Rimborsi elettorali e reali costi della politica. Ma la vera domanda è: i partiti servono ancora?Tribuno del Popolo
venerdì , 24 marzo 2017
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Rimborsi elettorali e reali costi della politica. Ma la vera domanda è: i partiti servono ancora?

Con proposta di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti torna d’attualità una seria riflessione sul ruolo svolto dal partito oggi rispetto a ciò che era stato nel passato. Dai partiti come organizzazioni di massa ai cartelli elettorali odierni, passando per gli scandali e il vento di antipolitica. Una domanda campeggia su tutte: i partiti servono ancora?

Fonte: Oltremedianews

 

Si scrive partito, si legge democrazia. Quanti sarebbero pronti a sottoscrivere una tale affermazione? Pochissimi, vista l’attuale sfiducia dilagante nell’odierno contesto politico. Eppure la Costituzione parla chiaro quando ricollega il concetto disovranità popolare e quello relativo all’esercizio della medesima: la sovranità appartiene al popolo, e “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49). Prendendo in prestito le parole del grande costituzionalista Vezio Crisafulli, la carta costituzionale, nell’effermare il valore del concorso permanente dei cittadini alla determinazione della politica del Paese, consegna ai partiti una indiscutibile funzione di primo piano rispetto all’attuazione del principio democratico e della sovranità popolare.

Bisogna partire da qui, da questo bellissimo quadro dipinto dai nostri padri costituenti, per intraprendere una qualsiasidiscussione su cosa è il partito oggi e cosa dovrebbe essere, nella sua veste giuridica e non solo. Sì, perché è di questo che si sta parlando in questi giorni, senza voler contare che si tratta di un dibattito aperto sin dalla fine dei cd. “partiti di massa”, al tramonto della Prima Repubblica. Affrontare il tema del finanziamento pubblico ai partiti significa infatti discutere delle basi della nostra democrazia; significa tra le righe chiederci a cosa serve un partito.

Al di là di tutte le belle definizioni che si possono dare, (il partito come portatore di diverse visioni dell’interesse generale, o nella sua duplice figura di autorganizzazione di cittadini e poi di “ponte” fra popolo, Camere e Governo), il partito dal punto di vista strettamente giuridico e funzionale è un’associazione di persone le quali si riconoscono nelle medesime istanze ed in una comune visione dell’interesse generale. Civilisticamente si può dire, per essere più precisi, che il partito è un’associazione non riconosciuta, e questo in quanto nella luminosa visione originaria della struttura partitica si voleva garantire quella massima libertà nell’autorganizzazione degli individui che persino quei requisiti minimi richiesti per la registrazione avrebbero intollerabilmente potuto intaccare. Precisazione, quella relativa al soggetto giuridico partitico, non di poco conto se si pensa alle storture cui questa esigenza di libertà si è prestata: dietro il sacrosanto principio, le mani libere con cui nel tempo si è dato vita ad organizzazioni di fatto inadeguate, per trasparenza di bilancio e modalità di amministrazione interna, alla gestione del fiume di denaro pubblico (e non) messo a disposizione.

Già, il denaro. La storia del finanziamento pubblico ai partiti così come oggi lo conosciamo ha origine in Italia all’indomani del boom economico degli anni ‘60. Era il 1974 quando, sotto l’onda degli scandali di corruzione e di finanziamenti illeciti, entrava in vigore la legge Piccoli, che affermava il principio per cui lo Stato si sarebbe assunto l’onere di provvedere al sostentamento diretto dei partiti. Da allora sino al 1993 le cose rimasero pressoché invariate, sia quanto a corruzione, sia quanto a trasparenza (pressoché deficitaria) dei bilanci, salvo i continui ritocchi verso l’alto dell’entità del finanziamento. Fino agli scandali di tangentopoli che hanno sancito di fatto il definitivo distacco tra le istituzioni tradizionali e i cittadini: alla disillusione proveniente dalla fine del sogno socialista e ai primi segni del declino economico degli anni duemila si aggiunse l’intollerabile situazione di un sistema partitico oramai cristallizzato e avvolto su se stesso dopo 50 anni di monopartitismo. Il referendum del ‘93, forte del 90% dei consensi dei votanti, abrogò la legge sul finanziamento pubblico. Un flusso di denaro verso i partiti che però di fatto non si è mai arrestato: nel 94’ e nel ‘96 i soldi sono continuati a fluire verso le casse dei soggetti politici grazie ad una legge sui rimborsi elettorali, disposizione poi consolidata nel ‘99 e nel 2006.

Arriviamo quindi ai nostri giorni. La legge del 2006 stabilisce che i rimborsi elettorali vanno erogati annualmente per i 5 anni successivi alle elezioni, anche se la legislatura finisce prima. Ciò ha comportato una sovrapposizione con i rimborsi relativi alle elezioni del 2008. Si calcola che il fondo previsto per Camera e Senato da erogare nell’arco di una legislatura in beneficio a tutti quei partiti che hanno partecipato alla competizione elettorale superando l’1%, è di 468milioni di euro.
Il punto è che la politica costa, e tanto: stampare manifesti, pagare gli affitti delle sezioni, le campagne elettorali, l’iniziativa politica, gli sforzi organizzativi per le manifestazioni, il pagamento degli stipendi per i dipendenti e i dirigenti, l’attività editoriale. Certo, la cifra di mezzo miliardo è davvero abnorme, soprattutto con 5 anni di recessione sulle spalle, tagli e misure suicide dettate dall’austerity; immensi sacrifici che sembrano non toccare quella che nel frattempo è stata definita “la casta”. Così, sotto la giusta osservazione della mancanza di un controllo effettivo sui bilanci dei partiti è tornata d’attualità la discussione circa il finanziamento pubblico ai partiti. Problema vero quello del costo della politica, certo. Ma se si pensa che l’intera somma comporta un esborso di soli 1,50 euro l’anno per ogni italiano si capisce che nonostante il tema sia stato fatto passare come la panacea di tutti i mali, il vero nodo è un altro: nell’epoca della personalizzazione della politica, in un momento in cui la partecipazione si misura coi mi piace di facebook, in un sistema che vede l’imprenditoria mescolarsi pericolosamente alla politica trovando legittimazione nel sistema clientelare permesso dall’introduzione delle preferenze, in un mondo in cui il sogno dell’emancipazione delle masse è tramontato dietro i freddi tecnicismi degli economisti di Bruxelles e dietro i ricatti occupazionali delle multinazionali, i partiti servono ancora?

