Riva e il ricatto dell'Ilva: a casa 1500 lavoratoriTribuno del Popolo
giovedì , 19 ottobre 2017
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Riva e il ricatto dell’Ilva: a casa 1500 lavoratori

Il gruppo della famiglia Riva ha annunciato di voler mandare a casa oltre 1500 lavoratori delle 13 società della famiglia che sono oggetto del sequestro di beni e conti correnti per 916 milioni di euro realizzato dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta per disastro ambientale. Si tratta di un vero e proprio ricatto ai lavoratori, e ora ci vorrebbe di corsa una nazionalizzazione. 

Rasenta il grottesco quanto successo all’Ilva. Prima la tragicommedia del disastro ambientale con le vicissitudini di centinaia di operai chiamati a scegliere tra lavoro o salute. Ora il colpo di scena: il gruppo industriale-finanziario della famiglia Riva, inquisito per disastro ambientale, ha fatto sapere di voler mettere in libertà oltre 1500 lavoratori che operano in 13 società riconducibili alla famiglia e oggetto  del sequestro di beni e conti correnti per 916 milioni di euro operato dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. Insomma una chiusura generalizzata e inaspettata che ha il sapore della beffa e del ricatto. Si tratta di sette stabilimenti dove lavorano circa 1400 lavoratori, e la Riva ha annunciato che verranno chiusi anche gli impianti di Caronno Pertusella, Lesegno, Malegno, Sellero, Cerveno, Verona e Annone Brianza. A Taranto la società interessata dalla ritorsione  sarebbe “Taranto Energia”, con 114 dipendenti, e l’azienda ha subito convocato i sindacati di categoria, prospettando difficoltà nel pagamento degli stipendi. Grande la rabbia dei lavoratori col gruppo Riva che ha motivato la chiusura con il sequestro preventivo penale del Gip di Taranto: “Tali attività non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva – afferma l’azienda – e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento Ilva di Taranto”. La società ha poi inviato una nota comunicata al custode dei beni cautelari Mario Tagarelli: “La decisione si è resa purtroppo necessaria poiché il provvedimento di sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, datato 22 maggio e 17 luglio 2013 e comunicato il 9 settembre, in base al quale vengono sottratti a Riva Acciaio i cespiti aziendali, tra cui gli stabilimenti produttivi, e vengono sequestrati i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali, fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività”. E poi ancora: “Riva Acciaio impugnerà naturalmente nelle sedi competenti il provvedimento di sequestro, già attuato nei confronti della controllante Riva Forni Elettrici e inopinatamente esteso al patrimonio dell’azienda – conclude l’azienda -, in lesione della sua autonomia giuridica, ma nel frattempo deve procedere alla sospensione delle attività e alla messa in sicurezza degli impianti cui seguirà, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, la sospensione delle prestazioni lavorative del personale (circa 1.400 unità), a esclusione degli addetti alla messa in sicurezza, conservazione e guardiani degli stabilimenti e dei beni aziendali”.  Insomma si è di fronte a un vero e proprio ricatto da parte della famiglia Riva, che ha pensato bene di utilizzare come merce di scambio centinaia di lavoratori. A oggi l’unica soluzione possibile per l’Ilva ci sembra quella della nazionalizzazione, l’unica soluzione che garantirebbe di mettere i lavoratori al centro.

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