Rilanciare il marxismo come sfida culturaleTribuno del Popolo
martedì , 23 maggio 2017
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Rilanciare il marxismo come sfida culturale

Si parla da tempo del tracollo della sinistra cosiddetta radicale, con anni di fallimenti e di ricerca di ricette che si rivelano però inconsistenti. Da qui il bisogno di una riflessione profonda, che svisceri il nocciolo della questione, ovvero che la rinascita di un socialismo moderno passa da una seria sfida culturale

Da almeno vent’anni si rincorrono le sconfitte elettorali della sinistra cosiddetta radicale, con particolare riferimento proprio alla situazione italiana, dove dal 2000 a oggi si è andati incontro a una progressiva e pressochè totale demolizione della cosiddetta sinistra, una demolizione che si può vedere facilmente constatando che anche il cosiddetto centrosinistra incarnato dal Pd ha ultimato la sua lenta ma inesorabile mutazione genetica che lo ha portato a diventare tout court un partito che porta avanti un modello culturale ed economico conflittuale quando non opposto rispetto a quello che dovrebbe essere il patrimonio valoriale della sinistra. Si potrebbe facilmente obiettare che la società è cambiata e quindi debbano essere riammodernati anche i valori e i parametri della cosiddetta sinistra, si potrebbe certo, ma non ci appare una obiezione convincente dal momento che l’andamento della storia ha confermato e non smentito quelle che erano le critiche storiche che la sinistra ha elaborato nei confronti del capitalismo. In poche parole dalla caduta del socialismo reale a oggi le condizioni dei lavoratori, delle classi di riferimento storiche della sinistra, sono tornate a peggiorare dopo che, per decenni, quando il modello culturale di sinistra era in ascesa, avevano visto mai come allora migliorare le proprie condizioni di vita e i propri diritti. Questo è avvenuto, lo abbiamo già detto in precedenza, perchè è venuta meno una visione d’insieme, un pensiero forte capace di agglomerare il progressismo verso un progetto alternativo di società. Dal momento che le società si cambiano e si plasmano mediante la cultura, emerge chiaramente come negli ultimi vent’anni in assenza di una cultura forte di sinistra, venuta meno all’improvviso e in modo devastante, la cultura che chiameremo per semplificazione come “capitalista” non ha trovato oppositori degni di questo nome. O meglio ne ha trovati, vedi il movimento antiglobalizzazione che si sviluppò tra XX e XXI secolo, venendo poi spento in quel di Genova nel luglio del 2001, ma se ne è liberato, e in questo modo la cultura dominante ha realmente globalizzato il mondo, uniformando valori e aspirazioni di milioni di individui in modo mai visto prima poichè amplificato dalle conquiste tecnologiche nell’informazione. La sinistra è rimasta così senza bussola e in mare aperto, e viste le navi alla deriva i capitani senza ormai più generali a dare ordini, hanno pensato bene di issare bandiera bianca e di continuare la navigazione agli ordini degli avversari di un tempo, solo fingendo di servire ancora la stessa bandiera di prima. Questa generale confusione ha portato a individuare come “sinistra” partiti che non lo sono più se non di nome, anche se ormai hanno appunto perso progressivamente anche quello. I partitini che invece si sono opposti e hanno ostinatamente continuato a sfidare le acque in tempesta con i loro piccoli navigli, continuano a navigare in mare aperto, senza sapere se un giorno troveranno finalmente la terraferma. Per costruire una bussola in questo immane guazzabuglio nel quale ogni capitano si sente il più autorevole senza rendersi conto di contendersi il comando di un ammasso di zattere semiaffondate, occorrerebbe un reset e una seria volontà di rilancio di un pensiero forte, un pensiero che rilanci il marxismo avendo il coraggio di aggiornarne l’analisi alla complessità della società moderna che però ha lasciato inalterato, anzi ha inasprito, le forme di sfruttamento. Una sfida culturale che rilanci i valori fatti propri dalla storia del socialismo e del comunismo e che sono stati troppo sbrigativamente archiviati da una generazione, quella del sessantotto per intenderci, che con la caduta del socialismo reale ha pensato bene di voltare pagina, relegando nella categoria dell’utopia valori e ideali che invece andrebbero con forza attualizzati e propagandati in un mondo oramai profondamente mutato, e in peggio, dalle ciniche politiche di neoliberismo portate avanti dall’Occidente. Una sfida culturale capace di opporre alla cultura del denaro una cultura differente, che ponga in primo piano la realizzazione dell’individuo e la costruzione di una società più giusta, socialista appunto, capace di dare a ciascuno la possibilità di realizzare se stessi all’interno della vita sociale. Una sfida culturale, per concludere, che sia in grado di smascherare il velo di menzogne con cui il mainstream ha avvolto il sistema economico e politico dominante, un sistema che si autoproclama come l’unico possibile. In realtà altri tipi di governo e altre politiche sarebbero possibili, semplicemente andrebbero contro gli interessi dei gruppi sociali che sino a questo momento hanno tratto giovamento dello status quo. Una sfida culturale capace di mettere in discussione e riportare sul tavolo della politica anche il tema del debito pubblico e del futuro dell’Unione Europea, e soprattutto che si ponga dalla parte di coloro i quali si trovano soli, in balia delle decisioni di chi non farà mai il loro interesse.

photo credit: <a href=”http://www.flickr.com/photos/nohodamon/2458951084/”>NoHoDamon</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/”>cc</a>

G.B.

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