La risposta, come spesso accade, sta negli eventi già trascorsi ed è più evidente di quanto sembri. Il referendum del ’93 certificò la verità di fondo che emergeva dagli anni ‘80, e cioè che in una società che si apprestava a spacchettare e precarizzare il mondo del lavoro, in un Paese che avrebbe di lì a poco rivoluzionato a suon di liberalizzazioni il proprio tessuto economico, e che si trovava all’alba del ventennio berlusconiano, i partiti come organizzazioni di massa capaci di convogliare il conflitto di classe per tramutarlo in proposta non servivano più a nulla: dunque via il finanziamento ai partiti. Una svolta, nonostante le apparenze, confermata con la successiva legge del ‘99 che reintroduceva di fatto il finanziamento pubblico sotto la dicitura di “Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali”: all’alba del nuovo millennio si estingueva il concetto di “partito organizzativo di massa” inteso come organizzazione avente il compito di preparare le masse di lavoratori e lavoratrici ad avere coscienza di sé, e veniva sostituito dal “partito elettorale di massa” con attività finalizzata al solo raccoglimento del consenso. Emblematico di questo definitivo mutamento, che ha inciso non poco sui nuovi assetti istituzionali, è proprio la natura del finanziamento: prima destinato all’attività politica e partecipativa in toto svolta dal partito, oggi rivolto al solo rimborso di quanto speso nella competizione elettorale.

Oggi è lo stesso governo Letta a riprendere il tema del finanziamento pubblico ai partiti, proponendosi di completare lo smantellamento del sistema partitico cominciato 30 anni fa con l’abrogazione definitiva dei rimborsi elettorali. Certo, ipropositi sono nobili: in tempi di austerity bisogna tagliare anche i costi della politica; e poi gli apparati di partito, diventati sistemi di potere a tutti gli effetti, e poi gli scandali e la poca trasparenza nella gestione delle risorse. Ma non sarebbe bastato allora ridurre i rimborsi pecuniari per aumentare detrazioni e servizi garantiti, e sottoporre i bilanci al controllo effettivo della Corte dei Conti?
Sarebbe bastato. E proprio il fatto che si sia partiti dalla messa in discussione del principio del pubblico sostentamento alla attività politica partitica pone un serio interrogativo sulle reali intenzioni di chi ci governa. Che sia il definitivo avvento di un presidenzialismo apartitico fatto di uomini soli al comando, ricchi e sostenuti da potenti lobby? Possibile, se non probabile. Di certo il finanziamento pubblico ai partiti è, checché se ne dica, una misura di indiscutibile civiltà capace di garantire ai cittadini l’effettivo perseguimento degli interessi collettivi da parte dei loro rappresentanti. Se così non fosse basterebbe chiedere ai detrattori cosa ci sarebbe di “pubblico” nelle norme ad personam o ad aziendam approvate per accontentare questo o quel ricco finanziatore. Come si può pensare poi di cambiare i rapporti di forza in questa società se gli stessi partiti traessero emolumenti dagli stessi ceti abbienti che dominano il sistema? Domande cui nessuno può dare una risposta compiuta se non dando un senso di ritorno all’800, ad una politica di classe, ad un parlamento per ricchi.

Diverso sarebbe tornare a discutere della natura del sostegno alla politica. Il rimborso piuttosto che il finanziamento diretto ha trasformato i partiti in enormi macchine elettorali. Non è sbagliata la percezione per cui questa o quella sigla si presenta dal cittadino solo in occasione delle elezioni. Impiantare invece una discussione sulla trasparenza, sul controllo della Corte dei Conti per i bilanci, ma soprattutto ricominciare ad accarezzare un’idea di partecipazione permanente sostenuta (perché no) dallo Stato, ripartire da un’idea di partito che coinvolga e aiuti le masse ad assumere coscienza di sé, un partito che serva a qualcosa, che dia qualcosa, senza chiedere sempre e soltanto, ecco, questa sarebbe la vera rivoluzione. E allora la risposta cambierebbe, perché sì, i partiti servono senza dubbio, ma solo se capaci di riproporre le istanze del mondo del lavoro e di fare del conflitto un programma politico. Diversamente, fare del partito un mero cartello elettorale, o peggio, mettere in discussione il principio del sostegno pubblico alla politica, quello sì che significherebbe regalare definitivamente la più efficiente forma di organizzazione, e con essa le ultime prospettive programmatiche di emancipazione, a chi detiene il potere economico in questo Paese. Ed è bene essere chiari su un punto: dalla privatizzazione della politica difficilmente si torna indietro. Per questo bisogna combatterla, con la consapevolezza che non basta assumere una posizione conservatrice, che verrebbe giustamente accusata di difendere un certo sistema marcio; bisogna bensì partire da un’autocritica per proporre condizioni di avanzamento verso una politica che sia non più solo del consenso, ma che raccolga partecipazione.

Michele Trotta

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