Riflessioni sulla ricostruzione di un partito comunista unito e adeguatoTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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Riflessioni sulla ricostruzione di un partito comunista unito e adeguato

Riflessioni sulla ricostruzione di un partito comunista unito e adeguato 

Fonte: Marx21.it

Ricostruire il partito comunista, oggi, richiede il superamento della frammentazione organizzativa e dell’inadeguatezza tattica e, prima ancora, strategica dei comunisti. Infatti, unità ed adeguatezza ai compiti della fase storica sono inestricabilmente legati. Per questa ragione, per prima cosa, vanno chiarite, seppure schematicamente, le caratteristiche e gli aspetti di discontinuità della fase in cui siamo entrati rispetto a quella che l’ha preceduta. Ciò comporta anche il delicato compito di fare i conti con la storia del comunismo novecentesco.

La fase storica in cui siamo inseriti è il risultato di diversi fenomeni legati tra di loro, maturati nei decenni precedenti. La fine della Seconda guerra mondiale e la vittoria sul fascismo videro il fronte socialista internazionale e il movimento operaio europeo occidentale attestarsi su rapporti di forza avanzati, che si concretizzavano nelle Costituzioni antifasciste e nel “patto sociale” tra le classi. Su tali basi, si svolse una fase trentennale di lotte sia nei Paesi cosiddetti “avanzati” che nei Paesi periferici, che portò l’imperialismo, a partite dalla potenza-guida statunitense, ad una crisi di egemonia, aprendo la strada alla possibilità di un superamento del capitalismo. Il punto di più alto di queste lotte si ebbe tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, quando i movimenti antimperialisti ed il movimento operaio dei Paesi centrali, anche grazie al contesto di boom economico seguito alla ricostruzione post bellica, segnarono importanti successi, mentre l’Urss e il fronte dei Paesi socialisti sembrarono consolidare le loro posizioni. Nello stesso tempo, però, stavano maturando quelle trasformazioni nel modo di produzione capitalistico che ne hanno modificato la forma e le cui conseguenze, non essendo state ben comprese, hanno spiazzato il fronte internazionale socialista e dei lavoratori. Tra queste modifiche sono da annoverare, in primo luogo, l’aumento della esportazione dei capitali e la formazione di un mercato finanziario mondiale, che, uniti all’aumentata interconnessione e interdipendenza tra i vari capitali, ha dato avvio alla fase multinazionale e poi transnazionale del capitale. Queste trasformazioni, sempre a metà degli anni ’70, si sono incrociate con il ripresentarsi nei Paesi del centro imperialista della sovrapproduzione assoluta di capitale, rideterminando la conseguente tendenza alla caduta del saggio di profitto e le crisi generali.

A fronte della sua crisi economica e di egemonia, l’imperialismo Usa ed occidentale ideò, a metà degli anni ’70, una strategia di contro-attacco tesa a scaricare la crisi sulla classe operaia e a rinsaldare i rapporti di dominio nella periferia. Questa strategia era fondata su alcuni punti: contrasto alle rivendicazioni salariali e di welfare, privatizzazioni e liberalizzazioni, modificazioni istituzionali secondo il principio della “governabilità”, ovvero della subalternità dei parlamenti all’esecutivo e quindi alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. In pratica, il modello classico del compromesso o patto sociale socialdemocratico e keynesiano, basato sulla spesa pubblica e sul welfare, doveva essere sostituito da un modello diverso, etichettato come neoliberista, e che in realtà non era altro che la riproposizione del capitalismo senza vincoli e quindi del mercato autoregolato come soluzione al calo dei profitti. Questa controffensiva trovò inizio con la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e con l’elezione di Reagan negli Usa. Le nuove politiche di deregulation, assecondando i nuovi assetti del capitale, diedero un’ulteriore spinta all’internazionalizzazione del mercato, che negli anni ’80 si riportò al livello precedente alla Prima guerra mondiale. La cosiddetta globalizzazione e la contemporanea rivoluzione informatica diedero inizio ad un processo di ristrutturazione sociale enorme, che, da una parte, indebolì il movimento operaio dei Paesi avanzati e, dall’altra, erose, a partire dalla sua periferia, il fronte socialista, contribuendo a determinarne la dissoluzione. Nei Paesi avanzati la nuova strategia riuscì a realizzare un’ampia egemonia in un vasto schieramento di forze politiche e culturali che assorbirono le nuove linee guida. La stessa socialdemocrazia europea occidentale si fece interprete già prima della caduta dell’Urss, e in modo ancora più netto successivamente, delle nuove politiche, uniformandosi, in un atteggiamento bipartisan, al criterio della governabilità. Sempre in Europa occidentale la strategia neoliberista e liberalizzatrice si è concretizzata nella realizzazione della moneta unica e nei vincoli di bilancio che consentono di bypassare i parlamenti e scavalcare la resistenza dei movimenti operai nazionali, consentendo la deflazione salariale, le controriforme del welfare, del mercato del lavoro, delle pensioni e, in modo connesso, le modifiche istituzionali in senso governamentale.

