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venerdì , 26 maggio 2017
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Rivoluzionare il credito

“L’Europa riscopre la banca di Stato”. Con questo titolo il Sole 24 Ore del 2 febbraio ci ha informato della nazionalizzazione del gruppo bancario-assicurativo olandese Sns Reaal. Costo dell’operazione: 3,7 miliardi di euro. 200 milioni in meno di quanto costeranno allo Stato italiano i Monti-Bond per salvare il Monte dei Paschi.

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Fonte: Rivoluzionecivile.it

Ma con una differenza non piccola: mentre lo Stato olandese potrà subito entrare nella gestione di Sns Reaal, e quindi verificare che il danaro dei contribuenti non vada buttato, questo in Italia avverrà solo tra 5 anni e solo se il Paschi non avrà rimborsato il prestito. Questo modo di procedere è insensato. Con la cifra impegnata nel prestito al Monte dei Paschi, lo Stato potrebbe diventare di gran lunga il primo azionista della Banca. Se lo Stato salva una banca, deve poter entrare nel capitale di quella banca. E non per risanarla e rivenderla al miglior offerente, come oggi anche qualche liberista propone, con scarsa coerenza (ma come, non era lo Stato il problema e il mercato la soluzione?). Bensì con due altre finalità: tutelare il proprio investimento, e nel contempo ripristinare il principio secondo cui il credito è un “bene pubblico” di importanza strategica per il Paese.
La vicenda del Montepaschi ci insegna come una banca privatizzata possa perseguire un orientamento al profitto di breve termine che si rivela distruttivo, possa inseguire la “creazione di valore per gli azionisti” tramite acquisizioni irragionevoli (quella di Antonveneta è la più clamorosa, ma non l’unica effettuata in Italia), senza per questo perdere i condizionamenti politici e le logiche clientelari che un tempo si rimproveravano alle banche pubbliche. Il prestito a MPS, oltretutto effettuato a tassi difficilmente sostenibili per la banca, non risolve nessuno di questi problemi. L’ingresso dello Stato nel capitale del MPS, non come socio finanziario di breve termine interessato a un profitto immediato, ma come azionista di riferimento di lungo termine, rappresenterebbe, invece, il salto di qualità di cui i 30.000 lavoratori del MPS, i suoi 6 milioni di clienti (imprese e risparmiatori) e il nostro sistema produttivo hanno bisogno in questo momento di forte restrizione del credito. Esso scongiurerebbe la svendita del Monte ad altre banche, straniere o italiane, interessate principalmente a comprare le quote di mercato di MPS (e’ circolato il nome di Bnp Paribas, tramite la controllata italiana BNL, che tra l’altro sta riducendo il funding della sua controllata italiana). E consentirebbe di rinsaldare il vero legame col territorio: quello con i risparmiatori e con le imprese (e non quello con partiti politici, a livello locale o nazionale).

Ma il tema della necessità, oggi, di un intervento pubblico nel sistema bancario, non si esaurisce nell’intervento di emergenza indispensabile per mettere in sicurezza il MPS. La Banca d’Italia addebita parte della colpa della recessione in atto al razionamento del credito (oltreché alle misure di austerity depressiva). Le banche privatizzate, già oberate dal peso delle sofferenze sui crediti pregressi, sono riluttanti a concedere nuovi crediti alle imprese, e quando li concedono lo fanno a un prezzo troppo elevato.

Rivoluzione Civile ritiene che sia necessario e urgente ricostruire una banca pubblica per il credito a medio e lungo termine, che possa prestare denaro alle imprese a tassi ragionevoli. Il credito è un bene pubblico e le banche devono essere considerate come public utilities. Soprattutto per quanto riguarda il credito alle PMI e a medio-lungo termine. Questi concetti, che in Italia nella furia privatizzatoria degli anni Novanta sono stati dimenticati, ormai vengono recuperati anche nei Paesi anglosassoni: persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per il credito alle piccole e medie imprese. Mentre la Germania, come è noto, non ha mai smesso di giovarsi di una grande banca pubblica che fa credito alle imprese, il Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

Farlo anche in Italia non è difficile, e si può fare in diversi modi. Il più semplice è utilizzare una banca che già esiste e si trova nel perimetro pubblico, ma alla quale né il governo Berlusconi e Tremonti né quello di Monti hanno saputo dare una missione chiara: la Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale (BdM-MCC). Proponiamo che:

- la banca passi sotto il controllo diretto di Cassa Depositi e Prestiti (oggi è di proprietà di Poste Italiane) o del Ministero dell’Economia e delle Finanze;

- venga adeguatamente ricapitalizzata;

- il suo raggio d’azione copra l’intero territorio nazionale;

- le sue funzioni comprendano: il credito a medio-lungo termine su tutto il territorio nazionale, il credito agevolato, il supporto (istruttoria e cofinanziamenti) a Stato e Regioni per l’utilizzo dei Fondi europei.

- si stabilisca una stretta cooperazione operativa tra BdM-MCC, SIMEST e SACE, dando vita a un polo creditizio e assicurativo pubblico per lo sviluppo delle imprese, in grado di assisterle sia sul mercato domestico che nella loro internazionalizzazione.

- A questo ultimo proposito bisogna giungere a una vera e propria “export bank” italiana con una configurazione societaria chiara, mentre per ora di concreto c’è soltanto una convenzione tra società diverse.

Quanto sopra può essere ottenuto anche creando ex novo una banca o ampliando il perimetro delle funzioni attribuite alla Cassa Depositi e Prestiti e dando autonomia societaria al suo interno a un comparto creditizio per le imprese. Ma entrambe le possibilità richiedono più tempo della soluzione proposta e, nel secondo caso, una modifica statutaria della Cassa Depositi e Prestiti (per missione rivolta agli Enti Locali). Qualunque sia la soluzione tecnica prescelta, l’essenziale è l’obiettivo strategico: quello di ripristinare un polo pubblico del credito, correggendo gli eccessi degli anni Novanta, che hanno visto la privatizzazione totale del settore. Le conseguenze di quelle privatizzazioni oggi sono sotto gli occhi di tutti: creazione di grandi banche spesso inefficienti (ma in grado di sfruttare a loro vantaggio rendite oligopolistiche) e razionamento del credito nell’attuale fase di crisi. Bisogna cambiare strada.

Vladimiro Giacché,
candidato alla Camera per Rivoluzione Civile

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