Sburocratizzazione e riforme. Ecco perché la rivoluzione renziana rimarrà uno spotTribuno del Popolo
giovedì , 20 luglio 2017
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Sburocratizzazione e riforme. Ecco perché la rivoluzione renziana rimarrà uno spot

L’esigenza di sburocratizzazione sbandierata da Renzi è in palese contrasto con le riforme proposte dal governo in materia di rimodulazione dell’assetto istituzionale della Repubblica. Ecco perché la rivoluzione di Renzi è destinata a rimanere uno spot.

Fonte: Oltremedianews

Sburocratizzazione e cambiamento. Senza dubbio nei duecentonovantadue minuti e trenta secondi di presenza televisiva giornaliera sono le parole più usate nell’ultima settimana dal neopremier Matteo Renzi. Tutto, a sentire i suoi discorsi e da come ci vengono calibrati dai media nazionali, lascerebbe pensare ad una rivoluzione nella p.a.  e nei rapporti coi cittadini. Sarà davvero così?Soltanto la scorsa settimana le parole d’ordine dell’onnipresente primo ministro erano lotta contro la casta dei politici e riduzione degli sprechi. Fulcro dell’azione del governo la bozza di riforma del Senato approvata dal Consiglio dei Ministri e giunta immediatamente al centro di un dibattito che ha visto coinvolti esponenti dell’esecutivo, costituzionalisti e lo stesso presidente del Senato Piero Grasso ‘’reo’’ di aver avanzato una proposta alternativa. Anche la scorsa settimana il tutto è avvenuto nel segno di questa frenetica esigenza di cambiamento e della velocità decisionale. Non c’è tempo di riflettere, perché o si fa tutto entro maggio oppure Renzi minaccia di andarsene.

E così via spediti con le riforme al passo di una ruspa o di un rullo compressore. Tutto bene se non fosse che il rischio è che nella fretta generale dell’agenda mediatica-programmatica del governo si tralasci il momento dell’analisi. L’evidenza di quanto detto sta in un fatto che forse non tutti hanno colto: tra le due sfere, quella della esigenza di sburocratizzazione e quella della riforma dell’assetto istituzionale, c’è un collegamento diretto. Eppure, volendo escludere a prescindere la malafede in chi si erge a riformatore, solo con un vizio di analisi ci possiamo spiegare la palese contraddittorietà che esiste tra la sburocratizzazione e i disegni di riforma dell’assetto istituzionale così come sono stati proposti oggi dall’esecutivo. Vediamo subito perché.

Quando si parla di sburocratizzazione si indica una linea di intervento che va in certe precise direzioni: snellimento delle procedure e riduzione degli uffici, ridefinizione dei rapporti tra amministrazione e governo centrale e tra uffici e cittadini nel segno della trasparenza e dell’efficienza. E poi sì, sburocratizzazione, per usare un tema tanto caro a Renzi, in Italia può significare anche abbattimento dei costi e impulso all’economia. Questo però può accadere solo se prima di guardare al bilancio si effettua un sano rapporto costi-benefici, si passa per una riqualificazione del pubblico impiego. Dunque non una corsa al taglio lineare che potrebbe accecare il rullo compressore renziano e creare più danni che benefici, bensì un ripensamento dell’attività amministrativa anzitutto culturale: dalle proceduralismo formale che trasforma gli impiegati in passacarte senza stimoli, ad un’amministrazione più attenta ai risultati finali e che sia più vicina al territorio e alle esigenze dei fruitori finali che sono anzitutto i cittadini. Questo sarebbe il vero salto di qualità, ma non è detto che tutto ciò non sia nella testa di Renzi.

I problemi vengono però quando si affianca a questo enorme proposito – che già di per sè basterebbe ad impegnare tutta l’attività di governo – la riforma istituzionale ritenuta al primo punto dell’agenda del primo ministro. Dall’abolizione di Senato e Provincie alla riforma elettorale in chiave maggioritaria, passando per la cd. tagliola nei regolamenti parlamentari e per proposte striscianti che parlano di una ridefinizione anche dello stesso esecutivo con maggiori poteri del premier rispetto ai ministri. Insomma quello che si sta proponendo è un vero ripensamento dell’assetto istituzionale della Repubblica: l’importanza di una tale riforma è ribadita con forza ogni giorno dagli ambienti vicini all’esecutivo, ma forse a sentire le critiche della Boschi ai ‘’professoroni’’ quali sarebbero i nostri più insigni giuristi che avrebbero avanzato una serie di proposte sul punto, non sembra esserci la reale percezione della delicatezza degli equilibri su cui si fonda una democrazia.