Dunque, all’interno dei Paesi del centro la fase attuale si caratterizza non solo per il peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato, ma, più in generale, per la modificazione profonda del contesto economico, sociale, politico ed istituzionale in cui si esercita la lotta di classe. I rapporti tra il grande capitale multinazionale e transnazionale e le classi subalterne non sono più improntati al compromesso, visto che il mantenimento di alti profitti passa non tanto per l’aumento della produttività e degli investimenti in capitale fisso quanto piuttosto per la contrazione del salario diretto, indiretto e differito. La forma stessa ed i contenuti dell’azione dello Stato sono stati modificati: l’aspetto di mediazione tra le classi si è indebolito, mentre quello del dominio sulla classe lavoratrice si è rafforzato, nonostante ed anzi grazie alla delega di alcuni aspetti dello Stato al livello sovrannazionale europeo. Le modificazioni istituzionali nei Paesi avanzati sono funzionali a mantenere la governabilità in presenza di importanti modificazioni sociali. Tra queste va in particolare segnalata la formazione di un consistente esercito industriale di riserva, all’interno del quale quella intermittente diventa la forma di rapporto di lavoro più diffusa. Di conseguenza, alla tendenza all’impoverimento relativo si è aggiunta, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e, per certi versi, dagli anni ‘90 dell’800, la tendenza all’impoverimento assoluto dei lavoratori. La marginalizzazione dalla vita sociale e lavorativa, l’introduzione di leggi elettorali maggioritarie e di modifiche istituzionali, che rendono più difficile intervenire contro le politiche main stream, e soprattutto l’atteggiamento bipartisan dei principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, che si è tradotta in alcuni paesi europei nella formula delle “larghe intese” o “grande coalizione”, hanno prodotto un fenomeno di ripulsa verso la politica in milioni di lavoratori. Questa ripulsa, lì dove – come in Italia – è mancata una risposta strutturata di classe, si è tradotta o nell’adesione a forze politiche xenofobe, populiste e piccolo borghesi, o nell’apatia e nell’astensionismo.

La trentennale offensiva imperialista iniziata alla fine degli anni ’70 è arrivata a completamento in Europa occidentale grazie ai vincoli Ue e alla crisi dell’euro. Si rende così necessario che le forze della classe lavoratrice diano inizio, a loro volta, ad una fase di contro-attacco. A questo scopo, bisogna essere consapevoli che la radicalizzazione delle contraddizioni tra capitale e lavoro salariato ed il cambiamento del contesto generale implicano un mutamento di strategia e di tattica, rispetto alla fase storica precedente. È inoltre evidente che il riadeguamento strategico e tattico non può realizzarsi se non unitamente alla riunificazione dei comunisti ed alla ricostruzione di un partito organizzativamente ed teoricamente adeguato alla nuova fase.

1. Attualità storica del socialismo

La crisi di sovrapproduzione, manifestatasi nel ’74-’75 con una crisi generale che coinvolse tutti i Paesi più avanzati, si è ripresentata ciclicamente nei decenni successivi. Le crisi sono, però, diventate sempre più gravi e profonde e i periodi di ripresa più brevi e meno intensi, dal momento che la sovraccumulazione di capitale è andata aumentando, a causa del massiccio ricorso all’automazione e all’introduzione di nuove tecnologie (specie informatiche) per disarticolare la resistenza della classe lavoratrice ed aumentarne la produttività. Inoltre, durante l’ultimo quindicennio, nel tentativo di sostenere il mercato e i profitti, si è fatto un ricorso massiccio all’economia a credito, che ha favorito lo sviluppo abnorme del capitale fittizio e l’apertura di una fase di forte finanziarizzazione, creando una serie di bolle speculative che al loro scoppio hanno fatto ricadere l’economia in recessione. La crisi dell’euro, non a caso, origina dallo scoppio della bolla immobiliare nel 2007, che aveva incentivato la ripresa economica successiva allo scoppio della bolla di internet nel 2001. Infatti, la crescita del debito in molti Stati europei non deriva dall’aumento della spesa sociale o della spesa pubblica in sé stessa, ma dalla trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, mediante la socializzazione delle perdite delle banche.

