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mercoledì , 24 maggio 2017
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Ripensare l’intero sistema

La sfiducia negli italiani nelle varie colonne portanti del nostro sistema democratico è molto alta. Pressochè totale la sfiducia verso la politica, partiti o istituzioni che siano.

Fontehttps://cercareilvero.wordpress.com


Un anno fa (dicembre 2013) il quotidiano La Repubblica pubblicava un articolo dove venivano esposti dati riguardanti la fiducia dei cittadini in varie istituzioni. I sondaggi vennero fatti da Ilvo Diamanti.
Da questi sondaggi emergeva come, per il 48,5% degli intervistati, la democrazia può funzionare anche senza partiti politici. Detta in un altro modo: un italiano su due non considera i partiti politici essenziali per il funzionamento della democrazia (liberale). Nel 2008, alla stessa domanda, chi non riteneva essenziali i partiti era il 42% degli intervistati. Allo stesso tempo, però, “circa 5 italiani su 10 dichiarano, infatti, di aver frequentato, nel corso del 2013, manifestazioni politiche, di tipo tradizionale e nuovo (attraverso la Rete o il consumo responsabile). Oltre 6 affermano, ancora, di essere stati coinvolti in attività di partecipazione sociale. I più giovani (15-24 anni), in particolare, mostrano un coinvolgimento molto ampio (36%) nelle manifestazioni di protesta e nelle mobilitazioni “in Rete””[1].

Ci sono quindi le basi su cui poter poggiare un’organizzazione che punti ad un cambiamento (a piccoli passi) del sistema ma non sono presenti strutture adeguate per rispondere a tale richiesta.
Se è vero che bisogna sapere cosa vogliono le persone per poter offrire loro una seria alternativa a quanto oggi c’è in Italia, è anche vero che le fondamenta di un pensiero radicalmente diverso e rivoluzionario sono incise su un libretto di poche decine di pagine scritto oltre un secolo e mezzo fa: “Il Manifesto del Partito Comunista”.
Ne riporto alcune parti: “Il potere politico dello Stato moderno è soltanto un comitato che amministra gli affari della classe borghese nel suo complesso“. Se si sostituisce “classe borghese” con “politici”, buona parte degli italiani non avrebbe nulla su cui obiettare. Invece il vero problema è chi gestisce la classe politica (la borghesia appunto) e qui sta uno degli obiettivi centrali di chi vuole provare a cambiare gli equilibri nel nostro paese: identificare il problema nella borghesia che detiene il potere (se “borghese” fa troppo XX secolo chiamateli “ricchi”, magari sembra più moderno).

Sempre ne “Il Manifesto del Partito Comunista” trova spazio un altro elemento da cui (ri)partire: “i piccoli ceti medi tradizionali, i piccoli industriali, i negozianti e i beneficiari di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte perché il loro piccolo capitale non è sufficiente per l’attività della grande industria e soccombe quindi alla concorrenza di capitalisti più grandi, in parte perché le loro abilità vengono svalutate dai nuovi modi di produzione“.
Alcuni punti che non possono non essere presenti nel programma di un cambiamento della società sono:

  • Imposta fortemente progressiva;
  • Creazione banca nazionale con capitale di Stato;
  • Centralizzazione di buona parte dei trasporti nelle mani dello Stato;
  • Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione;
  • Educazione pubblica e gratuita per tutti.

Anche questi punti appena citati sono presi quasi per intero da “Il Manifesto del Partito Comunista”.
L’attualità di quel pensiero non può che fare da guida per un cambiamento della società.


[1] http://goo.gl/1aqN0g

Davide Busetto

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