Prendiamo la riforma del Senato. Si vuole abolire – giustamente verrebbe da aggiungere – il bicameralismo perfetto togliendo a Palazzo Madama quei poteri che sono tipici di una assemblea parlamentare: via la competenza sul voto alla legge di bilancio, via il vincolo di fiducia del governo, rimarrebbe il bicameralismo perfetto solo in materia di riforme costituzionali. Di più, il nuovo Senato non avrebbe più componenti eletti dal popolo, ma conterebbe 148 persone di cui 21 nominati dal Presidente della Repubblica, e 127 rappresentanti degli enti territoriali nominati tra i sindaci e i consiglieri regionali. Secondo Renzi si risparmierà moltissimo e si snellirà l’iter legislativo, e questo forse è vero. Tuttavia è proprio collegando questa riforma con una legge elettorale in cantiere a maggioritario pronunciato che prevede alte soglie di sbarramento e ingenti premi di maggioranza che si coglie la pericolosa piega che sta prendendo l’evoluzione costituzionale in Italia. Lo spiega bene Rodotà sulle colonne del Manifesto: ‘’Si vuole tenere fuori chi sta sotto l’8% – dice – Si intende dire a chi prenderà magari 3 milioni di voti che per lui non c’è posto. Si profila una concentrazione del potere che sovrarappresenterà pochi soggetti, i due partiti a cui si vuole ridurre il Parlamento, e lascerà fuori tutti gli altri. Il governo e la maggioranza della nuova Camera coincideranno, con l’opposizione che sarà simbolica. E tutto senza contrappesi adeguati negli organi di controllo: perché dallo stesso blocco verranno il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i membri del Csm. E il Senato stesso non avrà sufficienti funzioni di controllo’’.

E’ compatibile una invadenza dell’esecutivo sul legislativo con un percorso di sburocratizzazione dell’amministrazione? La risposta è no. E difatti lo stesso Senato che Renzi propone sarà un luogo di nominati, espressione della volontà politica del Presidente della Repubblica e di rappresentanti territoriali eletti per esercitare funzioni amministrative negli enti di competenza e non per avere voce in un organo centrale. Per capire l’assurdità della proposta basta fare un esempio: perché le istanze di un cittadino di Frosinone dovrebbero essere portate in Senato dal sindaco di Roma alla cui elezione egli non ha partecipato?

Un quadro preoccupante che va visto assieme alla riforma delle Provincie. Se ne propone l’abolizione e l’accorpamento delle funzioni a Regioni e Città Metropolitane. Questo può sembrare giusto, ma è qui che sfugge un particolare: l’esercizio di determinate funzioni comporta, oltre che il momento pratico dell’attività amministrativa, anche il momento decisionale dell’attività politica. Siamo sicuri che dopo decenni di decentramento amministrativo sia giusto tornare ad uffici gestiti da poteri centrali ed inevitabilmente più lontani dai territori? Anche qui c’è un’antinomia con la sburocratizzazione: allontanare il momento decisionale dal territorio significa proprio rafforzare un apparato di soggetti espressione di equilibri politici centrali che da eletti si fanno burocrati.

E allora il punto è forse un altro: di sicuro Matteo Renzi dice il vero quando si propone di riformare la pubblica amministrazione. Tuttavia non c’è riforma che tenga senza che si sia individuato il vero problema alla radice del male dell’immobilismo della politica italiana che si ripercuote sull’incapacità delle istituzioni di modellare l’amministrazione in maniera efficiente ed efficace. Non è tramite l’accentramento dei momenti decisionali e lo snellimento che si può migliorare la macchina dello Stato, ovunque invece funziona proprio al contrario. Sussidiarietà, proporzionalità e rappresentanza sono i buoni ingredienti per un’amministrazione efficiente. Sopratutto, quanto ai momenti decisionali, la ponderazione e il confronto delle molteplici esigenze di una società complessa come la nostra appaiono inevitabili, fattori che possono essere garantiti solo dalle procedure democratiche e da iter di discussione più o meno snelli che siano.

Ciò che deve funzionare e che sta all’origine dei problemi italiani, è la connessione con i cittadini. E’ troppo facile prendersela con un Senato malfunzionante oggi dopo che in passato si sono varate leggi elettorali che hanno prodotto maggioranze dissimili nelle due camere. E’ troppo facile mostrare insofferenza per gli iter della democrazia dopo che si è riempito il parlamento di traformisti, corrotti e gente che poco centra con la sana politica sul territorio. Senza una presa di coscienza sul vero dramma della nostra democrazia che è la crisi dei partiti, ogni riforma risulterà vana ed anzi ogni cambiamento nel senso dell’accentramento dei poteri sarà stimolo per un maggiore clientelismo e per un rafforzarsi di quei privilegi che hanno portato a definire la classe politica odierna come una casta. Ecco perché le rivoluzioni di Renzi sono destinate a rimanere uno spot.

Michele Trotta

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