Di fatto, l’economia di Usa e Giappone va avanti solamente grazie all’espansione dei debiti statali e all’immissione di una droga monetaria sempre più massiccia da parte delle banche centrali, che non risolve i problemi della sovraccumulazione, limitandosi a spostare un po’ più avanti lo scoppio di una crisi ancora più profonda. Nell’area euro, dove l’immissione di liquidità è più modesta a causa delle regole della Bce e i bilanci statali sono sottoposti ai vincoli di Maastricht, tutti i Paesi sono in recessione o in stagnazione. Dopo sei anni di crisi l’area euro è al di sotto del livello del Pil raggiunto nel 2007, l’Italia addirittura dell’8%.

Dunque, il processo di accumulazione capitalistico è ormai inceppato e quella in atto è la recessione più lunga dalla fine della Seconda guerra mondiale e, per alcuni, persino peggiore di quella degli anni ’30. In presenza di debiti pubblici già appesantiti e di fronte alla difficoltà da parte dell’imperialismo di risolvere, come in altre epoche storiche, la sua crisi generale con una guerra mondiale che ristabilisca condizioni favorevoli all’accumulazione di capitale, la situazione economica internazionale ristagna, accumulando tensioni e contraddizioni. Alla diffusione delle tensioni contribuisce anche la formazione di un mercato mondiale, che accentua la competizione tra Stati ed aree economiche e quindi l’instabilità generale del sistema. In particolare, l’emergere di nuove potenze economiche, soprattutto i Brics ed in particolare la Cina, sta progressivamente relativizzando il potere economico e politico di Usa ed Europa occidentale.

Le risposte del centro dell’imperialismo alla crisi ed alla perdita di potere relativo si incentrano, al suo interno, nello scatenamento di una vera e propria guerra di classe contro i lavoratori; e, all’esterno, vista l’impossibilità (almeno per ora e a causa del deterrente termonucleare) di un confronto militare generale, in operazioni di guerra economico-finanziaria, elettronica, oppure “limitata” o per procura, come nel caso dell’Iraq, del Libano, della Libia e della Siria. Si crea così una situazione di instabilità, disordine e crisi umanitarie in vaste aree mondiali. Appare così evidente che oggi l’imperialismo non è in grado di organizzare alcun “nuovo ordine mondiale”, determinando invece una situazione di caos, che caratterizzerà in modo crescente gli anni a venire. Siamo, quindi, in presenza non di una crisi finanziaria o del debito pubblico o dell’euro – sebbene queste siano le forme in cui si presenta – ma dinanzi a quella che può essere considerata una crisi storica del modo di produzione capitalistico. Tale la crisi non è risolvibile, dal punto di vista del capitale, secondo i metodi che sono stati impiegati in precedenza – compresi quelli keynesiani – ed è destinata ad aggravarsi, sebbene forse con dei brevi momenti di parziale ripresa. Questi momenti non saranno in grado di riassorbire la disoccupazione di massa e di evitare l’incancrenimento del sistema economico.

La crisi del modo di produzione vigente si verifica nel momento in cui lo sviluppo delle forze produttive ha raggiunto dei livelli molto alti, grazie anche allo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi decenni, e l’umanità avrebbe la possibilità di soddisfare i suoi bisogni e riducendo insieme fatica e tempo di lavoro. Appare così oggi, con più evidenza che in passato, quanto Marx poneva alla base della sua riflessione sui limiti storici del capitale e sulla necessità del comunismo, ovvero la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i limiti posti a questo stesso sviluppo dai rapporti di produzione capitalistici, che tendono al massimo profitto e non alla soddisfazione dei bisogni umani. Inoltre, negli ultimi decenni si è assistito alla crescita di due fenomeni, che sono stati previsti da Marx e che costituiscono il sostrato del superamento della società capitalistica. Il primo è rappresentato dalla cosiddetta “espropriazione degli espropriatori”, attraverso un processo ininterrotto di acquisizioni e fusioni transnazionali che hanno concentrato la proprietà dei mezzi di produzione e del capitale in sempre meno mani, favorendone una ulteriore socializzazione in forme collettive. L’altro è quello della mondializzazione dei rapporti di produzione e del mercato capitalistico. Ogni passo in avanti nello sviluppo delle forze produttive e nella interconnessione di vaste aree, un tempo marginali, all’interno del mercato capitalistico rende possibile una trasformazione che non è concepibile in altri termini che mondiali. Specialmente in considerazione della scarsa probabilità che, dati i livelli di mondializzazione raggiunti, si affermi l’egemonia di un unico Stato in grado di poter gestire le condizioni dell’accumulazione. Di fronte alla irrazionalità della concorrenza del mercato capitalistico e al manifestarsi, nelle crisi, delle forze produttive alla stregua di forze cieche della natura, pur essendo il prodotto dei rapporti sociali, va riproposta con forza la prospettiva di una società in cui le forze produttive siano ricondotte sotto il controllo dei produttori liberamente associati secondo un piano razionale.

