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sabato , 27 maggio 2017
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Rivoluzione Civile come lotta di classe

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. La caratteristica saliente della lotta di classe nella nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori -termine molto apprezzato da chi ritiene che l’umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti – sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. ”(L.Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, p.12)

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Nel montare delle divisioni interne alla sinistra e nel fervente dibattito tra sostenitori e denigratori della Rivoluzione Civile, decido ancora una volta di parlare di lotta di classe e decido di farlo seguendo i principi del materialismo dialettico, ossia cercherò di prendere le distanze da ogni ragionamento chiuso ed auto-referenziale aprendomi al ragionamento sulla realtà dei fatti, senza perdere di vista l’obiettivo finale e di classe.

In una fase in cui un’acuta crisi economica figlia della forma degenerata del capitalismo, ben definita da L.Gallino con il termine difinanzcapitalismo, si è trasformata in crisi del debito statale e nella più imponente ondata di austerity dai tempi del duo Tatcher-Reagan. Ritengo che di lotta di classe si possa e si debba continuare a parlare, ma occorra farlo in termini aggiornati, non per questo revisionati.

Negli anni passati abbiamo assistito ad una politica decisamente vuota ed autopoietica, sostenuta da una cultura che dagli anni settanta ha semplicemente smesso di analizzare il tema del lavoro. Così nelle scienze si arrivati ad un inaridimento del campo di ricerca, si è rinunciato a trattare temi quali la qualità del lavoro e la qualità della vita delle classi, per arrampicarsi in funamboliche ricerche. “La grande sconfitta naturalmente la cultura critica, la cultura umanistica che antepone alla razionalità strumentale la ricerca della ragione oggettiva. Cioè quella volta a creare condizioni individuali e collettive che diano contenuto e senso all’esistenza, piuttosto che convertire la stessa in uno strumento per produrre sempre pi denaro, accumulare capitale, o sfruttare terreni per arricchirsi”(L.Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe,Laterza, pp.57-58) . Ora, nel momento più buio sembriamo ridestarci, riscopriamo non solo cosa sono le classi, ma anche che è necessario parlarne e studiarle per capire come risolvere i principali nodi economici, politici e culturali del nostro tempo. Queste classi scientemente ignorate dal pensiero post-ideologico, ritornano. La grande domanda oggi è: come farle pesare politicamente? Come organizzarle?

