sapendo invece il valore del dottor Benton, si permette la battuta “Sarebbe stato meglio”. A conclusione di tutto ciò, non posso, in attesa che persone ben più illuminate ci governino, che augurare a ogni membro del ministero dell’istruzione di ritrovarsi in un ospedale a essere curati da un medico che sappia benissimo in che anno Fleming (lo scopritore della penicillina) vinse il Nobel per la medicina o chi sia il direttore del New York Times (Jill Abramson, per chi non lo sapesse) o che sappia a memoria la tavola periodica (già, perché appenderla nei laboratori? Impariamola tutti a memoria che è decisamente più utile) o ancora quale, tra cloro, zinco, calcio, litio e iodio non faccia parte degli elementi rappresentativi, ma che questo medico non sappia fare una trasfusione corretta. A quel punto, sai che male! E, parafrasando una delle più belle frasi del dottor House, “meglio un dottore che reciti a memoria l’intero libro di anatomia mentre tu muori o meglio un dottore che sappia far girare bene la testa mentre ti salva?”. La scelta sta a te.

Pier Paolo

 

Ogni anno, dopo i test, molte sono le voci discordanti che si battono in merito all’argomento, alle contingenze burocratiche ed al principio che vige alle spalle di questo test. anche io, come la ragazza che ha scritto la lettera che vado a commentare, mi sono diplomata con 100 e anche io ho svolto il test. molte sono le ingiustizie in questo ambito, ma il concetto primario per me è uno: l’uso del test come metodo di ingresso. si, come ha scritto C.R., ogni studente è chiamato a giocarsi la vita in due ore o 100 minuti, ed è posto in condizione di essere competitivo, razionale, freddo e lucido. quello che tuttavia ogni studente ha il dovere di pensare, in merito a questa specifica disciplina, è che un giorno, dopo sei o undici anni che siano, avrà tra le mani la vita di una persona, e dovrà essere altrettanto lucido, freddo, razionale, capace di prendere decisioni eticamente incerte e dall’esito non sicuro in pochi secondi, consapevole che la posta in gioco è la vita di una persona. dunque come possiamo permetterci di far entrare in una facoltà delicata come questa persone che sono solo in grado di studiare? la logica è la parte centrale del test proprio perché le qualità di un medico devono essere in primis quelle che difficilmente i libri ti insegnano, e un uomo che ha il dovere di salvare vite deve essere in grado di risolvere problemi che non ha mai visto proprio perchè ogni malattia ha un suo corso particolare, e non necessariamente questo è riportato nei libri. fare una selezione ad imbuto comporta una serie di danni: ognuno entrerebbe, anche persone non interessate, basta studiare e gli esami si riescono a dare, in un anno per di più; se uno poi dovesse avere un problema in quell’anno, economico, familiare o cosa, non dovrebbe forse più poter riprovare e avere un’altra possibilità perchè è stato scartato dalla graduatoria-imbuto, se così vogliamo chiamarla? il test permette di scremare quanto più le persone interessate davvero, e soprattutto permette di far entrare solo persone che un giorno potranno essere medici e persone in grado di ragionare di fronte a mille imprevisti che una malattia può prevedere. se bisogna anche paragonare, in Inghilterra, terra patria di college come quelli di Cambridge ed Oxford, rinomati a livello mondiale, esiste un test di ingresso, il BMAT, composto da domande di logica che prevedono lo stesso prototipo di ragionamento di quelle italiane uscite quest’anno, con domande di biologia, chimica, matematica e fisica. il test dunque è giusto, e non è affatto peculiare di un ‘paesotto provinciale’, ma di un paese che si rende conto che i Medici non sono solo studiosi, ma soprattutto ‘giocatori d’azzardo’, la cui posta in gioco è la vita di altre persone. e lo studio non può essere sufficiente a colmare la propensione caratteriale di una persona. anche in Inghilterra evidentemente sono di questo avviso, e di certo non parliamo dell’ultimo paese del mondo.

per quanto riguarda invece i test di questo specifico anno, indubbiamente il susseguirsi di informazioni contrastanti ha messo fuori pista molte persone, e indubbiamente il cambiare le ‘carte in tavola’ durante la ‘partita’ non è corretto, direi che non è lecito, ma nulla possiamo farci. il concetto del bonus a sua volta non è sbagliato, è corretto che una persona che ha studiato sempre sia avvantaggiata rispetto ad una persona solo furba, anche perché il Medico, oltre alle prerogative caratteriali di cui ho parlato prima, deve essere preparato, su molte cose, essendo l’uomo la macchina più complessa che esista. dunque si, corretti sono anche i bonus, il premio per studenti meritevoli, ma questi non possono essere un discrimine tanto forte come erano quest’anno e non possono essere calcolati su base delle singole scuole e sezioni in sede di un test a livello nazionale. inoltre secondo questo metodo di assegnazione punti, sfortunatamente, si avvantaggia molto la corruzione e l’acquisto di voti non meritati. io credo che sarebbe giusto assegnare punti sulla base di prove INVALSi, uguali in tutta Italia e basate sulla preparazione scolastica di ogni singolo studente.

Quello che intendo dire con questo prolisso commento è che ogni anno, ci sarà sempre qualcuno che si batte per un principio, e qualcuno che si batte per il principio opposto, ognuno secondo la sua posizione, e ognuno tente sempre a screditare il proprio Paese, dimenticandone forse l’appartenenza, ma ancora più grave dimenticando di guardare a livello più globale, per potersi render conto che se in Francia test non ce ne sono, in Inghilterra si. dunque ad ognuno rimanga il suo parere, e a me il mio, ma ognuno abbia coscienza di guardare non solo la sua condizione, ma la visione intera, e si renda conto che entrare a questo test non vuol dire solo poter studiare e fare soldi, ma anche tenere in mano la vita di molte persone. e dunque non ci si può lamentare del fatto che si facciano entrare pochi e selezionati, dicendo che si vorrebbe un tutt’uno, una possibilità per tutti, e poi lamentarsi, tra quindici anni, dell’innumerevole quantità di casi di malasanità, o del crescente numero di disoccupati che alle spalle hanno però 11 anni di studio, non tre. si guardi sempre al complesso, che, come dice nel suo significante stesso è complesso, anche nell’accezione di complicato, e non si diano giudizi o si sputino sentenze senza prendere in considerazione ogni punto di vista. Essere medico non vuol dire solo essere furbo, e non vuol dire solo studiare, ma l’una prerogativa non esiste senza l’altra: il test scarta le persone non furbe, e 11 anni scartano le persone non studiose.”

Chiara

 

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