In sostanza, su un piano oggettivo e materiale, ci stiamo avvicinando a una situazione in cui il socialismo, come fase di transizione al comunismo, riacquista attualità storica. Proprietà collettiva dei mezzi di produzione, pianificazione, e partecipazione dei lavoratori al potere dello Stato ridiventano soluzione, insieme necessaria e possibile, ai gravi problemi che minacciano l’umanità.

2. Gli errori dei comunisti

Che il socialismo sia storicamente attuale non significa ovviamente che sia politicamente attuale. Infatti, da marxisti, se è vero che dobbiamo sempre partire dalla base economica, non possiamo dimenticare che la forza materiale più importante che rende possibile una trasformazione sociale è l’esistenza di una diffusa coscienza di classe, ovvero l’acquisizione da parte della classe lavoratrice della consapevolezza della necessità della conquista del potere politico. La fase in cui viviamo presenta una contraddizione apparentemente paradossale. Proprio nel momento in cui si ripresentano con una evidenza maggiore che nel passato le ragioni e persino le basi oggettive per la modificazione dei rapporti di produzione in senso socialista, le forze soggettive della trasformazione non sono mai state così deboli e immature in Europa ed in Italia. I successi ottenuti dalle forze antimperialiste in altri Paesi, come quelli dell’America Latina, e i progressi economici della stessa Cina, non ci esimono dalla ricerca di una strategia che non può che essere specifica per le condizioni dei Paesi avanzati ed europei.

Si tratta di una contraddizione solo apparentemente paradossale, perché sono state la controffensiva imperialista iniziata alla fine degli anni ’70 e le trasformazioni del modo di produzione ad aver impresso, nel corso di tre decenni, la disarticolazione organizzativa e il disorientamento ideologico all’interno movimento dei lavoratori e finanche tra i comunisti e la sinistra anticapitalista. La dissoluzione dell’Urss e, nel nostro Paese, lo scioglimento del Pci, entrambi prodotti di quella offensiva, non solo pesano tutt’ora come un macigno sulla nostra capacità di rendere credibile alle larghe masse una opzione socialista di soluzione alla crisi del capitale ma hanno anche creato una situazione di grave confusione al nostro interno. Oggi, a fronte del diffondersi in alcuni strati delle classi subalterne di un certo grado di consapevolezza dei gravi limiti del capitalismo, il vero punto debole è rappresentato dalla definizione di una alternativa di sistema, che risponda al diffuso scetticismo verso il socialismo. Nel senso comune si è profondamente radicata l’idea della sua irrealizzabilità, che incentiva il fiorire di fuorvianti e finanche fantasiose ipotesi di soluzione alla crisi di civiltà che attraversiamo. Dunque, ridefinire una strategia rivoluzionaria in Occidente e riproporre una ipotesi di transizione socialista vuol dire anche effettuare un bilancio critico della nostra storia. Si tratta, in primo luogo, della spiegazione del perché si sia realizzata una sconfitta, e del perché questa non sia assoluta e definitiva ma relativa ad un esperimento storico specifico. Si tratta, inoltre, di trarre dalla esperienza concreta dell’Urss preziosi elementi che ci permettano di valorizzarla come il primo tentativo storico di società socialista, e, al medesimo tempo, di individuare e superarne gli errori e di approfondire le problematiche della società di transizione. Si tratta di questioni fondamentali come, ad esempio, la partecipazione della classe lavoratrice alla gestione dello Stato e dell’economia e il rapporto equilibrato tra sviluppo delle forze produttive e trasformazione dei rapporti di produzione. Eppure, ad un quarto di secolo dalla caduta dell’Urss, nulla, salvo qualche lodevole eccezione, è stato detto a livello complessivo di partiti comunisti in Italia. Una mancanza che non va sottovalutata, derubricandola a riflessione puramente intellettuale sui “massimi sistemi”, in quanto senza chiarezza sulla prospettiva (cioè su chi sei e cosa vuoi) non è possibile elaborare alcuna strategia.