Dopo trent’anni di neo-liberismo ripensare metodi e pratiche dell’alternativa di classe penso sia indispensabile per saper pungere ancora. Arroccarsi quando il capitalismo ammazza col suo “martello” è una tattica discutibile che rischia non solo di dividere, ma di portare allo sbaraglio i lavoratori e i militanti pi tenaci (mi rifaccio ancora a L.Gallino e al suo ultimo libro, in cui dopo aver descritto la globalizzazione come scellerato progetto politico di rapina e di divisione tra le classi subalterne giunge a descrivere l’austerità come nuova forma di lotta di classe). Così la fine artificiale delle classi ha condotto il pensiero verso la fine della “dialettica” tra tesi contrapposte, conducendo all’avvitamento del pensiero unico su se stesso. La crisi del capitalismo sembra dunque amplificarsi in una crisi dettata dal pensiero unico dominante, chiuso al dialogo e incapace di darsi risposte a domande che si pone da solo. Dunque ci troviamo immersi in una crisi culturale, filosofica, democratica nonché economica . Guardando la realtà della crisi che ci si staglia davanti agli occhi da questo punto di vista si arriva a comprendere molte cose, si arriva a capire ad esempio la crisi delle democrazie occidentali, ormai sempre più configurabili come post-democrazie, in cui le emblematiche immagini di Prodi,Berlusconi e Monti che stringono la mano di Putin ne sono l’emblema. La sovranità del popolo è palesemente in discussione tanto negli Stati Uniti di Obama, quanto in Europa e se i fermenti all’interno dei movimenti, da Occupy Wall-Street ai nostrani movimenti delle donne, degli ecologisti e degli indignati non riescono a scalfire minimamente l’ordine delle cose spostando l’asticella della politica in senso progressista, la responsabilità ancora una volta ricade sui partiti del centro-sinistra che in quanto partiti post-comunisti sono chiusi ad ogni forma di dialogo verso la società civile. L’ultima dimostrazione l’ha data il PD con la contro-nomina di Grasso. Oggi la situazione in Italia e non solo, è sempre più chiara: i partiti stanno al minimo storico, continuano a fare discorsi avulsi dalla realtà sottostante e nonostante gli artificiali bagni di celebrità e le leggi elettorali da regime, si trovano a raschiare il fondo del barile dei consensi. Nel frattempo, i tecnici cercano di crearsi spazi politici fondando liste appoggiate da pseudo-movimenti della “società civile”, in realtà alquanto incivile, composta da magnati che prima spezzano le reni al popolo rifacendosi ai modelli Marchionne e poi si riciclano con la faccia del tecnico super partes. Oggi abbiamo un’alternativa, nata all’esterno del PD e del populismo, che apre il dialogo a sinistra e si rifà apertamente al concetto gramsciano di società civile come parte sana dello Stato . Lenin diceva che un rivoluzionario a parole insegue la purezza della rivoluzione senza mai arrivare a vederla, noi iniziamo a portare la nobile parola “Rivoluzione” su di una lista elettorale, iniziamo a unirla al concetto di società civile del più grande marxista italiano e ad innestarla sulle ombre rosse del “Quarto stato”, iniziamo a marciare sul Palazzo d’Inverno non con voli pindarici, ma con richieste precise. Chiediamo un’altra democrazia, un altro modello sociale e non abbiamo paura del rosso né di richiamarci all’ampia tradizione socialista. Mi appoggio ancora al volume di Gallino: “con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio, la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme” (L.Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, p.210)

La costruzione del soggetto politico che si farà carico del progetto di trasformazione è aperta a tutti gli organi sociali che potrebbero produrre tale trasformazione. Il piano egemonico risulta ancora centrale e da non perdere di vista, poiché viviamo nella più terrificante offensiva ideologica del Capitale. Come l’ha descritta Gallino: “l’ideologia di un mondo dove si possa far denaro unicamente per mezzo del denaro, in un mondo globalizzato in cui, purché si tolga ogni vincolo ai capitali, si genera crescita, sviluppo e benessere per tutti: questa ideologia perversa ha fatto presa sull’intelletto, le emozioni e il senso morale di miliardi di persone. Quando uno ha la mente così posseduta, perché di vera possessione si tratta, nel senso specifico che la parola ha nella psicologia del profondo non si ribella: neppure se guadagna quattro euro l’ora rifacendo le camere in un hotel di Lipsia o sistemando la merce negli scaffali di un supermercato Wal-Mart dell’Illinois”(L.Gallino La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, pp.55-56).

I contromovimenti, da quello no-global dei primi anni duemila a quello odierno degli indignados, diventano centri di una possibile rinascita della politica reincentrata su tematiche di classe. Questi movimenti non hanno trovato sbocchi nella politica – neppure in quella populista, visti gli elevati gradi di coscienza di classe di questi ultimi – e ora in un quadro in cui i partiti vengono a giocare il ruolo di meri ripetitori del discorso pubblico liberista, i contromovimenti che hanno rivestito un ruolo crescente rispetto a dieci anni fa trovano una proposta politica non poco importante. La sfida di portare queste richieste provenienti dalla società civile vera, evidentemente inascoltata dalle istituzioni e dai normali recettori democratici compromessi dalla spirale lobbistica, ad un livello superiore: nazionale ed europeo, nonché internazionale è una richiesta che la globalizzazione impone a chi si ponga il problema della lotta di classe a livello internazionale. In questo senso la democrazia diretta si pone nuovamente come fondamentale strumento della politica, giustamente non trascurato, ma valorizzato da una Rivoluzione che voglia essere Civile.

Alex Marsaglia

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