Riforma elettorale: tra governabilità e rappresentanzaTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Riforma elettorale: tra governabilità e rappresentanza

Sembra un paradosso e, invece, è la realtà: a pochi giorni dalla pubblicazione delle motivazioni della Corte Costituzionale sull’illegittimità costituzionale delle norme che decretavano il cosiddetto porcellum, ieri 18 gennaio 2014 il segretario del PD Matteo Renzi ha incontrato Silvio Berlusconi per definire l’accordo sulla riforma elettorale. Vediamo sinteticamente gli aspetti di una possibile riforma alla luce di quanto stabilito dalla Corte Costituzionale.

Fonte: Oltremedianews

Al termine del predetto incontro, Renzi e Berlusconi si sono ritenuti soddisfatti per la “profonda sintonia” raggiunta: la governabilità, il bipolarismo e l’abbattimento del ricatto dei piccoli partiti sono gli obiettivi da perseguire. Domani, lunedì 20 gennaio 2014 verrà condiviso il testo ufficiale di tale accordo. Nell’anticiparne brevemente i contenuti alla luce di quanto dichiarato, si premettono brevi cenni sulle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale (n. 1 del 13 gennaio 2014), perché è da queste che occorrerebbe partire per la stesura di una legge elettorale diretta a garantire governabilità e, soprattutto, rappresentanza.Come noto il giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale ha avuto origine dall’azione giudiziaria promossa dinanzi al Tribunale di Milano da parte di un cittadino elettore  (l’avvocato Aldo Bozzi) che aveva chiesto l’accertamento della lesione del suo diritto di voto, in occasione delle elezioni del 2006 e del 2008, non esercitato in senso conforme ai principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, comma 2, Cost.) e “a suffragio universale e diretto” (artt. 56, comma 1 e 58, comma 1, Cost.) e al protocollo 1 della CEDU.

In particolare, la questione dell’illegittimità costituzionale ha riguardato alcune disposizioni del DPR 30 marzo 1957, n. 361 (“Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei Deputati”) e del decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533 (“Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica”), nel testo risultante dalle modifiche apportate dalla legge 21 dicembre 2005, n. 270 (“Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica”), sull’attribuzione del premio di maggioranza su scala nazionale alla Camera e su scala regionale al Senato, nonché di quelle disposizioni che, disciplinando le modalità di espressione del voto come voto di lista, non consentivano all’elettore di esprimere alcuna preferenza.

Sono state dichiarate costituzionalmente illegittime le disposizioni che non subordinavano l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e, quindi, trasformavano una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza assoluta di seggi, determinando una grave alterazione della rappresentanza democratica.

In pratica, tali norme delineavano un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si poneva in palese contrasto con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sarebbe sciolta oppure uno o più partiti che ne facevano parte ne sarebbero usciti.

Quanto poi alle norme che non consentivano all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui era rimessa la designazione dei candidati, esse rendevano il voto sostanzialmente “indiretto”, posto che i partiti non possono mai sostituirsi al corpo elettorale e che l’art. 67 Cost. presuppone l’esistenza di un mandato conferito direttamente dagli elettori.

Le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall’elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, fosse un voto per la scelta della lista, escludevano ogni facoltà dell’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti, la quale dipendeva, oltre che, ovviamente, dal numero dei seggi ottenuti dalla lista di appartenenza, dall’ordine di presentazione dei candidati nella stessa, ordine di presentazione sostanzialmente deciso dai partiti.

Orbene, posti i predetti principi espressi dalla Corte Costituzionale, la reazione principale della politica è consistita nell’incontro tra i leader dei partiti più importanti.

In sostanza, la proposta di Renzi-Berlusconi, frutto della riferita “profonda sintonia”, prevede il modello spagnolo rivisitato.

Si tratta di un modello proporzionale a turno unico con liste ristrette: un minimo di 4 e un massimo di 6 candidati. Tale previsione andrebbe a rispettare quanto disposto dalla Corte Costituzionale in ordine alla rappresentanza politica e alla possibilità di conoscibilità e scelta dei candidati da parte degli elettori.

Sono previste due soglie di sbarramento: il 5 per cento per chi si presenta in coalizione e l’8 per cento per le liste singole, con unpremio di maggioranza del 15 per cento da assegnare a chi raggiungerà una soglia minima, cioè almeno il 35 per cento dei voti. Ciò, in coerenza con quanto statuito dalla Consulta sull’illegittimità costituzionale delle disposizioni attributive del premio di maggioranza senza il raggiungimento di una soglia minima prestabilita.

Sono state scartate, dunque, le proposte sulla rivisitazione del mattarellum e sul doppio turno, quest’ultima apprezzata da una buona parte del PD, tra tutti l’ex viceministro dell’Economia, Stefano Fassina.

In attesa del testo ufficiale che sarà pubblicato nella giornata di domani, si evidenziano le prime reazioni.

Al di là dell’incontro con Berlusconi, interdetto dalla vita politica, su cui non occorre soffermarsi, la proposta, che persegue evidentemente il bipolarismo, spaventa i piccoli partiti che sarebbero emarginati dalla soglie di sbarramento.

Ma vi è di più. C’è anche chi (Stefano Fassina) ha già parlato di “porcellum ritoccato”, nel presupposto che non verrebbe di fatto eliminato il ricatto dei piccoli partiti, i quali dopo le elezioni potrebbero stringere eventuali alleanze, e non verrebbe inserita la preferenza sui candidati da parte dei cittadini elettori, ma solo la predisposizione di liste ristrette.

Sara Venanzi

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