Un altro aspetto importante di riflessione riguarda la storia del Pci. Anche in questo caso, come spesso accade anche nel caso dell’Urss, all’analisi critica si sostituiscono o una critica che “fa di ogni erba un fascio” o una celebrazione rassicurante che ci lasciano senza risposte adeguate sui perché della sconfitta e impossibilitati a ridefinire una linea d’azione per il presente ed il futuro. Sul Pci ci sono due questioni da affrontare: una è quella della strategia della cosiddetta “via italiana al socialismo” e l’altra quella del lento degradamento del Pci a partire dagli anni ’70. La via italiana al socialismo, basata su un percorso progressivo pensato attorno alle riforme di struttura e all’attuazione della Costituzione, si fondava sull’esistenza di un forte campo socialista, guidato da una rispettata Unione Sovietica, su una fase espansiva dell’economia, con una forte presenza dello Stato nell’economia, e soprattutto su una forma ancora prevalentemente nazionale del capitalismo e parlamentare di governo. Tutti aspetti questi che sono venuti a modificarsi tra la metà degli anni ’70 e la fine del secolo scorso.

Inoltre, nel corso dei decisivi anni ’70 ci sono stati importanti errori politici e cedimenti di carattere ideologico da parte del Pci. Le vicende cilene furono interpretate come la dimostrazione dell’impossibilità di governare con il 51% e della necessità di costruire un “compromesso storico” con la Dc, passando così dalla strategia dell’”alternativa di sinistra” a quella dell’”alternativa democratica”. Il Pci, incoraggiato dai successi elettorali e nel tentativo di dimostrarsi forza matura di governo, fece importanti concessioni, dalla linea dell’”austerità” (la politica dei due tempi, ovvero l’accettazione dei sacrifici per tirare fuori il paese dalle difficoltà), che spinse la Cgil al contenimento rivendicativo, fino al riconoscimento della Nato. In questo modo, il Pci rinunciava all’opposizione senza che fossero cadute le riserve nei suoi confronti e, pur essendo entrato nella maggioranza di governo durante la “solidarietà nazionale”, fu costretto ad uscirne subito dopo.

In sostanza il Pci fallì la sua strategia governista, alienandosi nello stesso tempo molte simpatie, soprattutto tra i giovani, e perdendo alle elezioni del ’79 tutti i guadagni realizzati nel ’76. La maggioranza del gruppo dirigente comunista non capì fino in fondo la natura di classe della Dc né le caratteristiche dell’offensiva del capitale in atto, basata proprio sull’austerità, illudendosi sulla natura neutrale delle istituzioni statali e della democrazia borghese. Dopo la sconfitta, Berlinguer tento di rettificare la linea politica del Pci, ma la morte gli impedì di proseguire. Successivamente, il Pci, privo di una leadership autorevole e sempre più permeabile all’offensiva politico-culturale avversaria e all’eclettismo ideologico, si trasformò in un partito sempre più lontano, soprattutto nel nuovo gruppo dirigente che si stava formando, dalle sue radici comuniste. Il suo scioglimento e la trasformazione in Pds furono, dunque, il risultato di errori di strategia e soprattutto di una lunga operazione di svuotamento ideologico dall’interno.

Quello che, però, lascia più perplessi è che, dopo lo scioglimento del Pci, né in Rifondazione né nel Pdci si sia svolta una riflessione veramente collettiva sul Pci, a parte alcuni meritori tentativi soggettivi. Non è, quindi, un caso se negli ultimi venti anni i comunisti abbiano ripetuto errori che mostrano impressionanti analogie con il passato. Pur in una situazione molto diversa, una parte dei gruppi dirigenti continuano a ragionare – qualche volta in modo “automatico” – secondo i principi dell’ultima riflessione strategica cioè la “via italiana al socialismo”, vecchia di oltre sessanta anni. Una strategia intesa in una accezione, fra l’altro, che è implicitamente piegata al tatticismo anche più di quanto non fosse avvenuto nell’ultimo Pci. L’esperienza negativa del Pci, che pure era un partito incommensurabilmente più forte ed agiva in un contesto molto più favorevole, ha insegnato poco a proposito di spinta al governismo, politica dei due tempi – come dimostrato nell’esperienza dei governi Prodi -, e politica della alleanze.

Fino al suo scioglimento, nonostante errori e debolezze, il Pci conservò una forza elettorale ed organizzativa notevoli, dimostrando che avrebbe potuto validamente sopravvivere al crollo dell’Urss, che invece fu l’occasione per il nuovo gruppo dirigente per decretarne la morte. Il Pds, il principale partito che scaturì dallo scioglimento del Pci, fu da subito più liberaldemocratico che socialdemocratico in senso classico, a riprova di quanto il processo di trasformazione (anche ideologica) dall’interno fosse andato in profondità. Alle elezioni (Camera) del 1992, dal 27% del Pci il Pds crollò al 16%, mentre Rifondazione si attestava su un positivo 5,6%. Il Prc crebbe, fino alle politiche del 1996, raggiungendo l’8,5% mentre i sondaggi di poco prima della scissione del Pdci, lo davano prossimo alle due cifre percentuali. C’è, quindi, da chiedersi come sia stato possibile che i comunisti nel 2008, dopo soli dodici anni dalle politiche del ‘96, siano stati sbattuti fuori dal Parlamento e, cosa ancora più grave, abbiano eroso pressoché totalmente il loro radicamento sociale, fino a scendere nel 2013 al 2,2% dei voti espressi?

Per rispondere, proviamo a fornire qualche piccolo spunto di riflessione. Prc e Pdci hanno beneficiato, almeno fino al 2006, delle riserve strategiche accumulate dal Pci nei decenni precedenti. Questo lascito, però, non poteva durare in eterno e, non rinnovato, si è col tempo esaurito. Il movimento comunista italiano anziché ricostruirsi si è progressivamente frantumato. Il punto è che quanti hanno provato a ricostruire un partito comunista in Italia ereditarono anche i limiti del Pci, di Dp e di altre formazioni e non riuscirono o forse, più probabilmente, non si posero neanche il compito di fondere tutte le componenti in una prospettiva politica ed in una visione della realtà comuni. Anzi, il modo di relazionarsi tra comunisti si è manifestato troppo spesso nelle forme o del correntismo o dell’appiattimento, mentre il dibattito, ed è l’altro grave aspetto, tendeva ad evitare invece che affrontare le questioni fondamentali e strategiche.

Il confronto interno si è caratterizzato per il respiro sempre più ristretto e contingente, visto che nessun bilancio veniva tratto dalla storia dei comunisti né venivano sviluppati – per lo meno a livello complessivo e collettivo – una riattualizzazione della prospettiva socialista e un adeguato riorientamento strategico cui collegare la tattica. Viceversa, la discussione divenne ben presto soggetta ad una deriva sempre più tatticistica, incentrandosi sulla rappresentanza in Parlamento e nelle amministrazioni locali e sulla partecipazione al governo. Questioni che spesso erano intese in modo sciolto da qualunque considerazione complessiva. Le varie scissioni realizzatesi nel corso degli anni e la situazione di crisi del movimento comunista italiano sono anche il prodotto di questo contesto e di queste modalità di lavoro e di relazione.

3. Un partito comunista finalmente unito ed adeguato ai nuovi compiti

Ora ci troviamo nella necessità di dover iniziare daccapo un percorso di ricostruzione del partito comunista, recuperando tutto quanto può essere positivamente impiegato. Il primo passo è sicuramente sanare la ferita della scissione del 1998, mediante l’unificazione di Prc e Pdci, che deve avvenire in tempi brevi e deve coinvolgere anche quei comunisti che sono transitati nei due partiti e che oggi ne sono fuori. Il processo di ricostruzione deve, però, evitare gli errori commessi nella fase iniziale di formazione del Prc e nel prosieguo della vita del Prc e del Pdci. Ovviamente non possiamo aspettare di risolvere tutti i problemi teorici e politici per iniziare. Tuttavia, si rende necessaria l’individuazione almeno di alcuni punti fermi senza i quali sarebbe difficile ricostruire il nuovo partito comunista.

In primo luogo, bisogna rendersi consapevoli che è stato un errore ritenere che il nostro principale obiettivo fosse quello di entrare nei governi di centro-sinistra. La nostra partecipazione a questi governi non è riuscita a raggiungere neanche gli obiettivi minimi che potevano renderla in qualche modo giustificabile dinanzi ai nostri referenti di classe. Tale insuccesso è stato dovuto alla nostra incomprensione delle implicazioni del processo di unificazione europeo, della natura di classe del Pds-Ds-Pd e del centro-sinistra (fattisi espressione del capitale transnazionale), e delle modifiche del contesto generale della lotta di classe. Di fatto, i governi di centro-sinistra hanno contribuito, in modo non meno decisivo di quelli di centro-destra, al peggioramento delle condizioni di vita e dei rapporti di forza politici tra lavoro salariato e capitale. In ogni caso, all’interno di questi governi ci è mancata anche la determinazione a sfidare gli alleati, e ci siamo fatti stringere all’angolo dalla minaccia di essere responsabili di far cadere il governo e far vincere Berlusconi. Un ricatto morale correlato alla convinzione, radicata anche fra di noi, che il vero pericolo fosse rappresentato da Berlusconi, piuttosto che dal complessivo processo di ristrutturazione capitalista. La mancanza di una linea strategica, che non fosse quella dell’alleanza con il centro-sinistra e della partecipazione al governo, e che poi si è rivelata fine a sé stessa, ha screditato i nostri partiti dinanzi ai settori di classe che ancora avevano fiducia in noi.

Il compito principale di un partito comunista non è quello di essere “utile” ai lavoratori, nel senso di ottenere qualche miglioramento delle loro condizioni di vita. È anche questo, ma all’interno e in maniera funzionale all’obiettivo principale: modificare i rapporti di forza ideologici, economici e politici tra classe lavoratrice salariata e capitale, allo scopo di costruire le condizioni soggettive della transizione socialista. Il vero indicatore della capacità di un partito comunista è il livello di crescita dell’organizzazione dei lavoratori, che consiste nella maturazione della coscienza di classe e della capacità di lotta politica, cioè generale. La scelta se partecipare o meno al governo, la politica delle alleanze, e in generale la tattica del partito vanno subordinate a questo obiettivo. L’autonomia ideologica e politica del partito comunista, di cui tanto spesso parliamo, consiste in questo.

Uno dei principali errori dei comunisti è stata l’idea della necessità di assumere un atteggiamento difensivo. In realtà, la linea portata avanti negli ultimi venti anni, più che difensiva, è stata difensivista, costringendoci a lasciare l’iniziativa all’avversario e a portare la linea di difesa in posizione sempre più arretrata. Fino al momento in cui ci siamo ritrovati con le spalle al muro. A questo ha contribuito anche una interpretazione semplicistica e sbagliata del concetto gramsciano di “guerra di posizione”. Sulla base della analisi della fase che abbiamo svolto, appare invece evidente che oggi è il momento di dare avvio ad una fase di contro-attacco e di “guerra di movimento”. Abbiamo certamente bisogno di ricostruire il partito e di accumulare riserve strategiche. È illusorio, però, pensare che basti lavorare sull’organizzazione del partito e conservare simboli e ideologia. Un partito comunista non può ridursi ad una piccola setta che si pretende ideologicamente “pura” e che ha come unico sbocco pratico l’alleanza con il centro-sinistra. È, inoltre, evidente che non si può più vivacchiare, cercando di ottenere qualche piccola concessione, che nessuno è più intenzionato a dare. Il partito comunista può essere ricostruito soltanto attorno ad una linea politica di attacco che, individuando i punti decisivi dell’offensiva del capitale, ci permetta di radicarci a partire dai settori più combattivi del lavoro salariato e delle classi subalterne.

Oggi, è particolarmente difficile operare per noi, perché ormai i “buoi sono scappati” e chiudere le porte ormai serve a poco. Dobbiamo ricostruire le basi del nostro radicamento, riconquistando la credibilità perduta. E questo è possibile solo portando avanti con continuità e coerenza una linea politica adeguata, che rompa con la passività e la subalternità del passato. C’è bisogno di un riposizionamento della linea strategica dei comunisti che passi dall’alternativa democratica o fronte democratico all’alternativa di sinistra o fronte di sinistra. Ciò vuol dire abbandonare il centro-sinistra come orizzonte strategico, il quale deve, invece, essere collocato nel superamento del capitalismo. Sul piano politico ciò significa costruire un fronte di sinistra, ovvero un fronte che coinvolga tutti quei partiti, organizzazioni di massa e associazioni che sono disposte nei fatti a contrastare l’offensiva avversaria nei suoi punti principali e a modificare i rapporti di forza a tutti i livelli.

A questo va collegata una riflessione anche sulla forma partito. Un partito adeguato allo scontro in atto deve essere forte e consapevole. Non un mero “strumento” della classe lavoratrice, ma parte di essa, del settore più cosciente e combattivo. Va, quindi, aumentata la presenza operaia nel partito e privilegiata la costruzione del partito nei luoghi di lavoro, mediante la formazione di cellule. Per classe operaia non intendiamo solo i lavoratori dell’industria e della manifattura, la cui importanza rimane decisiva, ma anche tutti quei salariati che sono funzionali alla accumulazione del capitale. A questo proposito, va affrontato il problema fondamentale del ruolo della Cgil e della presenza dei comunisti nei vari sindacati. Fino ad oggi, l’azione dei comunisti è stata scoordinata sia tra gli iscritti alla Cgil sia tra questi e chi stava in altri sindacati. Inoltre, la Cgil, che troppo spesso è stata considerata esclusivo interlocutore, nel suo complesso è, di fatto, egemonizzata dal Pd, con conseguenze negative sullo sviluppo delle lotte in Italia. Uno dei compiti principali del nuovo partito comunista deve essere quello di ricercare una direzione unitaria dei propri militanti nel sindacato, che, da una parte, contrasti l’egemonia del Pd nella Cgil e, dall’altra, colleghi chi è in Cgil con chi opera in altri sindacati.

Un altro aspetto è quello del funzionamento e della democrazia interna al partito. Un partito fatto di correnti e frazioni non funziona, ma, allo stesso tempo, non si può intendere il centralismo democratico come inibizione al dibattito interno e incentivo al conformismo. Un partito che funziona è un partito in cui il confronto sia aperto e, partendo dal livello di base, verta prima sui contenuti e poi sulla composizione degli organigrammi. Non abbiamo bisogno di un partito appiattito, ma di un partito che condivida, mediante il metodo del confronto e della dialettica, una impostazione di fondo, secondo i principi del marxismo e partendo sempre dalla analisi concreta della situazione concreta. Inoltre, un partito che sia veramente interno e rappresentativo della classe lavoratrice, nell’Italia di oggi, non può essere composto in misura sproporzionata da maschi maturi e indigeni. L’aumento della componente femminile, giovanile e immigrata deve diventare un indicatore della capacità di ricostruzione del partito. A questo scopo, le questioni specifiche, a partire da quella di genere, devono permeare il partito a livello di metodo di lavoro, struttura e partecipazione organizzativa e politico-programmatico. Solo in un partito partecipativo possiamo rilanciare la militanza, stimolando chi ne fa parte a dare il massimo in termini di tempo, risorse economiche ed energie fisiche e mentali.

L’organizzazione del partito e la sua linea politica non devono avere come scopo unico e principale la presenza negli organismi rappresentativi locali o nazionali ma essere rivolte alla partecipazione ai movimenti esistenti e allo sviluppo di movimenti nuovi. Dovunque si creino situazioni di lotta i comunisti devono essere presenti, senza supponenza ma consci di potere e dovere fornire un contributo in termini di direzione e coordinamento complessivo allo scopo di unificare le mobilitazioni. La partecipazione elettorale deve essere non il fine della nostra attività, ma il momento in cui misuriamo i progressi del nostro lavoro e ne ricaviamo postazioni istituzionali, funzionali a proseguire l’organizzazione e il miglioramento dei rapporti di forza complessivi a favore della classe lavoratrice.

La classe borghese transnazionale, espressione apicale di un sistema in crisi storica, ha denunciato da tempo il “patto sociale” postbellico, dichiarando una vera guerra di classe mondiale. In molti Paesi del mondo, centrali e periferici, si sono sviluppati movimenti di opposizione imponenti e, anche dove non ce ne sono stati, il malcontento si è manifestato nella crescita di terze e quarte forze nei sistemi bipolari e bipartitici. Sulla base di quanto prevedibile, le contraddizioni si divaricheranno ancora, producendo ancora sollevazioni e movimenti. Il punto è che la maggioranza di questi movimenti è caratterizzata dalla immaturità politica, che ne consente la strumentalizzazione a forze conservatrici o reazionarie o comunque non in grado di dargli uno sbocco politico efficace. I comunisti nel XXI secolo si trovano, quindi, dinanzi ad un compito enorme: riuscire a dare una direzione a questi movimenti spontanei. Un compito reso ancora più difficile dal peso della sconfitta dell’Urss. È per questa ragione che con umiltà, pazienza ma anche con coraggio dobbiamo sciogliere i nodi organizzativi, teorici e politici che ci hanno impedito di andare avanti. E dobbiamo farlo fino ad arrivare alla elaborazione di una strategia politica adatta alla nuova fase storica. Non si tratta di eliminare dal nostro lessico compromesso e mediazione, elementi imprescindibili di ogni attività politica, ma di capire che una strategia di difesa passiva e di pura “guerra di posizione” non risponde più alla realtà delle cose e che è arrivato il momento di passare al contro-attacco.

Domenico Moro

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